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mercoledì 28 agosto 2024

In cammino sulla Via Flavia

Ci è voluto un cammino (sulla carta 120 Km, nella realtà una ventina in più) per farmi tornare a scrivere. La definirei un'epifania. Quando cammini hai tempo per riflettere, osservare, respirare, sentire il tuo corpo che reagisce allo sforzo così come all'entusiasmo.

Senza nulla togliere ai viaggi meno impegnativi dal punto di vista fisico, il cammino (soprattutto se dura più di qualche giorno) è in grado di farti osservare la realtà da punti di vista differenti.

Siamo partiti un lunedì mattina di metà agosto, ma merita un paragrafo solo l'affardellamento dello zaino a casa. Quando in uno zaino da 60 litri devi far stare la tenda (che, però, si è caricata mezza mela nel suo), materassino, sacco a pelo, asciugamano, una giacca se dovesse piovere o far freddo, l'indispensabile per potersi lavare, torcia frontale, battery pack e piccole idiozie elettroniche ormai indispensabili, non resta molto spazio per la fantasia. Noi donne siamo facilitate dal fatto che il nostro abbigliamento sportivo estivo è solitamente piccolo e comprimibile. Comunque, io ho messo una canotta, due t-shirt, una felpa, un pantalone lungo e un leggin mezza gamba. Il pantalone corto l'ho messo per partire così come un'altra canotta.

Tornando a noi, siamo partiti un lunedì mattina presto di metà agosto per arrivare al confine della Slovenia sotto Trieste, a Lazzaretto, un po' prima dell'una.

Abbiamo posato l'auto, messo a spalle i due macigni e siamo partiti. Abbiamo seguito principalmente il GPX scaricato dal sito Ammappaitalia (https://www.ammappalitalia.it/) e, quando possibile, ci siamo affidati alle frecce gialle tracciate sul terreno o alle paline con il simbolo del cammino. In questo senso, alcuni tratti ci hanno un po' deluso perché senza GPX (pur non preciso, se posso dire) saremmo andati totalmente a caso.

Da Lazzaretto ci siamo diretti verso Muggia vecchia, seguendo i cartelli per la traversata muggesana. La prima tappa è un continuo saliscendi nell'entroterra. Sarebbero stati dislivelli poco impegnativi se non avessimo avuto il carico dello zaino e non ci fosse stato il caldo asfissiante della metà di agosto. Il cammino, su diversi siti, è dato come un percorso che si può fare anche in estate ma lo sconsigliamo fortemente. Meglio, perché più godibile, farlo a primavera inoltrata o ad inizio autunno.

A Muggia Vecchia c'è il Santuario (dove si può anche fare il primo timbro dedicato alla Via Flavia), che merita una visita. Bello il panorama sul golfo di Trieste e molto particolare il santuario, con affreschi ben conservati e alcune parti storiche molto ben valorizzate.

Piacevole la discesa verso Muggia, con alcuni percorsi che si prestano a fotografie d'effetto, per chi è amante di questa forma d'arte. La prima parte del sentiero, fino a qui, è segnalata con frecce gialle ben visibili. Diverso per la seconda parte, da Muggia fino a Bagnoli della Rosandra. 

Il campanile del Santuario
 di Muggia vecchia

Muggia è una cittadina  sul mare. Tra vie e vicoli si trovano la chiesa, il castello e diversi punti d'interesse. Il timbro ce lo ha fatto il bar nella piazza principale. Una cosa davvero apprezzabile di quella parte d'Italia è che i punti per l'informazione ai turisti sono pressoché ovunque. Il personale è molto gentile e disponibile. Lo stesso non si può dire di alcuni esercenti di bar e ristoranti ma, probabilmente, capita un po' ovunque.

Tra GPX e qualche indicazione, passando per Caresana e Dolina, siamo riusciti ad arrivare a Bagnoli della Rosandra. Lì, abbiamo piazzato la tenda in un microscopico parco giochi. Il bivacco, se non diversamente specificato, dal tramonto all'alba è sempre consentito. Noi abbiamo incuriosito alcuni residenti dell'edificio adiacente ma tutto sommato è stato un bivacco comodo. La notte è piovuto e ha tirato vento tuttavia al mattino, per fortuna, il maltempo se n'è andato. Abbiamo approfittato di un grande antico lavatoio per lavarci e fare il bucato e siamo ripartiti.

Da Bagnoli della Rosandra a Trieste si segue una pista ciclabile davvero stupenda. Abbiamo avuto la fortuna che il cielo fosse parzialmente nuvoloso perché molti tratti sono sotto il sole a picco. Il percorso segue, presumibilmente, un vecchio tracciato della ferrovia e alterna ponti con viste panoramiche a tratti boschivi. Si attraversa anche una galleria.

La ciclabile aggira un gran pezzo di Trieste. Il percorso all'interno della città non è segnalato per nulla, perciò ci siamo affidati totalmente al GPX.

A Trieste non ero mai stata. Mezza mela ci aveva fatto un raduno degli alpini ma non si ricordava niente (strano, eh?). E' una città imponente, molto asburgica. Se non ci fosse il mare ricorderebbe Torino per alcuni aspetti. E' bella di quelle bellezze dovute alla sua storia, per la presenza di cattedrali, monumenti e piazze di grande eleganza. Ciò nonostante, a me è parsa senz'anima. Non è una città in cui avrei voglia di tornare.

Il percorso segue, poi, il lungomare fino a Miramare. Il lungomare di Trieste merita un paragrafo a sé, soprattutto per chi non è abituato a taluni scenari. Il viale alberato dista dal mare pochi metri ed è separato da esso solo da una manciata di scogli. Il lungomare diventa così una vera e propria spiaggia pubblica dove triestini e turisti prendono il sole sdraiati sul lastricato in porfido, si buttano in mare e approfittano della tante docce messe a disposizione lungo il viale. In tanti chilometri percorsi sui tanti lungomare, gli stabilimenti balneari così come li conosco sono pochissimi.

La seconda tappa si conclude poco sopra il castello di Miramare. Il timbro ce lo hanno fatto, sia qui che a Trieste città, negli IAT. A Miramare abbiamo optato per trovare una sistemazione in un piccolo albergo. Più che altro per farci una doccia perché ne sentivamo seriamente la necessità.

Il castello di Miramare è un gioiello, con il suo parco pubblico verde e ben curato in cui si può passeggiare ammirando fontane, porticati, giardini e scorci d'effetto. Mentre cenavamo, abbiamo assistito al tramonto sul golfo e non si può negare che sapori di magia.

La mattina siamo ripartiti alla volta di Monfalcone. La prima parte del percorso fino a Duino è bellissima e molto ben segnalata. Si può fare la variante "alta" (quella che abbiamo scelto noi) oppure quella "bassa" che taglia fuori la passeggiata in cresta alle scogliere che danno sul mare. Unica pecca (nostra) è stato scegliere di percorrerla a metà agosto. Il caldo era tremendo e, anche se alcuni tratti sono boschivi, personalmente ho faticato moltissimo.


Un paragrafo lo merita anche il rifornimento d'acqua. Molto raramente si trovano fontane lungo il cammino. In certi casi, se non si parte preparati con una scorta sufficiente è difficile affrontare le tappe. I residenti conoscono alcuni punti in cui si possono riempire le borracce ma non sono segnalati in alcun modo. Questo, insieme alla mancata segnalazione del cammino lungo molti tratti, è certamente il difetto peggiore della Via Flavia. Anche trovare, semplicemente, un bar in cui fare rifornimento molte volte è impossibile.

Duino è un'altra piccola perla. Il castello (dove si può fare il timbro) si può visitare a pagamento, ma noi non siamo entrati perché appena giunti in loco è scoppiato un forte temporale estivo. Ci siamo rifugiati nell'androne di un condominio e, lì, abbiamo atteso che spiovesse. Poi ci siamo rimessi in cammino, perché la nostra meta era ancora lontana.

Dopo il temporale
Da Duino a Monfalcone c'è il tratto peggiore di questo cammino. Al di là del fatto che è tutto sotto il sole a picco e mal segnalato, attraversa una parte di territorio che non è bello in nessuna sua forma. Il piccolo tratto boschivo lo sarebbe se non fosse stato funestato due anni fa da un incendio di vaste dimensioni che ha lasciato solo devastazione e fusti anneriti. Si passa poi accanto all'autostrada su un sentiero talmente poco battuto che in certi punti si fatica a passare.

Si arriva, dunque, a Monfalcone attraversando parte del parco dedicato alle trincee della prima guerra mondiale che, avendo tempo e ancora forze, è visitabile e completamente protetto dagli alberi. 

Monfalcone è una città multietnica portuale dove predomina Fincantieri. Ha un centro molto accogliente e un porticciolo bellissimo, sul quale sorge un chiosco che serve cozze impanate paradisiache. Ce lo ha fatto conoscere una nostra amica bisiacca d'origine (così si autodefiniscono i cittadini di quella zona del Friuli), che ci ha ospitato a casa sua consentendoci di farci una doccia e dormire in un letto.

Da Monfalcone alla laguna di Grado, il percorso ritorna ad essere ben tracciato. Indispensabile avere acqua a sufficienza perché usciti da Monfalcone non c'è più traccia di fontane o bar per 23 Km. Noi, per sopravvivere sotto il sole cocente (il tratto è completamente esposto) abbiamo elemosinato acqua da un abitante di una piccola frazione impegnato in quel momento a tagliare l'erba a casa sua. Senza, non saremmo arrivati al Caneo dove si trova il primo bar. La prima parte di quei primi 23 Km è tutta lungomare. Per chi, come noi, è abituato a scenari del tutto differenti sembra di atterrare su un pianeta sconosciuto.

A Caneo abbiamo fatto conoscenza con un ragazzo del posto che ci ha portato a visitare un piccolissimo villaggio di pescatori che sorge proprio lì vicino. Piccole barche, reti da pesca, cigni e casette a misura di stagione. Veniva voglia di fermarsi lì. Poi, ci siamo diretti verso Fossalon di Grado dove abbiamo trovato, in un campeggio, uno spazio per piazzare la tenda.


Piacevole serata, nonostante la moltitudine di zanzare (una costante di tutto il percorso), e bellissima alba sulla laguna, prima di rimettersi in cammino per l'ultima tappa alla volta di Aquileia.

In questo tratto sbagliare strada è praticamente impossibile ma comunque il tratto è segnalato. Si arriva abbastanza in fretta a Grado che, a parer mio, vale tutto il cammino. Il centro storico è magnifico, pulito, ricco di scorci e di testimonianze storiche. La basilica di Sant'Eufemia è stupenda (lì abbiamo anche timbrato la nostra "compostela"). Accanto c'è il Battistero di San Giovanni, di epoca paleocristiana, e un'esposizione dei tanti reperti rinvenuti in loco.

Quando abbiamo terminato il giro turistico (anche se io mi sarei fermata almeno un giorno ancora) ci siamo diretti verso Aquileia, che è unita a Grado da una strada di 4,6 Km costruita in mezzo al mare. Caldo torrido a parte, percorrerla a piedi è un'esperienza indimenticabile. Ho chiesto a un signore del posto se talvolta, causa mare grosso, non fosse transitabile e mi ha detto che capita molto raramente, solo un paio di volte l'anno, quando la Bora soffia con forza.

Anche in quest'ultimo tratto sbagliare strada è praticamente impossibile. Si prosegue alla volta della cattedrale di Aquileia che già si comincia a vedere appena raggiunta la costa. Siamo entrati all'accoglienza per farci fare il timbro e ci saremmo aspettati di poter visitare la cattedrale gratuitamente, in quanto "pellegrini" con tutti i timbri del percorso. Invece, non è andata così e, dunque, seppur sapendo che i mosaici avrebbero meritato, abbiamo terminato il cammino senza entrare. Non per la spesa in sé, 10 euro a testa, ma per una questione di principio.

Il voto complessivo del cammino è sette. Più curato e meglio organizzato, con più accoglienza per chi si muove in tenda, arriverebbe sicuramente al nove. Comunque, camminare ci ha entusiasmato e abbiamo deciso che ripeteremo l'esperienza su altri percorsi al più presto. Per tornare a Lazzaretto con i mezzi (per riprendere l'auto parcheggiata al porto) ci abbiamo messo appena due ore e mezza. La zona è molto ben servita tra bus e treno e merita un plauso.




martedì 2 maggio 2017

Un giro in paradiso

Mi hanno regalato un giro in paradiso. Perché se esiste, per me, sarà così. Lassù dove ci sono solo le cime delle montagne, il silenzio e i ghiacciai. Là dove l'uomo può solo ammirare la bellezza pura della natura e rendersi conto della sua infinita fragilità.

Mi hanno regalato un giro sull'ottava meraviglia del mondo. Così si autodefinisce la Skyway, che in venti minuti (volati in un secondo) ti porta dai 1300 mslm di Courmayeur ai 3466 sulla catena del Monte Bianco. E, sicuramente, ci sono posti nel mondo in grado di rubarle il titolo ma per me lo è stata davvero una grande meraviglia.
Alle nove del mattino saliamo su questa avanzatissima ovovia, che ha due tappe e due campate. Durante il viaggio, l'ovovia gira su se stessa lentamente in modo da permetterci di vedere tutti gli scorci della montagna. E prima delle nove e mezza siamo su. Ci siamo noi, qualche sciatore e qualche alpinista in partenza per un'escursione in cordata.

 Ha fatto brutto tutta la settimana precedente. Farà brutto il giorno dopo. Ma quella giornata è tersa che sembra luglio. Niente vento, niente nuvole. Arriviamo in cima e guardare le Alpi mi commuove. Senza quella tecnologia, io, in quel posto, non sarei mai potuta andarci. Men che meno in questa stagione, che per salire ci vuole esperienza e attrezzatura e anche così non è roba per camminatori occasionali.

Io non ho mai amato i libri che parlano di montagna, tolte alcune eccezioni, ciò nonostante ho subito pensato a quale incredibile meraviglia deve essere stato, per tanti alpinisti, salire lassù e ancora più in alto con le sole proprie forze. Arrivati in cima al mondo, lassù, ho potuto immaginare quanto la loro fatica sia stata ripagata da uno spettacolo che, soprattutto se te lo sei guadagnato passo dopo passo, ti fa sentire microscopico e onnipotente allo stesso tempo.


Fino alle undici non ho fatto che ammirare quello spettacolo, scattando mille foto che non renderanno mai l'emozione che ho provato. Oltre a non essere un'alpinista non sono neppure una gran fotografa, diciamocelo.

Poi, a 3466 metri (un po' meno della cima del nostro Rocciamelone) è salito una mezza umanità e la punta Helbronner è diventata affollata come il prato del rifugio Amprimo nelle belle giornate di luglio. E non ci sarebbe nulla di male se chiunque si approcci a quel luogo ne avesse il dovuto rispetto.
Invece, renderlo accessibile lo fa meta di ogni sorta di persone: ragazzine che salgono in ciabattine, genitori con bambini appena nati, signori e signore con evidenti difficoltà di salute anche in pianura e via dicendo. Persone che si siedono al sole come fossero a Sauze d'Oulx e quelle montagne quasi non le vedono.

Io che mi sono rifiutata di uscire sul ghiacciaio, pur attrezzata da montagna, vista la mia inesperienza, da un lato; la signora che fa saltare il crepaccio sul ghiacciaio al bambino, tenendolo per mano (raccontato di prima mano da un gentilissimo ragazzo del personale), dall'altra.

A 3466 metri è già faticoso fare le scale se non si è proprio abituati. Tutto stanca più in fretta. Bisogna avere fisico e cuore. Prendere quell'ovovia è come salire su un autobus. Una ogni venti minuti, che neanche in città. Però l'escursione la senti. La sentiresti di meno se salissi a piedi quando il fisico ha il tempo di abituarsi. E invece, se vuoi, sali e scendi in meno di un'ora.

Comunque, è uno spettacolo. Un giro in paradiso. Perché se esiste, il mio sarà così. Magari senza tutto quell'affollamento. 





martedì 24 gennaio 2017

L'importanza di un punto

Perché, fondamentalmente, arriva il momento in cui si può mettere un punto.
E ricominciare, andando a capo.
O addirittura cambiando foglio.
Archiviare quello che è stato scritto e metterlo via, nella scatola, assieme a tutto ciò che avevamo già scritto in passato.

E quando si può mettere quel punto, dopo che tanto abbiamo speso tra risate e lacrime e sudore per scrivere quella storia, ci sentiamo smarriti e sollevati insieme. E' necessario abbandonare il pensiero di dover per forza trovare una conclusione ad effetto o di trarre una morale. Perché spesso non ci sono. Né una conclusione ad effetto, tanto meno una morale. E non esiste neanche la parola "fine", perché quella, alle storie che scriviamo, non la mettiamo mai. Può capitare che un giorno ci tocca di ritirare fuori un foglio e aggiungere qualche riga, fare qualche correzione.

Un foglio vuoto.
Regole diverse, tempi diversi, nuova terminologia, nuova trama.
Nuovi personaggi anche. Sebbene, di quelli passati, qualcosa resterà. Alcuni rivivranno nelle nuove avventure, forse uguali a loro stessi o forse trasformati, come eroi, antieroi o semplici comparse. Ne si esagererà i tratti, che serviranno a dare alla nuova storia una luce più viva.
Le pagine che scriviamo non sono che la proiezione della nostra crescita personale; una fotografia di quello che ci è piaciuto e vorremmo replicare o degli sbagli commessi, che cercheremo di evitare di ripetere.

Mettere un punto significa fermarsi, guardare il foglio vuoto e l'inchiostro rimasto nella stilografica, riflettere e fare un viaggio dentro noi stessi alla ricerca di cosa vorremmo davvero scrivere in futuro.
Perché non potremo mai fare a meno di ricominciare a scrivere fin quando potremo tenere la penna in mano. E' questa, in fondo, è la cosa davvero meravigliosa dell'esistenza.

venerdì 21 agosto 2015

Una me all'Expo

Sono mesi che non scrivo.
Oggi è un bel giorno per ricominciare.
Ho accompagnato mia madre e i miei figli (come diretta conseguenza) all'Expo di Milano.
Scrivo da qui. Mentre loro, tutti, sono in uno degli enne spazi di animazione bambini.
Come se servisse ancora dell'animazione. Ma tant'è.

Ma cominciamo da capo.
Mia mamma voleva andare all'Expo e portarci i miei figli (prima di morire, dice, come se dovesse accadere domani anche se, per fortuna, così non è) e siccome le voglio molto bene ho deciso, di mia sponte, di accompagnarla.

L'Expo è un carrozzone gigantesco, che parla del cibo come se mezzo mondo non morisse di fame per permettere a noi di ingrassare liberamente. 
Ci sono tanti padiglioni che non bastano giorni per vederli tutti. Se poi ti metti pure a leggere tutto quel che c'è da leggere converrebbe fare uno stagionale.
Bei messaggi: cibo per tutto il pianeta, agricoltura sostenibile, orti urbani, alimentazione corretta, attenzione alle provenienze ecc. Tutto grida vendetta in questo formicaio di persone che si ingozzano, buttano la roba a terra, si lamentano delle code, degli odori, del rumore, della gente. Perchè l'Expo è prima di tutto un bel manifesto pubblicitario per chi ha i soldi e il prossimo anno può decidere se andare in ferie in Argentina, in Kazakistan o in Vietnam.

C'è gente ovunque. Qui la crisi non esiste. È tutto digitale, luccicante, accattivante, colorato.

In un giorno si può vedere, sì e no, un decimo di quello che c'è da vedere. Una limonata costa due euro e cinquanta, un toast con le patatine e una bibita undici euro, un piatto striminzito di qualsiasi cosa tra i tredici e i venticinque euro, una birra piccola quattro euro, una Corona in bottiglia sei euro.
Se ci stai una giornata, in due o tre, cento euro si volatilizzano alla velocità della luce.

Alcuni padiglioni son belli, niente da dire. Luccicanti e ad alta tecnologia come piace tanto alla metà del mondo che ha potuto evolversi. Ma a me sembra di stare a Cinecittà. Ho quest'impressione da quando siamo entrati stamattina. La gente sorride, è felice, come quando va al circo. E io, come al circo, sento che c'è qualcosa di sbagliato in tutto questo. Senza neanche stare a pensare alla devastazione del luogo, alle ragioni etiche e a tutto quello di cui si potrebbe parlare ma di cui non parlo perchè non voglio scrivere un poema.

Qui non c'è pace. Tutto è sempre in movimento. In un padiglione ti mostrano un bimbo che muore di fame e in quello accanto dieci cuochi sudano per ore per assemblare migliaia di pasti in cucine a vista, con il cibo precotto (per forza!) stipato in contenitori di plastica come in una grande catena di montaggio. Ti fanno vedere l'agricoltura sostenibile e poi ti servono ogni sorta di vegetale a chilometro centomila. Ti fanno vedere le bestie ammazzate nelle macellerie a catena e poi giù hamburger, salsicce, bistecche che difficilmente provengono da animali allevati a terra sui verdi pascoli irlandesi.

Signori venghino all'Expo, venghino.
Più gente entra più bestie si vedono. 

domenica 17 agosto 2014

Sotto il segno del vento



È certamente il vento. Sono nata sotto il segno dl vento.
Per questo il vento mi piace e allo stesso tempo lo detesto. 
Il vento che soffia freddo e mi costringe al riparo e allo stesso tempo mi fa sentire viva.
Il vento che soffia caldo e mi toglie il respiro e allo stesso tempo mi carica di energie nuove.

Stasera il vento spazza un condominio. 
Le finestre sono chiuse. Quasi tutte. Occhi chiusi in una notte appena iniziata.
Intorno solo mura e una palma, piccolina, che ti chiedi perchè sta lì, in quel luogo che evidentemente non avrebbe mai scelto come posto in cui vivere.
É chiusa anche la finestra del tale che non fa che insultare la moglie - "Cazzo fai?", la roba più genitle - che se io fossi in lei già dovreste portarmi le arance. E me la immagino una sera, vestita come Uma, che con la katana fa saltare prima i suoi coglioni e poi la sua inutile testa. E invece lei sono almeno due decenni che sopporta e come fa lo sa solo lei.
É chiuso l'attico del tale che faceva sempre le grigliate e noi lo si invidiava un po' perchè avere il balcone non è roba da tutti, figuriamoci un attico su cui fare le grgliate e invitare gli amici. 

Il vento soffia. Subito sembra freddo ma alla fine non lo è. Ti accarezza il viso, le spalle. Poi va via. Il vento non è mica una roba che viene quando la vuoi. Il vento arriva e si fa amare oppure odiare e poi se ne va com'era venuto. É facile così, se ci pensi. 

Ma io sono nata sotto il segno del vento. E non c'é montagna, non c'è pascolo, non c'è città o periferia che mi faccia sentire a casa come il vento. Se in un luogo il vento soffia, lì c'é un pezzettino di me.


lunedì 4 agosto 2014

Il libretto d'istruzioni

Tolleranza: (Zingarelli) cit. Disposizione d'animo per la quale si ammette, senza dimostrarsi contrariato, che un altro professi un'idea, un'opinione, una religione diversa o contraria alla nostra / Atteggiamento comprensivo, indulgenza.

Spesso, sono i miei figli a far nascere in me riflessioni sul significato delle parole e sulla loro applicazione nel quotidiano. Oggi, in una giornata di particolare quiete, io e Alice abbiamo avuto una discussione sul cibo.
La premessa è che io adoro cucinare e che, a casa nostra, raramente si mangia due volte di fila la stessa cosa a meno che non ne sia avanzata veramente molta (prima regola, non sprecare). Alice ha dieci anni, il cervello di una sedicenne e le abitudini alimentari di un bambino di quattro anni. Mangia poco e non sarebbe gravissimo perché le basta ma sfortunatamente mangia pochissime cose.
Oggi, seduta davanti a una rolatina di pollo sembrava l'avessi condannata alla sedia elettrica. La conversazione che ne è seguita, frutto di una giornata particolarmente quieta che mi ha dotato di molta pazienza, è stata più o meno questa:

«Alice, a me piange il cuore quando ti vedo soffrire così davanti a un piatto di carne. Io non voglio costringerti a mangiare la carne. Ma se non mangi la carne, devi magiare sufficiente verdura e legumi. Se tu mi dici che la preferisci io ti cucino la verdura»
«La verdura... a me piace l'insalata, gli zucchini, le patate e i fagiolini»
«Non basta. Devi mangiarne più tipi»
«Io non li voglio i broccoli»
«Niente broccoli. Ma devi mangiare almeno i piselli, gli spinaci, le costine... se vuoi al mare facciamo questo esperimento. Io ti cucino il pesce che ti piace e la verdura in tanti modi e se la mangi io non ti propino più la carne»
«Ma a me la carne impanata e i McNuggets piacciono»
«E quelli continui a mangiarteli»
«Va bene»

Così proveremo.
D'altra parte Alice ha già le sue idee tutte chiare e noi cerchiamo di lasciarla crescere in autonomia. Lei è l'unica credente di famiglia. Va in chiesa e a catechismo nonostante abbia genitori (e non solo) praticamente agnostici. Quando è stata ora di scegliere la sua via, lo abbiamo chiesto a lei e lei ha deciso. Una scelta che noi rispettiamo portandola a messa e a fare la comunione e tutto il resto.
E mi chiedo quanti cattolici rispetterebbero una scelta inversa.
E mi chiedo quanti vegetariani o vegani rispetterebbero una scelta inversa. E ricordo una coppia vegan con un bimbo di un anno e mezzo che mi chiede di portar via la pasta con le cime di rapa e salsiccia su cui il bimbo si era avventato «perché "noi" siamo vegetariani».

Per questo mi è nata la riflessione sul significato di tolleranza. La tolleranza si comincia a praticare nel quotidiano rispettando le scelte dell'altro. Perché la libertà altrui può arrivare fino al punto in cui non lede la propria.
E' un punto di partenza sul quale sto investendo molto, con non poco sforzo e lavoro su me stessa. E sarebbe una menzogna dire che ci riesco sempre. E' molto più comodo dire «Adesso basta! Mangia la bistecca» o «Non mangiare la bistecca che hanno ucciso una bestia per mettertela nel piatto».
A volte bisogna essere tassativi con i bambini. Ma loro non sono noi e hanno il diritto d'essere diversi da noi, pur insegnando loro che ci sono valori sui quali misurare ogni scelta.

E sarebbe molto più facile se ci fosse un fottuto libretto d'istruzioni. Almeno sui passi base dell'essere genitori.

martedì 3 giugno 2014

Sfogotto

Ho seguito il voto. Ho faticato e sofferto. Ho sperato e mi sono disperata.
Un'altra analisi del voto non serve a niente. Soprattutto se la scrivo io che, ormai è evidente, sono fuori dal mondo. E solo per un caso, forse anche grazie a quelle due per persone che ho convinto, non sono nuovamente rappresentata da una forza extraparlamentare.
Per cui questo post non è un post serio (men che meno con velleità giornalistiche #sapevatelo) ma solo uno sfogo. A otto giorni dal voto. Uno sfogotto.

Elezioni europee. Ovvero "L'Europa non vuole l'Europa".
Di Europa non ha parlato nessuno. O quasi. Ci ha provato Tsipras. Solidarietà, unione, accoglienza, cambiamento senza sopruso sono concetti vecchi, che non convincono, che non fanno breccia nelle menti offuscate dalla crisi. E' più facile dire che siamo senza lavoro per colpa dell'euro e di quelli che vengono qui a rubarci il lavoro e a mettersi in graduatoria prima di noi per le case popolari. Se poi hanno la pelle nera, il velo, gli occhi a mandorla è ancora meglio. Non dovrebbero scappare dalla guerra, dal patriarcato, dall'oltranzismo. Dovrebbero avere la decenza di morire a casa loro, che tanto la tivù, se non muoiono in massa, neanche ci disturba.
In Europa ha vinto l'odio a prescindere. 
La valle di Susa ha dimostrato che si può scegliere una strada diversa. A mio parere, avrebbe potuto essere un po' meno politicamente cieca ma tant'é. Alla val Susa va il merito che pensa con la sua testa e solo così si fanno passi avanti.

Elezioni regionali.
E' stato eletto Chiamparino. Lo si sapeva. Chi pensava ci fosse gara si sbagliava. Non so perché abbia perso del tempo a fare campagna elettorale. Voglio dire oltre 100mila (centomila, ripetetelo tra voi) persone hanno votato la Bresso per mandarla in Europa. Dopo che è stata governatrice di Regione.

Elezioni comunali.
In generale, in valle di Susa, il voto ha dimostrato che non serve un referendum per dire che la valle è No Tav. Lo ha fatto con percentuali bulgare, talvolta, e risicate, in altri casi. Lo ha fatto soffrendo e dimostrando che la ragione, anche se ci mette tempo, può riuscire a contenere gli slogan.
Il mio piccolo comune di residenza, noto come Bruzolo, ha rieletto se stesso, come fa dal dopoguerra ad oggi (con la sola differenza che il rosso si è sbiadito man mano) come se ci fosse davvero un progresso. Si elegge il delfino del sindaco e poi il delfino del delfino del sindaco e poi il delfino del delfino del delfino del sindaco ... ed evito di reiterare ad libitum. Ogni altra analisi sarebbe inutile, per quanto attiene a questo sfogotto.

La morale è: li avete/abbiamo eletti? Mo' ve/ce li tenete/teniamo per un altro simpatico quinquennio.

sabato 12 aprile 2014

Non abbiamo imparato un cazzo... e scusate il francesismo.

Tra due settimane è il 25 aprile. Torneremo in piazza a ricordare la Liberazione dal nazifascismo con i fiori e le corone e il minuto di silenzio ma diciamoci la verità non abbiamo imparato un cazzo.

L'italiano medio non ha neppure idea di cosa sia il fascismo, di cosa sia stato e di quali efferatezze si sia reso protagonista. Prima, dopo, durante il Ventennio e ancora oggi. 
L'italiano medio non sa perché ci sono quattro deficienti che il 25 aprile si ostinino a ricordare e non gli importa. Gli importa solo che sia festivo e che magari si può fare il ponte e andare al mare o anche stare a casa, in fondo c'è crisi, senza dover sopportare colleghi, clienti o persone a cui rendere conto. Una bella grigliata che a Pasquetta era brutto.

Poi ci sono quelli che invece la Resistenza.
Quelli che la Resistenza è importante però i migranti vengon qui a rubarci il lavoro e noi li accogliamo e gli troviamo persino un posto non pulcioso dove dormire a 'sti morti di fame.
Quelli che la Resistenza è importante e poi quei quattro professionisti del disordine bisognerebbe buttarli sotto chiave che quel che han da dire a noi non interessa e sono choosy e non hanno più voglia di fare i lavori umili.
Quelli che la Resistenza è importante ma il Tav porta lavoro e simpatia e amore per tutti e i valsusini vanno spianati perché son quattro montagnini ignoranti che si oppongono al progresso e vogliono che stiamo fuori dall'Europa e se fosse per loro mangeremmo ancora i licheni.
Quelli che la Resistenza è importante ma l'Europa è tiranna e ha ragione il Veneto che vuole la secessione e chi fa i tank coi trattori nelle cantine sono degli eroi.
Quelli che la Resistenza è importante ma i ragazzi della Diaz se la sono cercata perché dovevano stare a casa che non è vero che un altro mondo è possibile e tanto meno che esiste un diverso modello di sviluppo.
Quelli che la Resistenza è importante ma mio figlio in una classe con due romeni e tre maghrebini non lo lascio perché vedi mai che prendano le malattie d'altra parte non sai mai.
Quelli che la Resistenza è importante ma io a casa non faccio niente perché c'è mia moglie che fa la serva e cresce i figli e pure lavora e io sto da papa.
Quelli che la Resistenza è importante ma la differenziata che palle non sarà mica il mio vasetto di plastica buttato nella carta a rovinare il mondo.
Quelli che la Resistenza...

... Ho tanta rabbia oggi in corpo. Perché lottare contro il fascismo è già difficile ma lottare con chi, in teoria, dovrebbe essere amico è sfinente.

Tra due settimane è il 25 aprile. Ricordiamo. Ma anche pensiamo.

Vauro

giovedì 20 marzo 2014

Io lo so, caro operatore telefonico

Caro/a operatore/trice telefonico/a.,
io lo so che sei costretto/a a fare un tot di telefonate al giorno altrimenti non ti pagano lo stipendio (misero) che il call-center per cui lavori ti passa non senza sfruttarti il più possibile a tutte le ore del giorno, grazie al precariato di cui ogni politico parla male salvo sostenerlo in ogni sua azione.
Io lo so che tu stai lì seduto/a a cercare di convincere decine di persone al giorno a comprare una cosa di cui quasi sicuramente non ha bisogno e in cui, sempre quasi sicuramente, tu non credi e di cui non te ne frega nulla. Lo so. Vendere è difficile, tanto più quando quello che vendi, tu, non lo compreresti mai.
Lo so che è difficile sopportare le villanie delle persone, ripetere cento volte le stesse frasi. Lo so, è alienante come stare in catena di montaggio a mettere su sempre lo stesso bullone. Lo so che magari pensi a casa, alle bollette, ai tuoi problemi e vorresti piangere e invece sei costretto a sorridere e a fingerti gentile.
Lo so che ti ascoltano, ti misurano e se non ci provi abbastanza ti lasciano a casa non rinnovandoti (non senza un paio di settimane di pausa per sfuggire alla legge che ti vorrebbe assunto) per l'ennesima volta il contratto a tre mesi.
Io lo so e sono dispiaciuta. Io lo so e per questo cerco di lottare per un mondo migliore quanto e come posso. Non solo per te ma per tutti e tutte noi, che abbiamo diritto non solo a un lavoro ma a un lavoro dignitoso.

Detto questo, se ti dico gentilmente che quello che mi proponi non mi interessa e te lo dico anche due o tre volte sempre con gentilezza e tu alzi la voce e mi dici che non capisco - mentre io capisco benissimo - la mia molta pazienza e la mia comprensione vengono meno. Soprattutto se stai chiamando all'ora di cena.

Caro/a operatore/trice, io non ce l'ho con te nello specifico. Ma la prossima volta mi passo per la governante che non ho e non mi posso permettere.

sabato 9 novembre 2013

Quiete e meraviglia

Scorcio della valle di Susa

Bisognerebbe scattare un milione di fotografie per raccontare il bosco in autunno. 

Ogni foglia ha un colore diverso, in continuo mutamento appena si sposta la luce, appena quelle due piccole gocce di rugiada vengono asciugate dal sole. Ci sono infinite tonalità di verde, giallo, marrone e rosso. Ci sono i grigi argentati dei riflessi, i grigi più spenti delle pietre, gli scuri della terra.

Ma non basterebbe comunque. Perché nel bosco d'autunno ci sono altrettanti profumi: quello del muschio che cresce sui sassi, quello dei funghi nascosti sotto le foglie e quello della terra umida. E come si possono raccontare i profumi con una fotografia? Come si possono raccontare i suoni? I rametti secchi che si spezzano sotto le zampe di qualche animale selvatico, il verso di un uccello infastidito dalla nostra presenza, il vento che muove le foglie.

Il bosco in autunno è un'esperienza capace di coinvolgere tutti i sensi. Quel vento che soffia lo percepisci anche sulla pelle e in una giornata con il cielo cristallino percepisci anche il chiaroscuro tra le foglie, il tiepido calore dei raggi novembrini, lo scarpone che si adatta alle asperità del suolo, attento a dove cammina.

L'autunno prepara il bosco all'inverno come una mamma che rimbocca le coperte ai suoi bimbi. Tutto, pian piano si addormenta e lascia il posto al riposo. Percorrendo i sentieri è grande la sensazione di quiete e meraviglia. Per quell'ultimo fiore che ha trovato la forza di sbocciare e per quegli alberi generosi, che sanno vivere e rinascere e accogliere ogni creatura.

Aspetto che cada la neve per ritornare sugli stessi passi. Per sentire come respira il bosco senza foglie. Per imparare ad amare il tempo e ad accettarlo, lasciando indietro tutto quello che non ha importanza, che non sarà mai un meraviglioso ricordo nella mia memoria.

sabato 26 ottobre 2013

Il rispetto delle regole

E' tanto che non scrivo. Ci sono periodi in cui riesco a vivere la vita e periodi in cui la vita vive me e non trovo il tempo che per l'indispensabile. E ce ne sarebbero stati di avvenimenti su cui avrei voluto dire la mia: la terribile tragedia dei migranti a Lampedusa e lo stupro di branco ai danni di una quindicenne durante una festa, tanto per dirne due. E poi mi sarebbe piaciuto commentare Servizio Pubblico di mercoledì sera, che è la prima vera uscita del Movimento No Tav in prima serata.

Invece voglio parlare di regole. Come genitore impieghi gran parte del tempo a cercare di spiegare ai bambini non tanto le regole quanto il perché esse vadano rispettate. Ai bambini (come agli adulti) piacerebbe vivere in un mondo dove le regole non ci sono e ognuno fa un po' quel che gli pare. Siamo noi, in prima persona, a rendere difficile loro apprendere il concetto con il nostro comportamento quotidiano. Mille piccole "infrazioni" alle regole che per un adulto rappresentano talvolta un modo per sopravvivere in un eccesso di regolamentazione mentre per un bambino sono di fatto un "via libera".

Non si tratta principalmente di infrazioni a norme e leggi (reati più o meno gravi) ma anche quelle legate al vivere civile. Non c'è nessuna legge che mi vieta di grugnire in faccia alle persone anziché salutarle, di non ringraziare chi ha fatto qualcosa per me o di schivare i baci di una vecchia parente, ma il vivere civile vuole - giustamente - che ci si comporti in maniera differente. Sembrano sciocchezze per un adulto ma sono il mondo dei bambini.
Per noi, infrangere le regole può significare "tagliare" una rotonda inutile installata apparentemente senza motivo in un incrocio, non richiedere una fattura per risparmiare qualche euro, scaricare un film o un disco da internet.
E' una proporzione. Ognuno di noi ha una linea che ritiene invalicabile ma al di sotto della quale ci sta un po' tutto. Il problema del rispetto delle regole è che ognuno ritiene giustificabile quello che sta sotto la propria linea ma ingiustificabile quello che sta sotto la linea degli altri. Per questo, è stata definita una linea comune (normalmente detta "legge") al di sotto della quale tutti possono fare un po' quello che vogliono. Solo che è una catena cortissima quella che resta.

Spiegare ai bambini perché bisogna rispettare le regole è difficile soprattutto perché noi siamo spesso cattivi maestri. Ai bambini le spiegazioni non importano molto. Non le capiscono, non le memorizzano. Per loro vale la forza dell'esempio. Ma essere integerrimi nel mondo di oggi significa pagare un prezzo altissimo, non solo in termini economici ma anche personale. Spesso mi domando se sia davvero possibile e mi chiedo come potranno essere i miei figli tra quindici o vent'anni quando la vecchia parente sarà morta e a loro, di schivare quel bacio, non importerà più nulla.

venerdì 13 settembre 2013

Il geco e il Tav

Tivù, giornali, radio, web. In questi giorni, tutti parlano nuovamente di Tav. Si dà in qualche modo per scontato (anche se l'esperienza insegna che dare per scontato non porta lontano) che gli attentati alle ditte che lavorano sui cantieri dell'alta velocità a Chiomonte siano opera di sedicenti attivisti appartenenti alla lotta valsusina contro il treno veloce.

Stamattina a "Il geco" su Radio Capital, la domanda che veniva posta agli ascoltatori era: "Treno alta velocità Torino-Lione continuano le tensioni. Da luglio sono 13 gli attentati contro le aziende e i cantieri. 2 milioni di euro di danni. I 130 operai delle 26 ditte che lavorano all'opera si sentono in pericolo. E' arrivata la solidarietà di Napolitano. Ci chiediamo e vi chiediamo: è giusto usare la violenza contro le ditte che lavorano al TAV? Quando finiscono nel vuoto le proteste pacifiche si può andare oltre? In che modo si possono fermare le tensioni?" (Per chi ha Facebook https://www.facebook.com/IlGecoRadioCapital?fref=ts).

Ciò che mi ha colpito particolarmente non sono state le posizioni degli ascoltatori - comunque in gran parte possibiliste sul sabotaggio anche se lontane centinaia di chilometri dalla valle - quanto l'assunto da cui partiva la trasmissione ovvero, in sostanza, il Tav non serve più (se mai serviva 25 anni fa), costa un sacco di soldi pubblici che non ci possiamo permettere però l'opera è decisa e la democrazia vuole che si segua la volontà della maggioranza (che per qualche motivo si dà per scontato sia Si Tav).

Tutti sono contrari alla violenza (mi sembra palese) contro le cose e soprattutto contro le persone. Puoi chiedere a mille persone. Tutti ti diranno che la violenza è male, che va scongiurata, che va allontanata con il dialogo e con il supporto. Mi aspettavo un plebiscito di prese di distanza e, invece, ho ascoltato numerosi "tuttavia". La violenza (contro le cose, beninteso) è male tuttavia il primo violento è lo Stato. La violenza è male tuttavia se non c'è altro modo di farsi sentire... Insomma ho sentito testimonianze cariche di rabbia contro uno Stato che non sa dare risposte alle necessità effettive ma che s'impunta laddove inutile se non dannoso.

Stamattina sarebbe stato bello intervenire - io non potevo e me ne dispiaccio - per ricordare all'Italia tutta alcune piccole cose che io credo fondamentali:

a) A Chiomonte non si sta scavando il tunnel sotto il quale passerà il treno veloce. A Chiomonte si sta facendo in sostanza poco più che un sondaggio geognostico, che se va bene fungerà da discenderia. Ovvero, se stessimo costruendo una casa, staremmo facendo un buchetto per vedere se le fondamenta staran su o invece crollerà l'edificio.

b) Per cominciare a fare questo "buchetto" ci han messo 20 anni. Dicevano che il traffico merci su rotaia sarebbe cresciuto, triplicato, raddoppiato - spostando di cinque anni in cinque anni il punto di risalita - e invece non ha fatto altro che scendere. Ora dicono che dal 2035 si decuplicherà, il traffico. Ma chi può crederci ancora?

c) Per fare questo "buchetto" stanno togliendo risorse in ogni dove: scuola, sanità, trasporti locali, servizi. 

d) Questo "buchetto" costerà alla valle di Susa e alle tasche degli italiani tutti non solo i 25 miliardi di euro (cifra definitiva?) ma un danno ambientale incalcolabile, che in un'epoca in cui si torna pian piano alla terra e al territorio non è certo assennato fare.

e) Giusto per curiosità, mi piacerebbe sapere in quanti decenni pensano di ammortizzare la spesa affinché ci sia una ricaduta positiva sul territorio. Se io, a casa, compro un pannello solare è perchè penso che in tot anni il risparmio ripagherà l'investimento e poi io ne trarrò benefici in termini di euro nel portafogli oltreché ambientali. Quanto tempo servirà in questo caso?

Lo Stato in valle di Susa si gioca la faccia. Si è troppo esposto per dire "Adesso basta, non se ne fa più niente". Anche fosse per motivazioni economiche o tecniche innegabili. Le ragioni si possono solo immaginare e non voglio darle per scontate. In questo contesto, ormai compromesso dall'impossibilità di tornare indietro anche se la ragione stesse lì, la valle di Susa vive e l'Italia tutta dovrebbe ragionare.

sabato 17 agosto 2013

Lo Stato siamo Noi?

Un porto che non viene sistemato per mancanza di fondi a Imperia. Un ponte che non viene sistemato per mancanza di fondi (con difficoltà notevoli per i cittadini) in un altra cittadina ligure. Guardare il Tg regionale in Liguria un po' mi riconcilia con il tiggì regionale (almeno riconcilia la piemontese che è in me) e un po' mi fa arrabbiare. Se ciascuno di noi avesse l'opportunità di guardare ogni giorno un tiggì regionale diverso si renderebbe ancor più conto di quanto sia importante fare sistema tra cittadini, per capire dove lo Stato toglie e dove lo Stato vuole mettere.

Questo Stato continua a togliere dappertutto nelle "piccole" (e poi discutiamo delle dimensioni) opere utili a tutti, nella scuola (tanto le famiglie cercheranno sempre di spendere per far studiare i figli), nella sanità (non la spendi una milionata o meglio ti indebiti se c'è in gioco la tua vita o quella di tua figlia?) e nei servizi per metterli laddove è sempre più evidente non servano a nulla. Questo Stato dà l'impressione di stare deliberatamente cercando di rimetterci nella condizione di povertà sociale, economica e culturale del primo dopoguerra - ma senza le medesime speranze nel futuro - perchè si arrrivi a vivere di niente e con niente, ad accontentarci di niente e a morire per niente. Perchè ci sia gente che continui ad avere tutto, a usare tutto (soprattutto il pubblico) come fosse privato e ricatti la povera gente dicendo loro che andrà a spendere altrove i suoi soldi.

Questo Stato non rappresenta nessuno. Non aiuta le aziende e tanto meno i lavoratori. Non aiuta le donne e tanto meno le categorie sociali più deboli. Non aiuta le famiglie e tanto meno le unioni di fatto. Non aiuta nessuno se non chi i soldi li ha e può continuare a spenderli come meglio crede.

Questo Stato - ultimamente lo dico ogni legislatura - è peggio di quello precedente o nella migliore delle ipotesi uguale. E io non capisco perchè le persone non si arrabbino. Siamo italiani, d'altronde, ci lamentiamo ma la poltrona è sempre comoda, la famiglia sempre accogliente e siam semre pronti a perdonare i furbi se son simpatici.

Mi ricorda la lotta dei coltivatori in valle di Susa perchè il torinese che raccoglie le castagne pensa che sian sue perchè non c'è chi gli spara se le prende ma c'è chi ha lavorato tutto l'anno per far cscere i marroni e con fatica. O quelli che qui, al mare, alle sette piazzano dieci brande sulla riva e si presentano alle undici pensando che la spiaggia sia loro perchè è pubblica.

Lo Stato siamo noi. Ci riflettiamo su?

mercoledì 31 luglio 2013

Leggere Lolita a Teheran

L'ho cominciato tempo addietro ma l'ho abbandonato due volte per due libri più "facili" e ora che sono riuscita a finirlo mi spiace non avergli concesso subito il tempo e l'attenzione che meritava. "Leggere Lolita a Teheran" di Azar Nafisi (Adelphi, 10 euro) racconta la rivoluzione iraniana vista attraverso gli occhi di una donna nonché insegnante di letteratura inglese all'Università, ovvero (cultura, donne e occidente) tutto quello che l'islamismo di Komeini ha cercato di annullare quanto più possibile.

Azar Nafisi è un'insegnante che non condivide, come la gran parte dei laici, la linea politica del governo di Komeini e si interroga. "Mi trovavo in un bel dilemma. Se avessi rifiutato, abbandonato i giovani alla mercé di un'ideologia corrotta, sarei stata considerata da alcuni una traditrice. Ma se avessi lavorato per un regime che aveva rovinato la vita di tanti colleghi e studenti, agli occhi degli altri avrei tradito ciò in cui credevo".

Si interroga sul suo ruolo di insegnante così come di donna e fino all'ultimo si rifiuta di farsi imporre un velo che per lei, laica, non ha significato. Si interroga sui diritti negati alle donne e sul ruolo di quelle stesse donne all'interno della famiglia e della rivoluzione. "Prima che Farideh scegliesse la clandestinità e si unisse al suo gruppo rivoluzionario, fuggendo all'inizio in Kurdistan e poi in Svezia, noi tre ci ritrovavamo spesso a discutere di letteratura e politica, a volte fino a notte fonda. In politica Farideh e Mina erano agli estremi - una era marxista militante, l'altra una monarchica convinta. Ciò che le univa era l'odio incondizionato per il regime".

È un libro ricco di particolari che riescono a farti immergere in un mondo per noi lontano e, a volte, incomprensibile. Un mondo che in quindici anni, tra il regime di Komeini e la guerra contro l'Iraq, ha cambiato volto e non in meglio. Ma si era donne e madri anche in quel periodo e così Azar Nafisi scrive: "Quando nacque mia figlia la accolsi come un dono, che in qualche modo misterioso mi aiutò a non impazzire. Eppure non riuscivo a darmi pace, e il pensiero che i loro primi ricordi, a differenza dei miei, sarebbero stati inquinati da quanto ci succedeva intorno non smetteva di tormentarmi".

La letteratura inglese è l'altra chiave. Un'altra chiave che il regime vedeva aprire le porte di Satana poiché proveniente da quel mondo occidentale che cercava in ogni modo di annientare. Henry James, Bronte, Austen sono un modo per resistere e anche un modo per interpretare il presente. Talvolta la Nafisi si perde un po' in queste parti di lettura e rilettura dei testi tuttavia serve al lettore per capire il suo modo di vedere e vivere l'Iran.

Non è un libro a cui si può dedicare una lettura superficiale. Pretende attenzione e lo sconsiglio a chi ha bisogno di continui colpi di scena. È uno spaccato di un recente passato che, personalmente, ai tempi non avevo cercato più di tanto di approfondire e non so se per la mia giovane età o l'esorbitante distanza culturale. "Leggere Lolita a Teheran" mi è piaciuto e mi ha dato nuovi spunti. Fatemi sapere che ne pensate, se lo leggerete o l'avete letto.

martedì 30 luglio 2013

Il fazzoletto della 42esima Garibaldi ed io.

Lontana dalla valle di Susa, seguo con gli occhi di altri (amici ma anche articoli di giornale di cui ben conosco il taglio) ciò che accade in questi giorni. Penso al foulard della 42esima Garibaldi che ho lasciato a casa - quando si va in vacanza non si può portare tutto, anche se io ci vado vicino - e che oggi vorrei poter indossare. Mi sembra incredibile e assurdo che alcuni compagni e compagne, con cui ho condiviso tanti momenti di vita, possano essere stati indagati come "terroristi o eversori" e che una delle prove di cotanta eversione possa essere il fazzoletto della nostra sezione Anpi.

Un fazzoletto, una felpa, una bandiera. Sono i simboli che spaventano, più delle azioni e delle persone. Perchè una persona si può zittire; un'azione si può censurare o condannare ma un simbolo resta al di là del singolo e del tempo. Allora si prova ad associare il simbolo a qualcosa di innegabilmente sbagliato, per farlo diventare meno importante o per intimidire chi in quel simbolo crede.

Quel fazzoletto, per la nostra sezione Anpi, rappresenta tutti gli insegnamenti che i nostri partigiani ci hanno lasciato, i loro sacrifici e la loro memoria. Rappresenta una generazione di giovani che ha messo in gioco la propria vita per liberarci dal regime fascista e da tutto quello che di orribile ha significato. Rappresenta la voglia di libertà, di democrazia e di partecipazione. Rappresenta la forza di liberarsi dai soprusi, per essere tutti liberi ed uguali, per avere tutti le medesime opportunità. Valori che valevano ieri come valgono oggi, immutati, anche se devono confrontarsi con un contesto storico diverso.

Quel fazzoletto è un simbolo che tutti noi portiamo con orgoglio e che non fa di noi, nemmeno in parte, dei terroristi o degli eversori. E rifiuto anche la sola idea che tale accostamento sia fatto, appositamente, per essere esteso a tutti coloro che condividono i valori che quel rosso porta con sè.

domenica 28 luglio 2013

Turisti come gallinelle da spennare...

Ciclabile di Arma, pedalando verso Sanremo. Ci fermiamo in un baretto, che affaccia proprio sulla ciclabile... Ci sono le rastrelliere per la bici e i tavolini. Tre gelati - confezionati, della Motta, non sciolti - e mezzo litro d'acqua fanno sette euro. Massimo mi dice: vedi perchè non c'era il tabellone dei gelati per sceglierli? Se ci fosse stato avrebbero dovuto venderli a prezzo imposto.
Non ero lì vicino quando quattro inglesi sono andati a comprare i gelati. Chissà quanto glieli avrà fatti pagare, il ladro.

Da Marina degli Aregai a Sanremo, laddove c'erano i binari del treno - spostato nell'entroterra - hanno realizzato una bella pista ciclabile. Bella per essere una ciclabile italiana, s'intende. Un'idea straordinaria e naturalmente la ciclabile è frequentatissima, soprattutto dalle famiglie poichè i pericoli sono decisamente inferiori al circolare sulle strade. Ci sono tanti bike rent, che lavorano bene e tutto sommato non costano neppure cari.

Poi ci sono i ristoratori, liguri e no, e i gestori del bar che spennano le persone quanto più possibile e in ogni modo, rovinando tutto il lungo e lento processo di attrazione del turista - straniero come italiano - che andrebbe fidelizzato, trattandolo bene e con rispetto. In periodo di crisi, poi, spennare chi sceglie la bicicletta e non chi scende dai lussuosi yaght che battono bandiera straniera nel porto di Sanremo è veramente meschino.

Naturalmente quel gestore di bar non vedrà mai più un mio euro ma mi resta l'amaro in bocca pensando a quante altre persone penseranno male dei liguri e della Liguria dopo essere stati lì come in altri numerosi locali della Riviera.

venerdì 14 giugno 2013

Non so niente di te

Ho appena finito di leggere un libro molto bello che consiglio vivamente e che mi ha fatto fare un sacco di riflessioni sul "downgrade", sull'essere genitori, sulla ricerca di se stessi e del proprio ruolo nell'esistenza umana. Il libro si intitola "Non so niente di te" ed è l'ultimo romanzo di Paola Mastrocola. Del libro, posto la copertina ma non vi dirò nulla se non che vale davvero ogni pagina (edito da Einaudi, non è propriamente economico al prezzo di 18,50 euro) e che, a dispetto del titolo, non ha nulla di romantico se non le pecore. Sì, le pecore. Non capre. Pecore, preziosissime pecore Shetland.

Vi dirò invece delle riflessioni che mi ha sollecitato. La prima riguarda il cosiddetto "downgrade" ovvero la scelta di alcune persone di abbandonare professioni ambite o ben pagate per tornare a vivere con professioni più umili ma più umane, più solidali, più naturali ma certamente meno remunerate. Se il downgrade professionale è certamente un lusso, sono convinta che tanti di noi potrebbero permettersi un downgrade quotidiano negli usi delle cose per ridurre gli sprechi e razionalizzare le risorse, partendo dall'eliminazione degli acquisti che si fanno solo per "status symbol". Non starò a fare degli esempi. Non che non ce ne siano ma credo sia riduttivo e rischi di concentrare il problema su questo o quel prodotto in particolare, quando invece, dai vestiti al cibo, dalla tecnologia ai mezzi, dallo sport all'arte è sufficiente pescare nel mazzo.

A me non piace buttare via. Sono un po' fissata. Ma vivere in un continuo usa e getta credo sia fortemente negativo, non solo per noi ma soprattutto per le generazioni future a cui non daremo alcun insegnamento costruttivo e a cui lasceremo un mondo stracarico di rifiuti.

Essere genitori è anche questo, per me, insegnare al rispetto. Non solo delle persone ma anche delle cose, del lavoro che sono costate a chi le ha fatte e a chi le ha comperate. Non è facile in un mondo che butta sul mercato ogni giorno una nuova moda, un nuovo oggetto del desiderio di cui sembra che nessuno possa fare a meno. E' una battaglia continua, immane. La cosa più difficile è insegnare ai propri figli a stare bene con se stessi anche se non hanno la griffe o l'oggettistica del momento, anche se in teoria ce la potremmo pure permettere. Insegnare loro a essere indipendenti. La vita è una lunga ricerca di sé. Ci sono persone fortunate che si trovano subito. Altre che non si troveranno mai ma che, forse proprio per questo, aiutano tante altre nella ricerca. 

Il libro della Mastrocola mi ha fatto riflettere anche su questo e su quanto sia difficile essere genitori e su quanto sia complicato capire quando è giusto che l'uccellino voli con le proprie ali e se necessario cada e si faccia male. Essere genitori - e madri in particolare - è il mestiere più difficile in assoluto perché la paura di essere almeno corresponsabili se non responsabili di qualsivoglia errore dei figli è difficile da dominare. Da figlia, so che mia madre e mio padre non sono responsabili dei miei errori ma, da madre, non riesco ad alleviare quel peso. Perché, in fondo, è così poco quello che sappiamo degli altri. Anche quando crediamo di conoscerli bene.

giovedì 6 giugno 2013

Una montagna di libri (ma non solo) contro il Tav

Questo fine settimana, a Bussoleno, si terrà la seconda edizione di "Una montagna di libri contro il Tav" ovvero una grande rassegna culturale e un'occasione per guardare alla valle di Susa e alla sua lotta più che ventennale contro la Torino-Lione sotto un punto di vista diverso dal solito. Una fiera dell'editoria all'aperto, condizioni meteo permettendo, e un momento di discussione e approfondimento con autori ed editori.
Domenica si tornerà in Clarea dove le parole dei racconti e degli autori accompagneranno quei percorsi compiuti ormai centinaia di volte, fino a quel cantiere, ferita aperta e sanguinante nel cuore della valle.

Io non sono una scrittrice ma, per questa occasione, voglio condividere con voi alcuni pensieri. Chiamiamolo un racconto, se volete, sul mio personale legame con questa valle meravigliosa e ostile al tempo stesso.

Radici

Ci sono persone che nascono con le radici. Nascono in un posto e subito sanno di appartenergli. Sarà che io son nata in un paese della seconda cintura di Torino, simile ad altri cento paesi di cintura, ma non ho mai pensato che nel posto in cui sono nata avrei trascorso la mia vita. Pensavo di essere una persona senza radici, incapace di affezionarsi a un luogo, seppur bello. Ci sono persone così, che amano viaggiare, che amano i luoghi ma che non stringono con essi alcun legame se non quello del ricordo.

Poi un giorno, 12 anni fa, sono approdata in valle di Susa per restare. C'ero già stata tante volte ma solo di passaggio. Sono venuta qui e, come una piantina che finalmente trova il terreno giusto, ho messo pian piano radici. Non me ne sono quasi accorta. A un certo punto mi è sembrato di voler andare e non ho più potuto. Qui ho costruito legami solidi e intensi non solo con le persone ma con i luoghi, con le tradizioni, con il passato. Sono diventati anche un po' miei e io ormai appartengo loro indissolubilmente. Quella piantina si è rafforzata grazie al terreno da cui ha trovato nutrimento e così io devo molto a questa valle e tento, come posso, di restituirle qualcosa, di proteggerla da chi non la rispetta, da chi la calpesta, la strazia, la umilia.

E' una valle meravigliosa la valle di Susa. Ostile anche. E dura, a volte. Come la sua gente, che da questa terra ha assorbito pregi e difetti. E' una valle resistente come la roccia delle sue montagne, perché un'altra terra sarebbe già morta al suo posto. Invece lei tiene duro e noi con lei. Ogni mattina, vado sul balcone, guardo le montagne e capisco che anche se dovessero strapparmi via di qua, le mie radici affondano già talmente tanto in questa terra che un pezzo di me resterebbe comunque in valle di Susa.

venerdì 17 maggio 2013

Stop homophobia

Oggi è la giornata mondiale contro l'omofobia e la transfobia.

Voglio celebrarla con una "chicca" di conversazione avuta con una persona (italianissima) - che il 100% delle persone non avrebbe alcun problema a definire rispettabile, gentile ecc ecc - parlando, post trasmissione televisiva, di Wladimir Luxuria.

Persona (P): «Ah guarda mi fa venire un nervoso...»
Io: «Perché?»
P: «Una volta quelli come lui mica vivevano a lungo, quelli con un handicap» (mima un calcio dalla rupe a mo' di spartani)
Io: «Ma guarda che essere transessuali non è mica un handicap»
P: «Magari no ma dovrebbero stare a casa loro non andare in tivù»
Io: «In un posto con delle gabbie, cartelli e un percorso guidato, no?» (detto OVVIAMENTE con tono ironico)
P: «Oh beh, no... ma a casa loro... perché se hanno un problema fisico non mica colpa della collettività»
Io: «Ma veramente... non hanno nessun problema fisico. Hai più problemi fisici tu»

La morale è che con chi ha i paraocchi non si può discutere. Il pregiudizio è talmente radicato da cancellare ogni forma di ragionevolezza. Bisognerebbe organizzargli un gay pride sotto casa ogni settimana.

Siamo tutti differenti. Questa è la vera, grande, inestimabile ricchezza di questa umanità.