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martedì 21 marzo 2017

Alla fiera dell'Est

Sabato pomeriggio. Quasi le cinque. Rai Uno. Va in onda "Parliamone sabato".
Prime time per una fascia particolare di teleutenti. Lo share dichiarato, dopo una breve indagine sul web, balla intorno al 10%.

Si parla di donne dell'est, o meglio dei buoni motivi per i quali le donne dell'est sarebbero mogli migliori di quelle italiane. Non sto a illustrarli perché sono diventati di dominio pubblico nell'arco di poche ore.

Me li immagino quei teleutenti, perché siamo tutti figli degli stessi stereotipi che la trasmissione su cui si è scatenata la bufera (e molte altre) ha costruito la puntata. Me li immagino anziani o al massimo di mezza età, principalmente donne, di media o scarsa cultura, impegnati a sistemare casa, stirare o preparare la cena del sabato. Me li immagino lì davanti al televisore, ad annuire e a costruire nell'immaginario (e mi si perdoni la ridondanza) un altro pezzettino di quella fobia del diverso che cercano di inculcarci in ogni occasione. Al migrante spacciatore o stupratore, al rom criminale e ladro va ad unirsi la donna dell'est rubafamiglie e ammaliatrice di bravi ragazzi italiani.
Me li immagino mentre pensano al degrado della società moderna, in cui la donna cerca addirittura di avere pari opportunità dell'uomo e pretende di indossare una tuta, di non essere comandata o di avere il diritto di non perdonare un tradimento.

Me li immagino così, i teleutenti, ma non è assolutamente detto che lo siano. Quello che è certo è che sfruttare gli stereotipi va già poco bene in una discussione al bar dopo il sesto prosecco figuriamoci su Rai Uno. Prima rete nazionale. Per la quale paghiamo persino un canone e alla quale, neanche volendo, potremmo rinunciare in cambio di un risparmio mica da ridere.

Così, anni di lotte di donne determinate e consapevoli, sono stati cancellati con una slide apparsa sullo schermo e interventi, che definire discutibili mi sembra persino riduttivo, anche di ospiti "illustri".

Ma leggere i commenti su Fb o sui siti, post epurazione della Perego, mi ha fatto ancor più pensare quanto quegli stereotipi non stiano in piedi. Perché quella fascia immaginaria di teleutenti non può essere certo la medesima fascia che si scatena sui social. Che scrive commenti lapidari, scagliandosi più che altro sulle donne, come sempre accade, e sui suoi presunti cattivi comportamenti.

La trasmissione è stata cancellata e la testa della Perego è saltata per salvare la faccia della Rai. Senz'altro non è l'unica responsabile ma io mi chiedo quale conduttore si faccia scrivere le puntate e le affronti senza neanche approfondire prima l'argomento. E se l'ha esaminato, l'argomento, anche all'ultimo e ancor più da donna, un piccolo rigurgito non le è salito? Un dubbio? Magari la slide non la proiettiamo, magari non c'è tempo per smantellare la puntata ma l'affrontiamo diversamente. La domanda che mi faccio è, dunque: cosa si fa o non si fa per essere su Rai Uno alle cinque del pomeriggio del sabato? Oppure non è neppure questo il problema?

In coda ho fatto lo screenshot di uno dei commenti - di una donna - che ho letto navigando. Per dire anche quanto, molto probabilmente, i miei stereotipi di teleutenti siano così lontani dalla realtà.

Che ci sia ancora tanta strada da fare e molto da lottare per ottenere le pari opportunità è palese ma, per favore, cerchiamo almeno di non tornare agli anni '40. La re-istituzione del delitto d'onore vorrei proprio evitare di vederla.





martedì 7 aprile 2015

Torturiamo la Diaz

La Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo condanna l'Italia per tortura in merito ai fatti della Diaz di Genova 2001.  La prima cosa che ho pensato è che la Corte europea avesse scoperto l'acqua calda. Ma noi, osservatori di ciò che accade, non dovremmo permetterci di essere così superficiali, anche se (diciamocelo) il senso sta tutto lì.

Era il 21 luglio 2001 e quando tutto sembrava finito e Carlo era stato ucciso, tutto doveva cominciare. Manipoli di agenti in assetto anti-sommossa sono entrati alla scuola Diaz e hanno massacrato - ricordiamo la definizione di "macelleria messicana" di Michelangelo Fournier (all'epoca vice dirigente del reparto mobile di Roma) - decine di persone inermi, attivisti, che della Diaz avevano fatto base. Con la scusa - palesemente inventata - di aver ivi rinvenuto delle bottiglie molotov.

Se non eravate là, io vorrei davvero che guardaste il film, che pure "edulcorato" a me ha spazzato, ancora, lo stomaco via.

Il 21 luglio 2001 anche noi eravamo a Genova e solo la fortuna e la vicinanza con il capoluogo ligure, forse, ci ha tenuti lontano da quel luogo. Non per questa ragione, continuo a ritenere quell'azione di polizia come uno stupro. Uno stupro dei diritti, ancor prima che del genere umano tutto. Un primo tentativo per dimostrare dove si poteva arrivare senza che, tutto sommato, l'opinione pubblica si indignasse più di tanto.

La gestione della piazza è un punto importante per silenziare il dissenso. Se io posso, senza grandi tragedie nazionali, sedare tale dissenso con la forza bruta, al massimo della forza bruta stessa ci si arriva per gradi. Non c'è bisogno di sparare direttamente sulla folla. Prima la si manganella con sobrietà. L'opinione pubblica si indigna ma in poco tempo tutto è dimenticato, tutto va nel "già fatto". Poi si manganella più forte. Poi si tortura. Poi si reprime con la forza ancor prima che il fatto sussista (anche se non sussiste). E via dicendo. E il livello d'indignazione delle persone resta sempre tollerabile nel suo complesso.

Per lo Stato è una vittoria, ma è una cosa spaventosa.

Bisognerebbe chiedere ogni giorno che ogni agente sia completamente identificabile (i numeri di matricola sulla divisa sono il livello minimo di civiltà) perchè ogni agente sia responsabile - solo lui e non tutti quanti gli agenti o nessuno, come troppo spesso oggi accade - degli eventuali reati che commette. Ne va nella credibilità di chi è deputato a proteggerti. Perchè torturare (uccidere anche, ça va sans dire) è un reato. Molto più grave di tanti altri, senza stare a stilare scontate classifiche.

Lo sappiamo noi. Lo sanno le forze dell'ordine. Lo sa lo Stato. Lo sa l'Europa. Lo sa il mondo. Torturare è un reato. Gravissimo. 

Ma se io non so come dare risposte al disagio, ridurre al silenzio i disagiati è la strada più semplice. Dare risposte è più difficie che chiedere a un "sicario" di occuparsi della questione. Soprattutto se quel "sicario" lo puoi "ricattare" con lo stipendio. E si troverà sempre qualcuno che, per ragioni sue, farà quello che tu gli chiedi al prezzo che gli offri.

mercoledì 11 marzo 2015

Quando tutto è possibile

Incredibile e credibile, impossibile e possibile. Vi dico cosa, personalmente, trovo incredibile dell'assoluzione in Cassazione di Mr. B. nel processo Ruby. 

Prima, però, devo fare una premessa. 
La premessa è che a me non frega un tubo di quello che B. fa in casa sua. Potrebbe allestire un intero scenario di tappi di sughero, avere rapporti sessuali di ogni sorta, bere litri di sciroppo d'acero, ruttare come sei marinai o cercare di far volare gli asini. Questo deve essere chiaro. Ognuno a casa sua fa un po' quello che gli pare. Purché non commetta reati.

Andare con una minorenne, mi risulta sia ancora reato.
Non credo - mi soccorrano i tanti amici avvocati - che ci sia una postilla che deroga nel caso in cui la minorenne sia una stangona, bonazza senza senso e dimostri 20 anni.
Non mi risulta neanche che si possa dire "Ma io credevo fosse maggiorenne" poichè, sempre appoggiandomi alle mie poche basi, la legge non ammette ignoranza.

"Mi scusi signor giudice, non sapevo di non poter picchiare mia moglie"
"Mi scusi signor giudice non pensavo di non poter falsificare il bilancio"
E cosi via, con il giudice che dà buffetti sulle guance e dice "Non lo fare più però eh!"

Se la Cassazione assolve uno che dice che non sapeva che la ragazza che pagava per venire a letto con lui fosse minorenne, cosa dovrebbe impedire a tutti i pedofili che sono stati con altre sedicenti adoloscenti travestite da adulte di appellarsi alla medesima clemenza?
Questo, per me, è incredibile. Non si crea un precedente a giustificazione dei pedofili? Fino a che età potrà reggere la tesi, quando andando in una qualsivoglia scuola media ci sono ragazzine che tutto sembrano tranne che ragazzine?

"Sembrava adulta, aveva la minigonna e la scollatura per provocarmi. Se l'è cercata. Era consenziente". Quanto ci vorrà per derubricare anche lo stupro (che già siamo sulla buona strada) su minorenni?

Non vi dico quanto, per me, sia altrettanto incredibile che una giuria composta da persone che hanno studiato legge una vita non sia riuscita a ravvisare un reato nel fatto che il premier (lo Stato) telefoni alla Questura di Milano (ancora Stato) mentendo sulla parentela di una prostituta minorenne per farla uscire di galera affidandola a una donna che, a quanto mi risulta, non sia proprio un'assistente sociale e che convinca la maggioranza del parlamento italiano a sostenere la sua assurda bugia per salvarsi le chiappe.

Ma la cosa più incredibile di tutte, sempre a mio parere, è che una tale "macchietta" sia leader di un partito non classificato alle urne, da milioni di italiani, come una fantastica barzelletta di cui ridere per settimane ma come un simbolo serio su cui tracciare una croce.

Qui, Uno dei tanti articoli di oggi

Foto presa dal sito http://www.medicitalia.it

venerdì 14 marzo 2014

Domande senza risposta

Mi ha impressionato molto leggere di tutta la questione relativa alle baby squillo dei Parioli e, allo stesso modo, di altre ragazzine in Liguria che si prostituivano per potersi comperare abiti e altre frivolezze. Mi ha impressionato non tanto per la completa mancanza di etica dei clienti maschi - che non solo hanno deciso di andare a prostitute ma che le hanno deliberatamente cercate minorenni - ma perché, da mamma, mi sono chiesta cosa può scattare nella testa di una ragazzina a cui, in buona sostanza, non manca nulla per arrivare a prostituirsi. Mi sono chiesta se e come potessero quei genitori non accorgersi di nulla.

Se è vero che proprio dalla denuncia di una di queste mamme dei Parioli è partita l'indagine, così non è stato per altre bambine - a 14/15 anni, per me, si è ancora sostanzialmente poco più che bambine - il cui caso era venuto alla luce perché un uomo, potenziale cliente, si è reso conto che erano minorenni (e come non potere?) ed è andato alla polizia invece di approfittarsi di loro.

Ma queste famiglie - queste mamme e questi papà - come hanno potuto non vedere? Mi chiedo se sia davvero possibile che i propri figli e le proprie figlie abbiano una vita così tanto parallela da far nulla trasparire nella quotidianità. Sono mamme e papà bene, questi, non mamme e papà che lavorano 15 ore al giorno per potersi pagare le bollette. Queste sono persone che il problema della fine del mese non ce l'hanno.
Non voglio dire che sgobbare 15 ore al giorno sia una giustificazione per abbandonare completamente la propria prole a se stessa - in un periodo della vita difficile per tutte e per tutti - ma sarebbe, per lo meno per me, più comprensibile. Qui si parla di famiglie agiate le cui figlie passavano, desumo, ore al giorno chissà dove senza che alcuno dei genitori si preoccupasse di dove fossero. Perché siamo stati tutti giovani e una volta o due la puoi anche raccontare che vai dall'amica e poi sei altrove ma queste ragazzine avevano una vera e propria attività quotidiana che, come sempre accade, qualcuno (oltretutto) sfruttava. Tutti i giorni, 200/300/500 euro al giorno - pensate che giro di uomini adulti pedofili - e tu, genitore/trice, non ti poni il problema di capire come mai tua figlia improvvisamente sia più ricca? Perché o glieli dai tu quei soldi o spaccia o batte. Non è che ci siano molti mestieri a garantire quel tipo di introito.

E poi c'è la ragazzina, che a un certo punto pensa che prostituirsi sia la soluzione. Quale meccanismo nella società è sbagliato perché una bimbetta di 14 anni pensi di arricchirsi vendendosela? Non è che si può sempre dare la colpa al Grande Fratello. Certo è che tante donne hanno lottato per acquisire diritti e pari opportunità (ancora distanti, purtroppo) compresa quella della libertà sessuale. Ma qui non è il discorso: «Vado a letto con il mio coetaneo perché mi piace anche se non sarà l'uomo della mia vita». Qui c'è una bambina di 14 anni che, sfruttata da persone senza scrupoli, va a letto con uomini maturi (pedofili) per soldi, non comprendendo - immagino - quale svilimento del proprio corpo sia intrinseco all'azione stessa.

Pedofili. E, forse, sono gli stessi uomini che poi non vogliono il matrimonio tra gay (tanto meno che coppie gay adottino figli) e vanno al family day e impediscono alla moglie di lavorare perché non ne vada della loro onorabilità. Lo cantava già Frankie Hi Energy tanti anni fa in "Quelli che benpensano" (Quelli che vanno a mignotte mentre i figli guardan la tivù) ma esiste il rischio reale che, in futuro, sia la nostra di figlia a battere per comperarsi l'Iphone o chissà cosa? Cosa abbiamo sbagliato come collettività? Cosa dobbiamo fare per correggerci? Non è bello concludere un pezzo ponendo domande ma io non conosco le risposte anche se, da mamma, vorrei tanto.

giovedì 12 dicembre 2013

Forche, forconi e forchette

Dovremmo saperlo. O meglio, dovrebbe saperlo bene chi ci governa e chi fa politica da sempre anche solo per passione. La rabbia cieca della gente disperata è facile da cavalcare, da sfruttare, da dirigere. La rabbia cieca, comprensibile se non condivisibile, non porta da nessuna parte. Perché la rabbia non è un progetto. E la rabbia cieca non è neanche rivoluzione. Ce lo insegna la Storia, che di rivoluzioni ne ha viste tante. Cancellare uno stato di cose ha sempre lo scopo di istituirne un altro e bisogna essere certi che quello che sarà sia meglio di quello che era. Bisogna avere un progetto e lottare per esso. Io sono certa che il mio progetto per un futuro migliore abbia tra i suoi pilastri fondamentali l'antifascismo. L'antifascismo così come la solidarietà, l'accoglienza, le pari opportunità.

In questi giorni vediamo le piazze riempirsi di gente che protesta in tutta Italia. Il movimento 9 Dicembre, così detto, nato sull'esperienza della protesta siciliana dei forconi dell'anno scorso. Tutti noi ci siamo interrogati sul significato e sulla portata di questa protesta, portata in piazza inizialmente da leader di estrema destra e da gruppi di autotrasportatori e agricoltori legati a Forza Italia e alla destra.

La crisi comincia a mordere forte. Aumenta la disoccupazione, soprattutto quella giovanile (che è a livelli mai toccati prima nella storia repubblicana). I soldi non bastano più per pagare l'affitto, le bollette, il cibo, la scuola dei figli e le medicine anche detratte quelle poche piccole comodità a cui ormai non sapremmo e non vorremmo più rinunciare. In città si sente ancora più forte che fuori, nella campagna, dove quei piccoli meccanismi di solidarietà, di reciproca conoscenza e l'attitudine alla cura della terra attutiscono ancora parzialmente il colpo. E lo Stato che fa? Nulla. O quasi nulla, preferendo chinare la testa ai grandi interessi bancari, alla finanza mondiale, a quei pochi (rispetto alla massa) potentissimi ricchi.

La rabbia fa crescere altra rabbia. Non avere un riferimento istituzionale a cui guardare - a un partito o movimento che sia - è frustrante per i cittadini, che si sentono abbandonati e senza rappresentatività. Allora perché non scendere in piazza tutti a sovvertire il sistema? Per quanto mi riguarda, io devo essere sicura di condividere non solo la finalità della lotta - sovvertire il sistema appunto - ma anche quello che verrà dopo. Perché, a mio parere, è totalmente assurdo lottare contro il caos per puntare esclusivamente a un caos diverso.

Il dubbio dell'antifascista potrebbe essere questo: se lasciamo gestire la rabbia di piazza solo alle forze destrorse, alla fine della lotta l'unico riferimento politico saranno loro; dunque, andiamo anche noi in piazza e cerchiamo di dare una direzione politica diversa alla lotta. Io rabbrividisco all'idea di me stessa che si avvicina a una piazza in cui si fa il saluto romano, si sentono cori razzisti, si minacciano esercenti e passanti e si scrivono volantini che inneggiano alla mafia. Perché la mafia è una montagna di merda, per dirla alla Peppino Impastato, ed è proprio il metodo mafioso di gestione della vita umana, esportato alla politica e persino all'etica comune nel corso dei decenni, che ci ha condotti qui dove siamo ora.

La casta va sulla forca poiché ci ha condotti alla rovina, dice chi protesta. Ma quella casta siamo anche noi, con un nostro dilagante malcostume che non sarà cancellato da un moto di piazza. Siamo noi quando evadiamo le tasse, quando non paghiamo il biglietto del treno perché tanto non c'è il controllore, quando preferiamo il nipote al ragazzo meritevole se dobbiamo dare un posto di lavoro, quando facciamo lavorare in nero le persone per pochi euro l'ora minacciandole di dare il posto a chi ne chiede ancora meno, quando andiamo al pronto soccorso per un raffreddore, quando neghiamo i diritti con la scusa che qualcuno, prima, li ha negati a noi. Noi abbiamo bisogno di un capro espiatorio per negare quanto profondamente siamo collusi con questo modo di agire. Un modo di agire che adesso non sta più in piedi e che la crisi sta facendo crollare. Chi ci ha governato ha certamente sbagliato in questi decenni ma tutto possiamo dire tranne che quelle persone non siano come noi. Solo con più mezzi.

Cambiare etica e modo di pensare è un processo lungo. Forse ci riusciranno le nuove generazioni con il nostro aiuto. Lottiamo, dunque, per maggiori diritti e una vita giusta per tutti i cittadini, di qualunque estrazione sociale, religione, credo, sesso, orientamento. Lottiamo sempre, però, sapendo sempre esattamente dove vogliamo arrivare. Come fece chi 70 anni fa lottò contro il fascismo, che (guarda caso) fece proseliti grazie alla povertà dilagante e al populismo, sapendo indirizzare la rabbia esattamente nella direzione in cui voleva. Una direzione che io non mi sento in alcun modo di condividere, neppure per un piccolo pezzetto di strada.

lunedì 15 luglio 2013

Se questo è un governo...

Manco da qualche tempo da queste pagine. Me ne scuso e vi racconterò cosa ha rubato tempo al mio scrivere (solo perché ha risvolti interessanti dal punto di vista delle opinioni e non per l'uso del mio tempo in sé) ma non oggi.

Oggi voglio ricominciare a parlare su questo blog, chiedendo a me stessa e a voi cosa deve fare ancora questo governo Pd/Pdl prima che il Paese si renda conto che, forse, son tante braccia rubate all'agricoltura - ma la terra è bassa, ce la farebbero?

Ieri l'illustre - si fa per dire - Roberto Calderoli (leghista) vice-presidente del Senato (non proprio la compagnia delle freccette del bar Sport, dunque) ha insultato pesantemente la ministra italiana di colore Kyenge. Non solo non sono arrivate in tempo zero le sue dimissioni ma nessuno le ha pretese. Ha provato a chiederle Napolitano ma il suo peso politico è ormai quello di una farfalla e non è stato neanche considerato.


Che gli insulti di Calderoli siano gravissimi mi pare palese non solo per gli insulti in sé - vergognosi - ma anche per il becero esempio che si dà al Paese e il fiato che si dà a tutti quei gruppi xenofobi che si rifanno al fascismo. Tanto che Forza Nuova, oggi a Pescara, ha pensato bene di appendere niente meno che dei cappi ai lampioni laddove la ministra Kyenge era attesa per una visita. Una protesta contro l'immigrazione doppiamente ignorante perché i neofascisti dovrebbero sapere che la ministra è italiana quanto loro.


Non voglio addentrarmi nella grandissima figura di guano fatta dal ministro Alfano (e dalla ministra Bonino) sul caso Shalabayeva. Sottolineerei solo che tra le varie scuse addotte c'è quella che loro ignoravano che sul passaporto lei avesse il suo cognome da nubile. Per fare il ministro, evidentemente, basta avere un ridottissimo numero di cognizioni e saperi e la grande attitudine a negare sempre. Prima o poi una testa cade per salvare la loro.


Tra tutti i grandi luminari di questo governo spicca Bondi. Non il portavoce del Berlusca (quello che quando era ministro ai beni culturali è crollata Pompei) ma Enrico Bondi, che appena eletto commissario dell'Ilva ha pensato bene di dire che se i tarantini muoiono è perché fumano troppo. L'inquinamento durato decenni non c'entra, secondo lui, e a me piacerebbe che fosse costretto per vent'anni a vivere a Taranto in due stanze con vista sullo stabilimento, a lavorare all'Ilva e a prendersi lo stipendio di un operaio dell'altoforno.


Le parole hanno ancora un significato? Se questo è un governo, beh, il ministro può farlo davvero chiunque.

mercoledì 8 maggio 2013

Imu o non Imu arriveremo a Roma

Questo post è ciò che in gergo tecnico si direbbe un editoriale. Lo specifico per quanti tendano a considerare "articolo" un qualsivoglia scritto nella pagina delle opinioni o delle lettere. Un articolo è (o dovrebbe essere) il resoconto, quanto più obiettivo e completo, di un avvenimento, firmato generalmente da un giornalista. Un editoriale è un'opinione, più o meno autorevole, che parte da fatti reali (che nel giornalismo non si dovrebbe inventare niente) per dare una personale interpretazione degli eventi, generalmente seguendo la linea della testata su cui è scritto. Una lettera nella pagina delle opinioni, dunque, non è un articolo e neanche un editoriale. E' un'opinione, più o meno autorevole, di un lettore.

Ciò premesso racconto un fatto. Quello da cui sono partita. Conosco una donna madre di famiglia (che non cito perché non è dirimente e perché non ho chiesto la sua autorizzazione) il cui marito è stato licenziato dopo   tanti anni di lavoro in fabbrica. In famiglia sono in quattro e hanno la grande "fortuna" di avere la casa in proprietà. Per qualche mese ancora, il marito di questa donna percepirà 600 euro al mese di cassa integrazione. Poi, la prospettiva sarà il nulla. Lei non lavora perché si occupa dei bambini, non abbastanza grandi per poter stare a casa da soli. Come sempre accade, lo Stato è manchevole nei confronti delle donne e soprattutto delle mamme che considera sostanzialmente nulla e che di fatto, invece, sono l'unica forma di welfare esistente.

Ieri sera ho fatto il grande errore di guardare un pezzo di Ballarò. Vedere quelle donne, dietro i cancelli della fabbrica che le ha lasciate a casa, chiedere aiuto e sentire la risposta (per citare quella che mi ha fatto più invelenire) della europarlamentare Pdl Lara Comi mi ha fatto venire il latte alle ginocchia. In realtà anche molto altro, ma non lo scrivo perché le parole sono pietre e vanno usate con equilibrio.

Il problema, oggi, mia cara Lara Comi non è per nulla l'Imu. Perché queste famiglie in difficoltà, per larga parte, usufruiscono già degli sgravi, non solo per la prima casa e per i figli ma anche perché la fascia Isee in confronto alla sua è talmente bassa che in un grafico matematico sarebbe non rilevabile.

Il problema, oggi, non è l'Imu ma è il fatto che abbiamo al governo persone come Lei, che dell'Imu fanno una bandiera solo per poter stare là, nella stanza dei bottoni, a fare tutt'altro che il bene del Paese. Il problema, oggi, non è solo la mancanza di lavoro (su cui io, se governassi, mi concentrerei invece di fare proclami) ma la miopia ormai palese di chi ci governa e ci ha governato negli ultimi 40 anni e di cui la nomina di viceministri, sottosegretari e presidenti di commissione è lo specchio evidente. Ricordo che sono riusciti a trovare un posto a tutti i trombati alle elezioni, tra cui Formigoni (accusato di corruzione e appropriazione indebita quando era presidente di Regione Lombardia) o Biancofiore, il cui pensiero "illuminato" sull'omosessualità ha fatto storia e satira.

Ricordo che l'Imu, tassa che andrebbe versata ai Comuni e su cui lo Stato trattiene il "pizzo", serve per dare servizi (scuola, trasporti, assistenza ai disabili e alle fasce deboli) che il Comune non potrebbe più erogare diversamente. Quanto costerebbe tutto questo alle famiglie in difficoltà?

Io credo e non penso di sbagliare, che a quella famiglia interesserebbe di più riavere la speranza di poter dare tutti i giorni da mangiare ai propri figli che quella di non pagare l'Imu (o persino di riavere indietro le poche decine o centinaia di euro versate). Io credo che questa miopia trasversale stia decidendo del futuro dei nostri figli e che la gran parte delle persone realmente interessate a non pagare l'Imu si potrebbero permettere questo e altro.

Intanto sono passati mesi dalle elezioni. Abbiamo un governo che non abbiamo votato e che, in compenso, non sta facendo nulla di quello che serve all'Italia. Buona camicia a tutti.


venerdì 5 aprile 2013

Chi non ha niente da perdere

Chi non ha niente da perdere, a volte, decide di uccidersi. Oggi, marito e moglie si sono impiccati a Civitanova Marche. Lui era esodato (chissà se alla Fornero - ma anche ai 20 anni di indegna politica Pdl e oltre - fischiano le orecchie), lei pensionata. Ma i quattro soldi che la donna portava a casa non bastavano per arrivare a vivere dignitosamente. Non bastavano neanche per vivere. Neanche per pagare l'affitto.

Alle future generazioni stiamo uccidendo il futuro ma alla mia generazione e a quella che appena la precede stiamo cancellando la possibilità di invecchiare in maniera dignitosa, senza dipendere dai figli o, peggio, dall'assistenza sociale o dalla Caritas. Chi ci governa o è completamente cieco e sordo o ha deciso, scientificamente, di sacrificare tre o quattro generazioni di italiani che, in un modo o nell'altro, prima o poi scompariranno lasciando la situazione immutata ma con meno "peso" sociale, i soldi a chi li ha e le briciole agli altri (come da secoli, noi stessi facciamo con il terzo mondo?).

Chi non ha niente da perdere a volte decide di non sacrificare la propria dignità, i decenni di lavoro, i debiti fino a poco prima sempre pagati, i valori ricevuti, gli insegnamenti, i momenti di felicità sull'altare di un'economia che non guarda a chi soffre ed è senza soldi (perché il welfare è un capitolo di bilancio che non può - e non deve! - essere in attivo). Chi non ha niente da perdere, a volte, preferisce scomparire silenziosamente e questo doppio suicidio ne è quasi l'emblema. Quanti anni avrebbero potuto ancora vivere insieme i due? Dieci, cinque, venti? Sono anni rubati da una politica vergognosa, lanciata verso il nulla, che - come dico spesso - era facile prevedere perché negli States, patria del neo-liberismo, è già così da tempo. Non hai soldi? Non ti curi, non invecchi, non hai casa, non hai futuro, non hai voce. Niente.

Chi non ha niente da perdere a volte si uccide.

A volte.

A volte, invece, prende un bastone e uccide. Perché male che vada muore, esattamente come avrebbe fatto se avesse preferito il cappio al bastone. La politica che non prende in considerazione la forza della disperazione è una politica già morta in partenza. Chi non ha nulla da perdere, talvolta, diventa un esempio. Anche per chi qualcosa da perdere ce l'avrebbe, ma che lo mette in conto.




Uno dei link con la fredda cronaca:

venerdì 8 febbraio 2013

Uccideranno Peter Pan?


Tu. Si tu, che su Facebook posti le foto dei bambini malati e poi scrivi "condividi se hai cuore" solo perché non sai dire di no a una catena di Sant'Antonio.
Oppure tu, che credi che pagare le tasse sia un furto, una cosa da perdenti, che con i soldi che risparmieresti potresti pagarti chissà quali servizi socio assistenziali.
O tu, che pensi che il volontariato non serva a nulla, che credi che la solidarietà sia solo un termine sul vocabolario, che pensi che i bambini siano la fascia di popolazione più tutelata o che semplicemente se ne frega di tutto per le ragioni più disparate.

Tu. Proprio tu, dovresti pensare a quale assurdità spaventosa sta accadendo a Roma, nel cuore del Bel Paese, oggi.

Esiste una struttura, il Peter Pan, che aiuta le famiglie non abbienti (o non troppo abbienti) che hanno i figli, bambini e bambine, malati di tumore. Esistono persone che offrono alloggio a chi non se lo può permettere per stare vicino ai propri figli durante le terapie, in un momento in cui anche il cuore più saldo può spezzarsi, cedere di fronte al dolore più grande che un essere umano possa provare. Ma riesci a immaginare l'abisso straziante in cui si può essere trascinati?

Esiste questa struttura ma può darsi che domani non ci sia più. Perché dopo 10 anni e dopo una ristrutturazione - a carico dell'associazione - che ha trasformato l'edificio cadente in un cuore pulsante di amore e di sostegno, il proprietario - un ente assistenziale (!!!) legato alla Regione Lazio di Alemanno - ha deciso di "adeguare" l'affitto ai prezzi di mercato da 6000 a 30mila euro, di fatto uccidendo il Peter Pan.

Lo sfratto (se non si pagherà il canone richiesto) avverrà a giorni.

Salvare il Peter Pan e gli altri Peter Pan d'Italia dovrebbe essere la priorità. Invece la priorità è fare promesse che non si possono mantenere e una volta eletti spianare lo stato sociale con un bulldozer. La priorità è aprire i tiggì con le sparate pre-elettorali di Mr.B e relegare su RaiTre prima dello sport e dello spettacolo una notizia come questa.

Io voglio che le priorità cambino nella mia regione e nelle altre regioni. Esigo che cambino. Oggi mi vergogno di essere italiana.

http://www.peterpanonlus.it/?gclid=CPaNp7bAp7UCFVEfzQodAxYAQg

domenica 27 gennaio 2013

Quando c'era lui...

Oggi è il giorno della Memoria. Il 27 gennaio del 1945, l'Armata rossa - che aveva sostanzialmente vinto la guerra con un tributo in termini di vite umane spaventoso - entrava nel campo di concentramento di Aushwitz e mostrava al mondo gli orrori che il nazionalsocialismo di Hitler (ma non solo) era riuscito a perpetrare in anni di pulizia etnica di ebrei, gay, disabili, malati mentali nonché oppositori politici.

Scrivo così spesso di antifascismo, Resistenza e memoria, che prendere questo spunto è fin troppo facile. Soprattutto dopo aver sentito le parole di Berlusconi, che ultimamente non perde mai l'occasione per stare zitto. «A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprire bocca e togliere ogni dubbio» scriveva Oscar Wilde. In questo caso non è che io avessi ancora dubbi in proposito, ma tant'è.

Riporto le parole di Mr.B. Qui, anticipo, non basta nemmeno più l'indignazione. «Il fatto delle leggi razziali è la peggior colpa di un leader, Mussolini, che, per tanti altri versi, invece, aveva fatto bene». Quando c'era lui, insomma, i treni arrivavano in orario. E delle paludi ce ne vogliamo dimenticare? Se lo senti dire al bar sotto casa, ti volti, ti arrabbi e poi lasci perdere ma - caspita! - costui per quasi 20 anni è stato il nostro Presidente del Consiglio e oggi è il giorno della Memoria. «Non abbiamo la stessa responsabilità della Germania - ha detto B., mentre dalla platea gli gridavano "Buffone!" - Ci fu, da parte nostra, una connivenza che, all'inizio, non fu completamente consapevole».

Dette da lui, persino le parole giuste come l'importanza di non dimenticare per non ripetere gli errori del passato suonano come bestemmie in chiesa. Così, auspico - visto che tra meno di un mese andremo a votare e c'è chi si ostinerà a credere alle sue bugie e al suo becero populismo - che la "connivenza non consapevole" di milioni di italiani (che ha portato alla sua elezione nel 1994) adesso si trasformi in consapevolezza vera e propria e si traduca in percentuali di consenso ridicole, tali che persino la satira possa perdere interesse.

Ricordiamo. Sempre. Le nostre radici, la nostra storia, i nostri errori. Costruiamo un mondo migliore.

sabato 12 gennaio 2013

Non in mio nome

Destra e sinistra. Gaber non c'entra niente anche se spesso mi succede di pensare alle sue canzoni e ad una in particolare quando rifletto su questo tema.

Ho attivo da anni un servizio di sms di notizie in breve. Oggi mi arriva questa: «Elezioni, Monti: qualunque sia l'esito, riformisti collaborino. Professore: Dio ci scampi dalla destra e dalla sinistra». Ieri, Grillo: «Se un ragazzo di CasaPound volesse entrare nel Movimento 5 Stelle e ha i requisiti io lo faccio entrare» con tanto di precisazione sul blog: «Se sono incensurate, non iscritte a un altro partito o movimento politico, se si riconoscono nel programma, per loro le porte sono e saranno sempre aperte».

Rabbrividisco. Tra due mesi ci sono le elezioni ma devono aver stracciato la nostra Costituzione perché di antifascismo non parla più nessuno. Pare sia diventata una malattia, una specie di rogna l'antifascismo. Ma se le parole hanno ancora un significato, essere antifascisti non è semplicemente essere "di sinistra". Il fascismo, negli anni '40, sappiamo cos'è stato - anche se mi pare evidente come troppo pochi lo ricordino o l'abbiano studiato - ma il fascismo esiste anche oggi e sotto tante forme diverse. Anche nel pensiero cattolico che divide il "giusto" dallo "sbagliato" secondo canoni, per esempio, di orientamento sessuale.

Io penso questo. Le persone non si sanno più riconoscere nella destra e nella sinistra perché la sinistra non esiste più. La sinistra non è un partito. E' un pensiero. Un modo di pensare che guarda alla solidarietà, all'accoglienza, alla fratellanza, alla generosità con chi è in difficoltà e che non considera "diverso" e quindi "nemico" chi ha il colore della pelle differente, orientamento sessuale differente o chi appartiene a una "classe sociale differente". La sinistra non è un partito perché un partito che ha il coraggio di sostenere la laicità, i servizi pubblici, la scuola e la cultura non solo con le parole ma anche con investimenti a livello di governo non esiste. Diciamola così, se esiste non gli si è mai data la possibilità di governare.

Destra e sinistra esistono eccome. E continueranno a esistere checché Monti e Grillo ne dicano. Potranno anche chiamarle Caio e Sempronio, ma esisteranno sempre perchè sono due modi opposti di vedere la società. A due mesi dalle elezioni, chi non fa dell'antifascismo e della laicità - quella vera non quella dei Pacs alla Prodi - un suo manifesto, un suo precetto fondamentale arriverà magari a governare ma assolutamente non con il mio voto.

mercoledì 9 gennaio 2013

Diamogli un taglio

Oggi sono andata al Cup a prenotare una terapia - nulla di grave, per fortuna - per cui avevo un'impegnativa "urgente" da parte di un medico dell'ospedale, che va fatta in tre volte successive. La signora allo sportello, molto gentile, mi dice: «La prima la possiamo mettere il 5 febbraio». Io, tra me e me pensavo che, in fondo, non era una grande attesa. Poi la conversazione è proseguita in questo modo: «Guardi, per la seconda ho posto a fine aprile. Sa, quella di febbraio era una rinuncia». «Io, però, dovrei avere il secondo appuntamento a tre settimane dal primo». «Lo faccia presente al chirurgo quando va la prima volta». Vorrei capire cosa ne può il chirurgo. Ma questo non l'ho detto alla signora del Cup.

Tra due mesi torneremo a votare. Ho tanti amici e compagni che non credono più nel voto e da anni hanno scelto di disertare le urne. Io continuo a ritenere che sia importante, invece, esprimere il proprio parere - anche annullando la scheda se nessuno dei partiti ci rappresenta.

Questi due argomenti apparentemente slegati non lo sono affatto. A me piacerebbe che ciascun elettore attivo pensasse a come sono diminuiti e peggiorati i servizi pubblici in questi ultimi trent'anni - per le persone con uno stipendio normale, s'intende - prima di tracciare quella croce. A me piacerebbe che non si dessero più chance a chi ha governato male e fallito, tranne che nel tutelare gli interessi dei ricchi e potenti.

E mi piacerebbe che lo si pensasse anche prima. Ora che Berlusconi è tornato in tivù come il prezzemolo - domani sera pare andrà persino da Santoro e questo la dice tutta. Ora che Monti è sceso in campo da una settimana e già fa promesse elettorali in controtendenza con se stesso. Ora che Casini basta che ci sia una poltrona e va bene qualsiasi ideologia. Ora che Maroni ha usato la scopa alla Elio e le storie tese e si è ri-alleato con Mr.B. Ora che Bersani ha già aperto la campagna acquisti per tentare di avere i numeri anche in Senato. Ora che... non posso scriverli tutti. Sono troppi.

A me piacerebbe che l'elettore o l'elettrice pensasse ai tagli abominevoli su sanità e scuola operati con l'ascia senza badare a disabili, cassintegrati, disoccuppati, fasce deboli o a quelli sulla scuola, che saremo fortunati se i nostri figli impareranno ancora a leggere. Che ci pensasse mentre pensa anche agli stanziamenti colossali sulle grandi opere inutili, sulle missioni di "pace", sulla cementificazione del territorio, sui rigassificatori - investimenti sulla differenziata mai eh? Giusto qualche volantino con cui pulirsi la coscienza - sugli aiuti alle banche e via dicendo.

Diamogli noi un taglio, visto che loro son come bambini incapaci di capire quando è basta.


venerdì 14 dicembre 2012

Lacrime di coccodrillo made in USA

Non volevo scriverne. Non volevo poiché odio la cronaca nera. L'ho sempre odiata. Non mi piace scriverne, non piace leggerla e non mi piacciono i giornali che vendono solo perché sguazzano a piene mani nella cronaca nera. Ma questo veramente mi fa infuriare.

Titolo: USA: Strage in una scuola elementare - 18 sui 27 morti sono bimbi

Non voglio immaginare il dolore straziante di quelle famiglie. Non voglio neanche pensarci perché mi si incrina il cuore allo stesso modo in cui mi si incrina quando guardo i bambini africani lasciati morire di fame o quelli asiatici o sudamericani costretti a lavorare o, dio non voglia, a battere se non venduti a un commercio di schiavi, prostituzione, organi. Penso ai miei figli che sognano il Natale e respiro e poi mi vergogno perché non c'è giustizia per i bambini che nulla possono ed è sicuramente anche colpa mia e del mio essere "benestante".

Con un groppo in gola proseguo e mi incazzo. Perché uno Stato che foraggia le lobby delle armi, che vende fucili e pistole anche al supermercato e che incoraggia la giustizia fai-da-te, poi non ha il diritto di piangere quelle morti innocenti. La colpa è solo sua. Sua e di tutte quelle persone che chiamano "sicurezza" il far-west e sia d'esempio (tragico, orribile, vergognoso) per tutti quelli che anche qui in Italia vorrebbero lo stesso far-west.

Stragi nei licei, per strada, stragi omofobe, dettate dal credo religioso, dall'essere psicolabili. Stragi. Che si aggiungono agli omicidi, ai femminicidi, alla violenza provocata da governi che quando non sanno dare dignità ed equità incoraggiano la guerra tra poveri, facendo credere alle persone che esista un diverso, un inferiore, una vittima predestinata.

Ma cosa ci serve ancora per capire, oggi, qui, che la strada imboccata è quella? Che dopo averci tagliato tutto e averci messo l'uno contro l'altro, non faranno altro che armarci perché ci sterminiamo a vicenda? I "privilegiati" saranno Nerone che guarda Roma bruciare, sorridendo.


Immagini da un'altra strage. A Tolosa.

giovedì 22 novembre 2012

Censura sempre più pesante

Sallusti non andrà in galera. Gli hanno redatto - stanno redigendo - una legge apposta (per Vauro lo avrebbero fatto?). Non voglio stare qui a riparlare della questione se non che hanno redatto - stanno redigendo - una legge che, in soldoni, salva il direttore ma condanna al carcere l'articolista e che, quindi, è garantista in modo per lo meno anomalo.

Non so se il lettore di qualsivoglia giornale/quotidiano/blog si renda conto di cosa significhi l'emendamento di questa norma (che già era discutibile per tante altre ragioni). Non significa semplicemente che l'articolista è responsabile di ciò che scrive perché lo era già (mezzo querela, anche in solido) ma che si è trasformato dall'ultima ruota del carro a ultima ruota del carro immersa nel guano.

Facciamo un esempio. Paola Meinardi (per non dire Tizio) scrive qualcosa di errato o infamante sul giornale per cui scrive. Viene querelata e, giustamente, le viene comminata una "pena" adeguata, a partire dalla semplice rettifica fino al risarcimento del querelante. Qualcuno potrà ritenere significativo che sia comminato anche il carcere ma io non sono d'accordo.

Facciamo l'esempio più probabile. Paola Meinardi (o Tizio) scrive qualcosa di esatto ma di estremamente scomodo e provabile solo con la testimonianza di fonti (non sempre affidabili). Viene querelata. La maggior parte del giornalismo è precariato o freelance, tra cui Paola Meinardi, per cui si deve far carico (pur avendo ragione) di una tutela legale - vero grande dramma del giornalismo italiano moderno. Il direttore per cui lavora anche, ma la maggior parte delle volte non è lui a dover pagare di tasca sua. Paola Meinardi affronta il processo ma dall'altra parte ci sono avvocati strapagati, corruzione e chissà cosa, la fonte scompare... insomma se la piglia nel deretano. Perde la causa. Finisce in galera. Il direttore (supervisore) no. Non che ci dovesse andare lui, beninteso. Ma rendiamoci conto del paradosso. Chi si metterà ancora in gioco? Chi avrà il coraggio (e le risorse) di sfidare il sistema pur stando dalla parte giusta? Sempre meno persone.

Tutto questo, per cui stiamo perdendo un mucchio di tempo, avviene mentre si distrugge la scuola pubblica, non si rifinanzia il fondo per la non autosufficienza, si chiudono o si ridimensionano gli ospedali (anche i nostri, cari valsusini), il tasso di disoccupazione è il più alto di sempre, a Gaza si muore ogni giorno, mancano leggi che tutelino le diversità... La lista è così lunga che non starò a tediarvi.

Dico solo che, se si voleva evitare a Sallusti la galera si poteva ottenere il medesimo risultato facendo molti meno danni. Io avrei votato a favore.

mercoledì 31 ottobre 2012

Protestare fa male (ma anche no)

Manifesti? Botte e repressione. Protesti? Botte e repressione. Ultimamente va così per "l'uomo della strada", tasse, tagli ai servizi sociali, tagli su stipendi e pensioni e manganellate. Probabilmente l'ottica è: non cerchiamo le ragioni del dissenso, tacitiamolo. Il governo lo vuole e le forze dell'ordine seguono il diktat (immagino, senza troppo sforzo). Ma un "illuminato" una volta mi disse (in conversazione privata quindi non violo alcuna tutela della fonte non citandolo) che anche il bailamme, a un certo punto, deve finire.

Insomma, basta. Dicono. E manganellano. Per abituarci all'idea.

Manganellano gli studenti (minorenni) alle manifestazioni. Torino insegna.

Manganellano negli sgomberi dei rave party.

Manganellano gli sfrattati delle case popolari.

Manganellano ancora gli studenti. In via Verdi. Ma in altre vie cambia poco.

Manganellano in valle di Susa, ma per questo non vi metto neanche il link perché è ormai di dominio pubblico.

Sono solo alcuni casi. Perché ci sono i pastori sardi, gli operai, gli occupanti dei centri sociali e via dicendo.

Forse, e dico forse, vi sarete accorti che si è alzato "un poco" il livello della repressione da Genova in poi. Genova appare, oggi, un esperimento. Per vedere fino a che punto i cittadini e le cittadine possono accettare supinamente la repressione violenta. Tanto che le sentenze di Genova hanno restituito solo una piccola parte di giustizia.

Ci si chiede se la volontà è quella di spaventare i cittadini e le cittadine che, secondo quanto garantirebbe la Costituzione, hanno il diritto di scendere in piazza. Scendere in piazza fa male. Protestare fa male. Questo è il messaggio. E ci si chiede fino a che punto questa repressione violenta potrà accrescere se stessa. Non so voi, ma io sono seriamente preoccupata. Perché mi sembra di fare un salto indietro in decenni che a me parevano, fortunatamente, accantonati.

Le ragioni del dissenso paiono non interessare a nessuno se non le piccole (o meno piccole) comunità che le portano avanti. Credo che chi ci governa conti molto sul fatto che un coordinamento fattivo tra tutte queste realtà è molto difficile da attuare. Il governo cerca di difendere un sistema che non funziona più, che si è dimostrato largamente fallimentare soprattutto nella difesa delle fasce deboli. Sarebbe, invece, più saggio cambiare direzione in cui camminare. Cominciare a reprimere meno e a ridistribuire di più. Io penso.

Ellekappa per il movimento disabili (oggetto di pesanti tagli).

lunedì 29 ottobre 2012

Non dimentichiamo

Domenica, a Predappio, si sono ritrovati i "nostalgici" del Duce, per il 90° della marcia su Roma. Tutto esaurito e statuette di Mussolini che vanno via come il pane. L'olio di ricino non è compreso. Per fortuna non ho visto i tiggì ieri e questa notizia mi è giunta oggi, che ho più tempo per dire la mia.

Ora, io vorrei ricordare a tutta Italia (pare dimenticarlo) che l'apologia del fascismo è un reato. Lo dice la Costituzione italiana, non Paola Meinardi. Credo, peraltro, che l'apologia del fascismo sia l'unico reato mai perseguito. Si permette a neofasci e neonazi di sfilare con le croci celtiche e facendo il saluto romano, con tutto il dolore e la morte che quei simboli ricordano e portano con sé, e poi si mette in galera l'anziana che, al supermercato, ruba qualcosa per poter sopravvivere alla fame. Non solo. Ma non ci sono mai neppure voci autorevoli di condanna, se non rare e comunque inascoltate e prive d'eco, in tali occasioni.

Apologia (Cit. Zanichelli): Esaltazione, elogio
Ovvero: è reato esaltare/elogiare il fascismo. Reato. Ricordiamolo.  

Io mi chiedo, poi, come si possa essere nostalgici di un regime che vietava qualsiasi tipo di libertà personale, che sopprimeva fisicamente non solo chi palesemente non era allineato ma anche chi si supponeva non esserlo, che ha allevato a suon di propaganda e olio di ricino due generazioni, che si basa sul razzismo, l'intolleranza, l'odio per il diverso. Nostalgici di cosa? E non mi venite a parlare dei treni in orario e delle paludi che mi salgono i conati.

Il fascismo e il nazismo, qui in valle di Susa come in tutto il mondo, hanno fatto solo vittime, portato la fame e la guerra, costretto allo sfollamento, messo fratelli e sorelle gli uni contro gli altri. La nostra Costituzione, quella che permette ai fasci di Predappio di sfilare, è stata scritta con il sangue di chi quel fascismo ha combattuto, trasversalmente, dai repubblicani ai comunisti, dai democristiani ai laici. Giovani uomini e donne che, invece di mettersi la camicia nera, hanno scelto di stare dalla parte giusta, dalla parte della libertà, della fratellanza, della tolleranza. Pagando con la propria vita, con quella dei propri cari, incarcerati, torturati, uccisi.

Il fascismo è stato violenza senza fine e noi non possiamo permettere che questo sia dimenticato. Non dovremmo permettere raduni, apologie, alcun cosa che abbia come finalità l'odio.

Vi cito questo estratto da un articolo di Adnkronos (http://www.adnkronos.com/IGN/Regioni/EmiliaRomagna/Tutto-esaurito-a-Predappio-per-90-anniversario-marcia-su-Roma_313835814284.html): Ben diverso il discorso tra fine agosto e inizio settembre, quando proprio Domenico accompagna i turisti a visitare la stanza che occupo' Mussolini: "Diciamo che almeno la meta' dei visitatori non e' composta da turisti solo curiosi, ma da veri e propri nostalgici del fascismo: si ripetono spesso scene con gente che piange o comunque si commuove o persino che bacia o abbraccia il busto del duce collocato nella stanza". 

Io ne ho vista tanta di gente piangere pensando a Mussolini ma non era nostalgia. Ho il ricordo dei miei vecchi e di tutti i partigiani (che la vita mi ha dato l'onore di conoscere) e so, anche se non c'ero, cosa sia stato il fascismo. Il fascismo è un ragazzo di 16 anni appeso e morto dissanguato con la lingua mozzata perché aveva fatto la "spia". Il fascismo sono gli innocenti ma non conniventi impiccati ai balconi di mio nonno. Il fascismo sono i bombardamenti di rappresaglia che hanno ucciso donne e bambini. Il fascismo è la paura che la generazione dei miei genitori si porterà sempre dietro per essere stati bambini ai tempi di Mussolini. Il fascismo è l'orrore di una madre che deve piangere il figlio ammazzato per strada e non può neanche portarselo via per lavarlo e dargli degna sepoltura. Il fascismo sono ragazzi ammazzati di botte, l'impossibilità di trovarsi in più di tre per strada, le leggi razziali.

Il fascismo è questo che vedete a sinistra. Ragazzi torturati, uccisi a forza di botte e poi lasciati insepolti. Ragazzi che le donne di San Giorio hanno lavato e ricomposto con un coraggio che solo le donne nella Resistenza hanno avuto.

Dovremmo essere nostalgici di cosa? Facciamo valere la nostra Costituzione. Indigniamoci.

Oggi, ora e sempre Resistenza.

martedì 25 settembre 2012

Tivù e romani

Torno oggi per condividere con voi alcune riflessioni riguardanti la televisione. Un paio di sere fa, sul tardi su Cielo, trasmettevano un serial intitolato "Spartacus, sangue e sabbia" (o qualcosa del genere). La trasmissione ha attirato la mia attenzione, nel parterre nullo della programmazione in seconda serata, perché c'erano, diciamocelo, decine di omaccioni muscolosissimi e seminudi che facevano finta di essere gladiatori.
Ora, io non sono certo Alberto Angela e non ho la pretesa di conoscere la vita ai tempi dell'antica Roma come lui, ma la messinscena mi è sembrata subito piuttosto poco aderente a quella che poteva essere la realtà di allora. In una mezzoretta di trasmissione mi sono fatta subito l'idea che il serial non fosse tanto studiato per "illustrare" un po' la storia (assolutamente irrilevante, pare, per gli autori) ma per soddisfare i pruriti di taluni adulti che fanno zapping la sera tardi con la speranza di trovare qualcosa di osé per addormentarsi contenti.
Non che ci sia nulla di male, per carità. Ma, nel frattempo che si osserva piacevolmente muscolosissimi uomini seminudi e unti che combattono o ancelle degne del consiglio regionale romano attuale (nella Roma descritta in tivù le persone non di bell'aspetto non sono contemplate), si potrebbe cogliere l'occasione d'imparare qualcosa.
Insegnare e informare, tuttavia, pare essere sempre meno di moda in tivù. Ma d'altra parte un popolo ignorante e poco informato, ormai lo sanno tutti, è molto più facile da governare con il populismo e le mazzette.