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venerdì 16 novembre 2018

Memoria corta e fine mese

Il problema degli italiani è la memoria corta.
Seriamente.
Mica la memoria storica - quella è fantascienza - che dovrebbe discendere dallo studio della storia. No, proprio la memoria normale, poco sopra il livello "a breve termine".
Oppure la coerenza.
Ma credo più la memoria.
Perché l'incoerenza mica sempre è qualcosa di tragico. Io capisco di avere sbagliato, ne prendo coscienza e cambio. Sono, sì, incoerente con il me stesso del passato ma ho affrontato un percorso di crescita.
Ecco.
L'incoerenza definita come "dico una cosa e ne faccio un'altra" è tragica. Ma nella maggior parte dei casi succede per convenienza (più che altro economica) e, dunque, esula da questo discorso.
Dunque, il problema degli italiani è un problema di memoria.
Non si ricordano, a causa della patologia, le cose successe due, cinque, dieci anni prima e così, taaaac, ricadono negli stessi errori di prostrarsi di fronte a chi promette loro un tozzo di pane in più. Tozzo di pane che poi, peraltro, nemmeno gli dà. Ma all'italiano basta la promessa.
Te lo prometto, parola di lupetto, un lavoro stabile (o due milioni di posti di lavoro), il reddito di cittadinanza (o la soglia minima, o gli 80 euro), la sanità più accessibile che l'ecografia la fai prima di tre anni, la scuola più bella (non dovrai neanche pagare la carta igienica se tuo figlio vuole andare in bagno)...
Ogni volta l'italiano dà fiducia alle promesse impossibili. 

Perché lo sa che sono impossibili.

Perché se a casa entrano 1000 euro di stipendio e 400 li spendi di affitto, 400 di spesa per mangiare e 200 di bollette varie ed eventuali (più gestione dell'auto?), sei già sotto di 100 euro e se prometti a tuo figlio le Nike lo fai già sapendo che o menti spudoratamente o dovrai vendere la fede per comprargliele. Oppure puoi contrarre dei debiti, ma sai che a una certa nessuno ti concederà più prestiti.
Lo Stato non è diverso.
E' solo più grande e complicato. E quando mamma e papà avevano un sacco di entrate perché c'erano i figli che guadagnavano bene, c'era comunque il figlio pigro che rubava i soldi pensando che nessuno se ne sarebbe mai accorto, c'era il papà che comprava la Ferrari perchè ci faceva più bella figura coi vicini e la mamma che voleva nel giardino la pietra di Luserna invece di quella di Mattie perchè solo il nome fa tutta un'altra figura.
Poi la famiglia si è ingrandita e non ci sono più i soldi perchè chi doveva fare la "formica" s'è magnato pure il formicaio.
E ora il papà e la mamma possono pure promettere le vacanze a Formentera ma alla fine si resta a casa ad agosto, perché neanche la benzina si possono permettere. I quattro soldi che mamma e papà hanno a disposizione non vanno a prenderli dal figlio ladro e pigro ma da quello che ha un lavoro sottopagato o magari due lavori sottopagati e neanche può permettersi di andare a vivere con la fidanzata. E' meno faticoso. Meno problemi. Alla fine chissà mai, magari quell'altro alza le mani.
Poi papà insulta un figlio: sei diverso.
Mamma ne insulta un altro: sei stupido.
Normalmente sempre il figlio che lavora. 
Il ladro pigro è alle Bahamas.
E cosa succede? Quando bisogna rieleggere mamma e papà, l'italiano dimentica tutto. Un bacino sulla bua e un piccolo lifting di mamma e papà e prometto, parola di lupetto, sarà tutto diverso.
La memoria corta è una patologia grave.
Chissà se c'è una cura. 

martedì 24 gennaio 2017

L'importanza di un punto

Perché, fondamentalmente, arriva il momento in cui si può mettere un punto.
E ricominciare, andando a capo.
O addirittura cambiando foglio.
Archiviare quello che è stato scritto e metterlo via, nella scatola, assieme a tutto ciò che avevamo già scritto in passato.

E quando si può mettere quel punto, dopo che tanto abbiamo speso tra risate e lacrime e sudore per scrivere quella storia, ci sentiamo smarriti e sollevati insieme. E' necessario abbandonare il pensiero di dover per forza trovare una conclusione ad effetto o di trarre una morale. Perché spesso non ci sono. Né una conclusione ad effetto, tanto meno una morale. E non esiste neanche la parola "fine", perché quella, alle storie che scriviamo, non la mettiamo mai. Può capitare che un giorno ci tocca di ritirare fuori un foglio e aggiungere qualche riga, fare qualche correzione.

Un foglio vuoto.
Regole diverse, tempi diversi, nuova terminologia, nuova trama.
Nuovi personaggi anche. Sebbene, di quelli passati, qualcosa resterà. Alcuni rivivranno nelle nuove avventure, forse uguali a loro stessi o forse trasformati, come eroi, antieroi o semplici comparse. Ne si esagererà i tratti, che serviranno a dare alla nuova storia una luce più viva.
Le pagine che scriviamo non sono che la proiezione della nostra crescita personale; una fotografia di quello che ci è piaciuto e vorremmo replicare o degli sbagli commessi, che cercheremo di evitare di ripetere.

Mettere un punto significa fermarsi, guardare il foglio vuoto e l'inchiostro rimasto nella stilografica, riflettere e fare un viaggio dentro noi stessi alla ricerca di cosa vorremmo davvero scrivere in futuro.
Perché non potremo mai fare a meno di ricominciare a scrivere fin quando potremo tenere la penna in mano. E' questa, in fondo, è la cosa davvero meravigliosa dell'esistenza.

sabato 1 novembre 2014

Halloween e Colombo

Halloween. 
Stamattina, leggendo i commenti di alcuni amici e conoscenti su questa festa, mi è venuta da fare una piccola riflessione. Prima di tutto sulla festa in sè. Halloween non è una nostra festa ma, a dirla tutta, neppure una festa statunitense perchè la tradizione vera è anglosassone. Si festeggiava Ognissanti intagliando rape e mettendoci dentro un lanternino ma siccome gli americani le rape non ce le avevano e, invece, avevano un sacco di zucche si sono presi una licenza poetica. Solo recentemente ha preso la dimensione di festa dedicata soprattutto ai bambini e solo in alcuni Paesi. Era un modo per celebrare l'arrivo dell'inverno, per allontanarne la paura. In qualche modo la festa inversa rispetto all'Ors di Mompantero.

Halloween non è una nostra festa, va bene, ma la rilevanza di questo fatto è nulla. I pomodori li mangiamo eppure non sono una nostra verdura. Senza Colombo, i navigatori e la loro ostinazione non avremmo neppure il mais. É l'effetto della globalizzazione. Lamentarsi che non sia una nostra festa, a mio parere, è inutile e antistorico.

Poi ci sono alcuni cattolici che sostengono che Halloween non sia da festeggiare perchè è la festa del diavolo, perchè si sbeffeggia la morte. Curioso, da parte di una religione che sostiene che risorgeremo tutti in un tempo da definirsi e che celebra con la santità la morte di persone crocifisse, spellate vive, lapidate, morte di lebbra, torturate con le frecce e le mette in mostra, così oltraggiate, in tutte le chiese attraverso quadri e affreschi. Ogni festa, dalla notte dei tempi, sbeffeggia la morte, o l'inverno o il buio o le cose brutte della vita, perchè è proprio attraverso un momento lieto e collettivo che quelle cose riescono a far meno paura. Altrimenti a che serve una festa?

Halloween indurrebbe alla violenza, educherebbe alla violenza. Stamattina ho letto anche questo. Io non riesco a capire come si possa dire che vestire da fantasma, da scheletro o da strega il proprio figlio o la propria figlia induca alla violenza. Invece, comprare loro pistole giocattolo, insegnargli che il vicino di casa extracomunitario è un bastardo che viene in Italia a rubare il lavoro o a violentare le donne, permettergli di giocare a giochi di guerra sulla Playstation o mille altre cose sarebbe educazione alla nonviolenza?
Halloween è una festa per bambini, qui da noi. É chiaro che poi ci siano gli adolescenti che, non avendo grandi alternative e neppure fantasia, cercano una paura più grande, fanno scherzi idioti. Ma succede anche a carnevale. Succede anche senza che ve ne sia il pretesto. L'adolescenza è sicuramente più spaventosa di Halloween.

Dolcetto o scherzetto? Stamattina ho letto di persone infastidite dal suono dei campanelli. Un piccolo fastidio, una sera l'anno, per (forse) qualche ora. Invece non diciamo niente quando in vista di capodanno si comincia a scoppiare petardi quindici giorni prima e si prosegue per quindici giorni, a qualsiasi ora, cosa che oltretutto terrorizza gli animali di casa.

Oggi o domani, mentre andrete a mettere il vostro crisantemo, pagato trecento volte il suo prezzo, sulla tomba dei vostri cari - questa sì, tradizione italiana e cattolica - pensate che andrebbe fatto per una forma di rispetto nei confronti di chi non c'è più. Quel medesimo rispetto usatelo nei confronti delle tradizioni di tutti. Secondo me, male non può fare.


giovedì 20 marzo 2014

Io lo so, caro operatore telefonico

Caro/a operatore/trice telefonico/a.,
io lo so che sei costretto/a a fare un tot di telefonate al giorno altrimenti non ti pagano lo stipendio (misero) che il call-center per cui lavori ti passa non senza sfruttarti il più possibile a tutte le ore del giorno, grazie al precariato di cui ogni politico parla male salvo sostenerlo in ogni sua azione.
Io lo so che tu stai lì seduto/a a cercare di convincere decine di persone al giorno a comprare una cosa di cui quasi sicuramente non ha bisogno e in cui, sempre quasi sicuramente, tu non credi e di cui non te ne frega nulla. Lo so. Vendere è difficile, tanto più quando quello che vendi, tu, non lo compreresti mai.
Lo so che è difficile sopportare le villanie delle persone, ripetere cento volte le stesse frasi. Lo so, è alienante come stare in catena di montaggio a mettere su sempre lo stesso bullone. Lo so che magari pensi a casa, alle bollette, ai tuoi problemi e vorresti piangere e invece sei costretto a sorridere e a fingerti gentile.
Lo so che ti ascoltano, ti misurano e se non ci provi abbastanza ti lasciano a casa non rinnovandoti (non senza un paio di settimane di pausa per sfuggire alla legge che ti vorrebbe assunto) per l'ennesima volta il contratto a tre mesi.
Io lo so e sono dispiaciuta. Io lo so e per questo cerco di lottare per un mondo migliore quanto e come posso. Non solo per te ma per tutti e tutte noi, che abbiamo diritto non solo a un lavoro ma a un lavoro dignitoso.

Detto questo, se ti dico gentilmente che quello che mi proponi non mi interessa e te lo dico anche due o tre volte sempre con gentilezza e tu alzi la voce e mi dici che non capisco - mentre io capisco benissimo - la mia molta pazienza e la mia comprensione vengono meno. Soprattutto se stai chiamando all'ora di cena.

Caro/a operatore/trice, io non ce l'ho con te nello specifico. Ma la prossima volta mi passo per la governante che non ho e non mi posso permettere.

giovedì 12 dicembre 2013

Forche, forconi e forchette

Dovremmo saperlo. O meglio, dovrebbe saperlo bene chi ci governa e chi fa politica da sempre anche solo per passione. La rabbia cieca della gente disperata è facile da cavalcare, da sfruttare, da dirigere. La rabbia cieca, comprensibile se non condivisibile, non porta da nessuna parte. Perché la rabbia non è un progetto. E la rabbia cieca non è neanche rivoluzione. Ce lo insegna la Storia, che di rivoluzioni ne ha viste tante. Cancellare uno stato di cose ha sempre lo scopo di istituirne un altro e bisogna essere certi che quello che sarà sia meglio di quello che era. Bisogna avere un progetto e lottare per esso. Io sono certa che il mio progetto per un futuro migliore abbia tra i suoi pilastri fondamentali l'antifascismo. L'antifascismo così come la solidarietà, l'accoglienza, le pari opportunità.

In questi giorni vediamo le piazze riempirsi di gente che protesta in tutta Italia. Il movimento 9 Dicembre, così detto, nato sull'esperienza della protesta siciliana dei forconi dell'anno scorso. Tutti noi ci siamo interrogati sul significato e sulla portata di questa protesta, portata in piazza inizialmente da leader di estrema destra e da gruppi di autotrasportatori e agricoltori legati a Forza Italia e alla destra.

La crisi comincia a mordere forte. Aumenta la disoccupazione, soprattutto quella giovanile (che è a livelli mai toccati prima nella storia repubblicana). I soldi non bastano più per pagare l'affitto, le bollette, il cibo, la scuola dei figli e le medicine anche detratte quelle poche piccole comodità a cui ormai non sapremmo e non vorremmo più rinunciare. In città si sente ancora più forte che fuori, nella campagna, dove quei piccoli meccanismi di solidarietà, di reciproca conoscenza e l'attitudine alla cura della terra attutiscono ancora parzialmente il colpo. E lo Stato che fa? Nulla. O quasi nulla, preferendo chinare la testa ai grandi interessi bancari, alla finanza mondiale, a quei pochi (rispetto alla massa) potentissimi ricchi.

La rabbia fa crescere altra rabbia. Non avere un riferimento istituzionale a cui guardare - a un partito o movimento che sia - è frustrante per i cittadini, che si sentono abbandonati e senza rappresentatività. Allora perché non scendere in piazza tutti a sovvertire il sistema? Per quanto mi riguarda, io devo essere sicura di condividere non solo la finalità della lotta - sovvertire il sistema appunto - ma anche quello che verrà dopo. Perché, a mio parere, è totalmente assurdo lottare contro il caos per puntare esclusivamente a un caos diverso.

Il dubbio dell'antifascista potrebbe essere questo: se lasciamo gestire la rabbia di piazza solo alle forze destrorse, alla fine della lotta l'unico riferimento politico saranno loro; dunque, andiamo anche noi in piazza e cerchiamo di dare una direzione politica diversa alla lotta. Io rabbrividisco all'idea di me stessa che si avvicina a una piazza in cui si fa il saluto romano, si sentono cori razzisti, si minacciano esercenti e passanti e si scrivono volantini che inneggiano alla mafia. Perché la mafia è una montagna di merda, per dirla alla Peppino Impastato, ed è proprio il metodo mafioso di gestione della vita umana, esportato alla politica e persino all'etica comune nel corso dei decenni, che ci ha condotti qui dove siamo ora.

La casta va sulla forca poiché ci ha condotti alla rovina, dice chi protesta. Ma quella casta siamo anche noi, con un nostro dilagante malcostume che non sarà cancellato da un moto di piazza. Siamo noi quando evadiamo le tasse, quando non paghiamo il biglietto del treno perché tanto non c'è il controllore, quando preferiamo il nipote al ragazzo meritevole se dobbiamo dare un posto di lavoro, quando facciamo lavorare in nero le persone per pochi euro l'ora minacciandole di dare il posto a chi ne chiede ancora meno, quando andiamo al pronto soccorso per un raffreddore, quando neghiamo i diritti con la scusa che qualcuno, prima, li ha negati a noi. Noi abbiamo bisogno di un capro espiatorio per negare quanto profondamente siamo collusi con questo modo di agire. Un modo di agire che adesso non sta più in piedi e che la crisi sta facendo crollare. Chi ci ha governato ha certamente sbagliato in questi decenni ma tutto possiamo dire tranne che quelle persone non siano come noi. Solo con più mezzi.

Cambiare etica e modo di pensare è un processo lungo. Forse ci riusciranno le nuove generazioni con il nostro aiuto. Lottiamo, dunque, per maggiori diritti e una vita giusta per tutti i cittadini, di qualunque estrazione sociale, religione, credo, sesso, orientamento. Lottiamo sempre, però, sapendo sempre esattamente dove vogliamo arrivare. Come fece chi 70 anni fa lottò contro il fascismo, che (guarda caso) fece proseliti grazie alla povertà dilagante e al populismo, sapendo indirizzare la rabbia esattamente nella direzione in cui voleva. Una direzione che io non mi sento in alcun modo di condividere, neppure per un piccolo pezzetto di strada.

venerdì 14 giugno 2013

Non so niente di te

Ho appena finito di leggere un libro molto bello che consiglio vivamente e che mi ha fatto fare un sacco di riflessioni sul "downgrade", sull'essere genitori, sulla ricerca di se stessi e del proprio ruolo nell'esistenza umana. Il libro si intitola "Non so niente di te" ed è l'ultimo romanzo di Paola Mastrocola. Del libro, posto la copertina ma non vi dirò nulla se non che vale davvero ogni pagina (edito da Einaudi, non è propriamente economico al prezzo di 18,50 euro) e che, a dispetto del titolo, non ha nulla di romantico se non le pecore. Sì, le pecore. Non capre. Pecore, preziosissime pecore Shetland.

Vi dirò invece delle riflessioni che mi ha sollecitato. La prima riguarda il cosiddetto "downgrade" ovvero la scelta di alcune persone di abbandonare professioni ambite o ben pagate per tornare a vivere con professioni più umili ma più umane, più solidali, più naturali ma certamente meno remunerate. Se il downgrade professionale è certamente un lusso, sono convinta che tanti di noi potrebbero permettersi un downgrade quotidiano negli usi delle cose per ridurre gli sprechi e razionalizzare le risorse, partendo dall'eliminazione degli acquisti che si fanno solo per "status symbol". Non starò a fare degli esempi. Non che non ce ne siano ma credo sia riduttivo e rischi di concentrare il problema su questo o quel prodotto in particolare, quando invece, dai vestiti al cibo, dalla tecnologia ai mezzi, dallo sport all'arte è sufficiente pescare nel mazzo.

A me non piace buttare via. Sono un po' fissata. Ma vivere in un continuo usa e getta credo sia fortemente negativo, non solo per noi ma soprattutto per le generazioni future a cui non daremo alcun insegnamento costruttivo e a cui lasceremo un mondo stracarico di rifiuti.

Essere genitori è anche questo, per me, insegnare al rispetto. Non solo delle persone ma anche delle cose, del lavoro che sono costate a chi le ha fatte e a chi le ha comperate. Non è facile in un mondo che butta sul mercato ogni giorno una nuova moda, un nuovo oggetto del desiderio di cui sembra che nessuno possa fare a meno. E' una battaglia continua, immane. La cosa più difficile è insegnare ai propri figli a stare bene con se stessi anche se non hanno la griffe o l'oggettistica del momento, anche se in teoria ce la potremmo pure permettere. Insegnare loro a essere indipendenti. La vita è una lunga ricerca di sé. Ci sono persone fortunate che si trovano subito. Altre che non si troveranno mai ma che, forse proprio per questo, aiutano tante altre nella ricerca. 

Il libro della Mastrocola mi ha fatto riflettere anche su questo e su quanto sia difficile essere genitori e su quanto sia complicato capire quando è giusto che l'uccellino voli con le proprie ali e se necessario cada e si faccia male. Essere genitori - e madri in particolare - è il mestiere più difficile in assoluto perché la paura di essere almeno corresponsabili se non responsabili di qualsivoglia errore dei figli è difficile da dominare. Da figlia, so che mia madre e mio padre non sono responsabili dei miei errori ma, da madre, non riesco ad alleviare quel peso. Perché, in fondo, è così poco quello che sappiamo degli altri. Anche quando crediamo di conoscerli bene.

mercoledì 2 gennaio 2013

Oggi non l'ho fatto...

Una giornata qualunque in una famiglia qualunque.

Lei: si alza, prepara la colazione per i figli, si accerta che si lavino, che si vestano, che abbiano tutto in cartella, sparecchia i piatti della colazione, si prepara, fa i letti, porta i bimbi a scuola e va a lavorare. Lavora tutto il giorno. Torna a casa, sistema il disordine, pulisce, fa fare i compiti ai pupi, se serve esce a fare la spesa, prepara la cena, la serve, sparecchia, lava i piatti, si accerta che tutto sia pronto per il giorno dopo, magari fa una lavatrice o stira un po', mette a letto i bambini e se non ci sono altre urgenze si dedica a sé o magari va a dormire.

Lui: si alza, si prepara e va al lavoro. Lavora tutto il giorno. Torna. Si dedica a sé. Si siede per mangiare cena. Si dedica a sé o magari va a dormire.

Ora, questo non succederà sempre perché le mosche bianche esistono e meno male... ma non mi si venga a parlare di parità perché mi sale un conato. Auguro a tutte le donne, compagne e amiche, che l'anno nuovo porti a tutte un cambiamento in meglio. Piccolo. Graduale. Ma caspita se ci vuole.

Chiudo questo sfogo con un aneddoto bellissimo che mi ha inoltrato Pat - un'amica mia - via mail:

Nel Paradiso terrestre Eva è sola e si annoia. Così quando parla con dio si lamenta: «Vorrei un po’ di compagnia. Perché non crei un essere simile a me?». Dio si impegna e prende una costola di Eva per tirar fuori da lì la nuova creatura. Poi le annuncia: «Ho mantenuto la promessa. Il nuovo essere è pronto, lo chiamerò uomo. Però ha molti difetti, soprattutto mi è venuto molto permaloso e dunque Eva mettiamoci d’accordo: non dovrà sapere che lui è nato da una tua costola, ci rimarrebbe troppo male. Deve rimanere un segreto fra noi due… tra donna e donna».

SAI OGNI GIORNO QUANDO TORNI DAL LAVORO E MI CHIEDI CHE COSA FACCIO TUTTO IL GIORNO... BEH, OGGI NON L'HO FATTO. 


mercoledì 12 dicembre 2012

Se il bosco brucia

Un blog deve essere una cosa viva. Se ci scrivi solo una volta a settimana, si perde un po' il significato. Pertanto mi scuso con i miei lettori (non tanti ma assidui... grazie!) per le assenze prolungate non dovute a pigrizia intrinseca, assicuro, ma a un carico non comune di impegni.

Questa sera voglio parlare del volontariato. In particolare vorrei parlare dell'Aib, associazione che si occupa non solo di anticendi boschivi (da cui l'acronimo) ma anche di protezione civile. In sostanza, se il bosco brucia l'Aib interviene coadiuvando i vigili del fuoco. Così, se c'è un'alluvione, un terremoto, una tromba d'aria o qualsiasi altra emergenza ugualmente interviene. Poi, pulisce i sentieri, le piste tagliafuoco, le sponde dei fiumi e dei torrenti e vigila sul territorio.

Il mio intento non è tanto quello di far conoscere l'Aib perché sono certa che la gran parte di voi abbia un'idea precisa di quanto possa essere preziosa. Quello che vorrei denunciare stasera è quanto lo Stato stia lasciando sempre più sole le associazioni. Ma se una Pro Loco, con tutto il rispetto, viene lasciata sola, nel peggiore dei casi diminuisce la qualità della vita della comunità. Se l'Aib o la Protezione civile vengono lasciate sole, quando la natura decide che ne ha abbastanza, ne va della sicurezza delle stesse comunità, della loro incolumità.

E' frustrante ed estremamente doloroso sapere che le Aib vengono, anno dopo anno, seppellite da quintali di procedimenti burocratici che sarebbero già pesanti per un Corpo dipendente dello Stato ma che sono assurdi e incomprensibili per un'associazione di volontariato. Perché le persone, i cittadini e le cittadine, vogliono bene al territorio ma se sono volontari e ostacolati in ogni modo possono anche decidere di appendere la divisa al chiodo e pazienza. In quel caso, mi chiedo, se brucia il bosco basteranno le squadre di vigili del fuoco? Se la mala-gestione del territorio, con la costruzione indiscriminata di ogni micro-ettaro edificabile, porta ad alluvioni o a frane, basteranno i vigili del fuoco? Se nessuno pulirà le sponde della Dora alla prima piena basteranno i vigili del fuoco?

Il volontariato è certamente una risorsa a cui attingere specialmente in periodo di crisi ma non si dovrebbe pretendere dalle associazioni di volontariato una gestione "aziendale" delle procedure. Non si può chiedere loro un impegno costante come fossero "dipendenti" e poi non sostenerle in alcun modo, almeno sollevandole dalla burocrazia. E non parlatemi di Bertolaso che là il volontariato è lontano anni luce. Se lo Stato, gli enti sovracomunali e, tante volte, anche i Comuni mettono i bastoni tra le ruote al volontariato non c'è alcuna speranza per il futuro. Ringraziare nei discorsi ufficiali la preziosa opera o pulirsi la coscienza con un micro-contributo non basta. Credo sia ora di capirlo.

giovedì 11 ottobre 2012

Tornare a casa da scuola

Ogni tanto mi sveglio e penso di essere nel paese dell'assurdo. Una sorta di Wonderland dove tutte le regole sono stravolte e, come se non bastasse, non c'è la parte ludica. Il mondo della scuola lascia in me le più profonde perplessità perché ad esso si applica tutta la peggiore burocrazia.

Da qualche anno, ogni famiglia con figli alle scuole elementari compila un ameno foglietto con la lista delle persone che possono prelevare il proprio figlio da scuola, comprensivo di carta d'identità di ciascuna e di firma congiunta. Fino all'anno scorso, se - metti caso - tuo figlio per tornare da scuola doveva fare 80 metri senza neanche attraversare una strada, potevi firmare e dire "Mio figlio/a torna a casa da solo/a" e trullarellando se ne tornava a a casa da solo/a.

Da quest'anno no. DEVI andare a prenderlo. Anche se abiti a 80 metri da scuola. Anche se fa quinta elementare. Anche se abiti a Bruzolo che, come mi disse una volta un vecchio partigiano, non è proprio Nuova York. Anche se firmi una liberatoria. Qualsiasi sia l'anche, devi andare a prenderlo. Se a scuola ci arriva da solo, per la Scuola in quanto istituzione non è un problema. Ma tornare da scuola da solo, non può.

Questo non vale per il catechismo, per esempio. Firmando l'apposito foglio, mio figlio/a può tornare a casa da solo/a dalla parrocchia a casa (altri 90 metri lineari circa) trullarellando. Anche in prima elementare. Anche se abiti dall'altra parte del paese. Se qualcuno gentilmente mi potesse spiegare perché posso sollevare un prete/catechista da questa responsabilità e non la scuola gliene sarei grato.

martedì 9 ottobre 2012

Sempre e solo precariato

Vorrei cominciare con "Goooood morning America" ma qui non siamo in America e questo non è un film.

Supponiamo per un solo istante che al termine "flessibilità" si possa dare un'accezione positiva. Supponiamo un mondo in cui "flessibilità" significa che se perdi un lavoro perché non c'è più richiesta di un prodotto/servizio trovi, in un tempo ragionevole, un nuovo impiego, mettendo a disposizione quello che sai e imparando quello che è necessario. Supponiamo che tutti contributi versati vadano in un sol cumulo al di là del mestiere che hai fatto e che si possa sempre accedere, al di là di tutto, a quella miseria del sussidio di disoccupazione che lo Stato mette a disposizione.

Invece, "flessibilità" oggi, per lo meno qui e per specifiche categorie di lavoratori, significa solo che fanno meno fatica a piegarti e a darti una bella pedata sul sedere. Il precario dell'editoria, poi, rappresenta l'ultimo anello della catena alimentare, è sub-umano, posizionato tra la tenia e l'essere monocellulare. Persino il lavoro nero sembra preferibile agli occhi del precario dell'editoria poiché permette, per lo meno, di risultare nullatenente (cosa che praticamente è in ogni caso).

Il precario dell'editoria ha una sola vocazione: lavorare tanto per guadagnare quasi nulla e, alla fine, avere la certezza che tra le mani non gli resti nulla per il futuro. In un posto qualsiasi, con un contratto qualsiasi (persino lo stesso Cocopro che in questo caso non vale nulla), se dopo oltre 10 anni di lavoro presso la medesima azienda ricevi il benservito, per ragioni che non dipendono dalla tua volontà, hai diritto a qualche riconoscimento.

Mi ricordo una bella puntata di Report dedicata al precariato. Fu l'unica trasmissione ad avere il coraggio di denunciare anche la drammatica situazione dei precari dell'editoria, una selva di contratti atipici e partite Iva che ha doveri importanti - giustamente - e praticamente nessun diritto.


Precariato by Vauro
Buongiorno Italia

venerdì 5 ottobre 2012

Differenziamo?

La raccolta differenziata. Premesso che aprire il cassone della carta e trovarci di tutto tranne la carta o gli scatoloni interi non schiacciati è una delle cose che più mi infastidiscono nella vita (anche se meno dei discorsi della Santanché), mi sono accorta che spesso non sappiamo esattamente dove conferire i diversi tipi di rifiuti.

Allora, in rete, ho "rubato" la guida che mi sembrava più dettagliata e ve la posto a seguito. Ne ho trovata anche una fichissima (http://www.amaroma.it/raccolta-differenziata/dove-si-butta/) dove basta scrivere cosa vuoi buttare e lei ti dice dove devi buttarlo. Ma è online e difficilmente quando hai le mani sporche di rifiuti e di lavori di casa hai voglia di digitare sulla tastiera. Invece le immagini che ho adattato per questo blog sono stampabili. Chissà mai che serva.

Istruzioni per l'uso: siccome qui non è possibile per motivi di spazio mettere le immagini in dimensione originale, su ciascuna cliccate con il tasto destro del mouse e scegliete "Apri il link in un'altra scheda". Poi, se vi serve, o stampate o salvate l'immagine.

Differenziata A/B
Differenziata C
Differenziata D-G
Differenziata I-O
Differenziata P-R
Differenziata S-Z