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martedì 24 gennaio 2017

L'importanza di un punto

Perché, fondamentalmente, arriva il momento in cui si può mettere un punto.
E ricominciare, andando a capo.
O addirittura cambiando foglio.
Archiviare quello che è stato scritto e metterlo via, nella scatola, assieme a tutto ciò che avevamo già scritto in passato.

E quando si può mettere quel punto, dopo che tanto abbiamo speso tra risate e lacrime e sudore per scrivere quella storia, ci sentiamo smarriti e sollevati insieme. E' necessario abbandonare il pensiero di dover per forza trovare una conclusione ad effetto o di trarre una morale. Perché spesso non ci sono. Né una conclusione ad effetto, tanto meno una morale. E non esiste neanche la parola "fine", perché quella, alle storie che scriviamo, non la mettiamo mai. Può capitare che un giorno ci tocca di ritirare fuori un foglio e aggiungere qualche riga, fare qualche correzione.

Un foglio vuoto.
Regole diverse, tempi diversi, nuova terminologia, nuova trama.
Nuovi personaggi anche. Sebbene, di quelli passati, qualcosa resterà. Alcuni rivivranno nelle nuove avventure, forse uguali a loro stessi o forse trasformati, come eroi, antieroi o semplici comparse. Ne si esagererà i tratti, che serviranno a dare alla nuova storia una luce più viva.
Le pagine che scriviamo non sono che la proiezione della nostra crescita personale; una fotografia di quello che ci è piaciuto e vorremmo replicare o degli sbagli commessi, che cercheremo di evitare di ripetere.

Mettere un punto significa fermarsi, guardare il foglio vuoto e l'inchiostro rimasto nella stilografica, riflettere e fare un viaggio dentro noi stessi alla ricerca di cosa vorremmo davvero scrivere in futuro.
Perché non potremo mai fare a meno di ricominciare a scrivere fin quando potremo tenere la penna in mano. E' questa, in fondo, è la cosa davvero meravigliosa dell'esistenza.

martedì 28 ottobre 2014

Nemmeno il tempo.

Ci avevo pensato. Non volevo che accadesse.
E invece, forse, no. Forse era proprio quello che volevo. Volevo che sapessero. Volevo che leggessero. Per questo ho scritto.
A qualcuno avevo raccontato. Ad alcuni di più, ad altri di meno.
La vita ti porta a condividere istanti, momenti. 
Ma poi alla fine cosa ne resta? Cosa rimane di tutta l'empatia di un attimo?
Quell'attimo in cui pensi che il tuo presente resterà per sempre. Non resta che un ricordo. Sbiadito, il più delle volte. Perché puoi scrivere quanto vuoi ma nessuna parola sarà mai in grado di rendere il vissuto vero. Anche se con le parole ci sai fare.
Ma sto divagando. Divago spesso. Mi aiuta a ricordare. Lo so che scrivo tutto ma le parole non sono mai abbastanza.
Ho compilato degli elenchi per ricordare. C'è un elenco di tutte le frasi che mi hanno colpita. Un elenco dei viaggi che ho fatto. Un elenco degli uomini con cui sono stata. Un elenco delle persone di cui mi sono innamorata. Un elenco dei perché. Un elenco delle date. Un elenco delle cose che mi hanno fatto soffrire. 
Non li rileggo mai. Li ho sparsi per tutta la casa. 
Sono scritti a mano su appositi quaderni. E poi, ho le copie registrate su file. Quelle sono più aggiornate. Nomi, date, parole, ricordi.
Non ho mai creduto che se la memoria ti sbiadisce un ricordo è perché, in qualche modo, quel ricordo sia meno importante. Tutto è importante.
Allora, forse, volevo che leggessero. Volevo che li trovassero. Volevo che mi conoscessero perché alla fine, nessuno mai, era riuscito a leggermi davvero dentro. 
O, forse, sto solo cercando una giustificazione per il dolore o lo sconcerto che, lo immagino, tutti quei ricordi daranno a chi li leggerà. 
Già. Chi li leggerà? Non lo saprò mai. 
Non ho neppure il tempo di stilare un elenco che ancora mi manca: quello dei rimpianti.




lunedì 30 giugno 2014

Le ragioni sbagliate

Amico, fratello, amante mio,
ti scrivo ora che tutto il nostro tempo è trascorso, ora che il dolore si è attenuato, ora che il ricordo è tanto dolce e tanto forte che ne sento persino i profumi e gli odori. Ti scrivo ora che la mia mente è sgombra dalla pesantezza dei sentimenti. Ti scrivo ora che il cielo è terso e il vento leggero sposta le foglie di un verde brillante. Ti scrivo ora che quello che sento non è contaminato dal possesso, dalla gelosia e dal desiderio. Ti scrivo ora per dirti che avevi ragione ma per le ragioni sbagliate.

Amico,
hai sopportato e odiato le mie lacrime ma non hai negato l'abbraccio che mi serviva anche quando ti costava poiché ogni nostro gesto ha le sue conseguenze e, a volte, comportano scelte che non avremmo fatto. Ogni nostra parola è rimasta tra noi, ognuna come una pietra con la quale ci siamo costruiti e ci siamo feriti.

Fratello,
con te ho percorso tanta strada e vissuto attimi di gioia immensa e di profondo sconforto. Insieme e distanti abbiamo camminato a lungo, ci siamo persi e ritrovati ma abbiamo sempre vissuto ogni vittoria e ogni sbaglio non rinnegandoli mai. Ci siamo ricordati, ci siamo cercati e ci siamo allontanati perché ogni vita ha un ritmo e i nostri, solo a momenti, sentivamo all'unisono.

Amore,
se chiudo gli occhi sento la tua pelle, il tuo respiro accanto al mio, la tua voce. Le ore trascorse cercando di diventare una cosa sola, cercando nel piacere la strada e la risposta a domande diverse.

Per questo avevi ragione. Eravamo, siamo e saremo strade differenti che si incrociano a tratti. Strade che hanno la stessa meta ma percorsi per raggiungerla completamente diversi. Troppo tempo ha speso il mio cuore per capire ciò che da subito poteva, ma anche questo non rinnego: la cecità di un'incomprensione.
Avevi ragione, sì, ma per le ragioni sbagliate. 

Non era il non sapersi o volersi conciliare. Non era la nostra difficoltà a vivere i compromessi. Non eravamo noi, incapaci di trovare un pur periglioso sentiero comune. Era cercare di difendere quegli attimi di cristallo nei quali nessuno di noi due voleva essere diverso da com'era. Era la coscienza che se avessimo forzato la mano saremmo dovuti cambiare e non saremmo più stati noi, spezzando quell'improbabile perfezione che ci avrebbe unito per tutta la vita.

Fratello,
ti scrivo ora che il mio ultimo cerino sta per spegnersi, che la meta è raggiunta, che sto per uscire da questa piccola cella buia. Ti scrivo perchè tu sappia, perchè per me è importante. Che tu possa o voglia leggere, alla fine, non è importante.

(Nda) Non cercate in queste parole un protagonista. Non lo trovereste. Non cercate il vero ma seguite il senso di una storia che io ho rincorso, immaginando, in un pomeriggio d'estate .


giovedì 19 dicembre 2013

San Quandoserve e il drago

(ovvero la prima favola della narratrice malfidente)

C'era una volta, in un ameno paesino di una lontana valle olimpica, una cappella intitolata a San Quandoserve, protettore di tutti i lebbrosi e gli sfigati. Era una cappella un po' diroccata poiché nessuno se ne occupava, se non tre o quattro devote paesane che, qualche volta l'anno, andavano a pulirla per non lasciarla sovrastare dalla polvere e dalle ragnatele. Era un tempo in cui si stringeva la cinghia e i soldi per rimettere a posto l'edificio di culto non c'erano, perché su una cappella che racconta una storia, se pur povera, dimenticata e lacera, non si poteva intervenire come se si trattasse di rifare una mulattiera. C'era una volta, infatti, un'istituzione severa e arcigna chiamata EntePerIlControlloDelleOpereDarte che, talvolta, cercava di tutelare persino piloni votivi dall'asfaltatura umana; figuriamoci cappelle affrescate complete di arredi e di paramenti.

Così per Quandoserve passavano gli anni e i decenni. Per non dire che s'era dimenticato il santo, tanto più che la lebbra era stata sconfitta definitivamente da tempo, si celebravano una o due messe l'anno. Ma con il calo di vocazioni, frequentare anche le piccole cappelle lacere cominciava a diventare difficile.

Un giorno, così, il principe Bellachioma, dopo una festa ricca e fruttuosa dedicata al santo - organizzata per profonda devozione e non certo per cercar introiti che a un principe non s'addicono - decise di intervenire per arginare il decadimento della cappella e s'impose di riuscirci prima della festa dell'anno successivo che sperava ancor più fastosa e fruttuosa.

Il principe Bellachioma aveva ricordi antichi di un regno dove un principe fa un po' come gli pare e non deve sottostare a rigidi regolamenti o chiedere "Per piacere Signor EntePerIlControlloDelleOpereDarte lo farebbe un giretto qui per vedere se c'è qualcosa che vale la pena di trattare con cura prima di gettare uno strato di cemento in ogni dove?".

Il principe era potente ma a governare sull'ameno paesello, per sua sfortuna, c'era una radicata oligarchia scelta dai cittadini attraverso pubbliche votazioni. Il nobile uomo, però, sapeva fare i suoi conti potendo anche contare su un concreto numero di vassalli e valvassori fedeli e riconoscenti.
Si narra che il principe fece un patto segreto con gli oligarchi, che la storia non può narrare perché altrimenti che patto segreto sarebbe. Il patto avrebbe dato lustro al principe, rendendolo agli occhi della sua corte ancor più potente e rendendo la sua corte ancor più devota. E si sa, la devozione rende tutti più disponibili ad elargire bene e beni. Ma il patto garantiva lustro anche agli oligarchi che potevano esibire ai propri villici la cappella in parte rigenerata, casualmente proprio prima che si rinnovasse quel rito - a dirla tutta un po' desueto - della votazione pubblica.

L'arcigno EntePerIlControlloDelleOpereDarte non era stato neppure interpellato - d'altra parte aveva certo edifici più belli di cui occuparsi - e nemmeno un cartello piccino aveva dovuto affiggere il nobile Bellachioma per procedere nella sua opera di devozione. Ai villici votanti era riservato altro trattamento e neanche una parete di cartongesso di una stanza (per dare un po' di privacy al figlio cresciutello) potevano erigere senza chiedere permessi e stilare documenti e affiggere cartelli e pagare professionisti e seguire procedure e pagare tasse per raddoppio di vani.

I vassalli di Bellachioma lasciavano cumuli di materiale, automezzi, attrezzature là dove era più comodo loro e ai villici che si lagnavano di essere stati murati vivi dentro i propri cortili o a coloro che ardivano chiedere motivo di tale iter sbrigativo arrivavano sonore pernacchie.

Così andava avanti serena la vita nell'ameno paesello. Voi chiederete: e il drago? Pazientate miscredenti! Dovete aspettare che Bellachioma e gli oligarchi leggano la favola.


PS: Ogni riferimento a fatti e persone reali è, naturalmente, puramente casuale.

PPS: Dedico questa mia fiaba a Peppino Impastato e a Stefano Benni, due delle mie grandi muse ispiratrici.

sabato 6 ottobre 2012

Crespo e Morgana - Racconto #2

Morgana - Particolare di affresco

Crespo passeggiava per l’ufficio, lentamente, studiando ogni passo. Era diventata la sua unica attività alla MotraTech, da circa dieci anni. Prima di allora era tutto diverso: una brillante carriera, amici veri e falsi, cene d’affari e trasferte. Uno stupido errore lo aveva confinato tra quelle quattro mura e, con il passare del tempo, la MotraTech si era dimenticata di lui. Il telefono suonava solo quando era sua madre a chiamarlo. Nessuno gli affidava nuovi incarichi o gli chiedeva un aiuto. Nessuno aveva bisogno di lui. Nessun collega gli chiedeva di pranzare insieme. Tutta la nuova leva di impiegati non sapeva neppure che ci fosse qualcuno nell’ufficio M47. Lo stipendio arrivava regolarmente solo grazie ad una serie di automatismi e di suddivisione dei compiti.

Può sembrare una situazione snervante e patetica, ma Crespo era tranquillo. Con il tempo aveva imparato a non sentire nemmeno più la noia. Ne era diventato parte integrante, l’aveva smontata, analizzata in ogni sua parte e ricostruita. E dopo questo studio minuzioso, la noia, come noi la conosciamo, non esisteva più. Era diventata una creatura reale, con la quale Crespo spesso dialogava.
“Non ho paura di morire. Sono già morto. Guardami. Sono solo e non ho un ruolo su questa terra, né qui né a casa. Misuro, ogni giorno, la stessa stanza con i miei passi. L’inchiostro delle mie penne stilografiche si è seccato. Ogni mattina arrivo alla stessa ora e me ne vado via ogni sera alle cinque. Un po’ di spesa. A rotazione, sempre lo stesso cibo. Mi preparo la cena ed il pranzo per il giorno dopo. Dopo? Caffè, televisione ed un buon sonno.”
“Sei una persona abitudinaria. E’ un delitto?”
“Abitudinario, prevedibile, ripetitivo… monotono.”
“Quanti sinonimi conosci?”
“Mille e più. Sono tutti i tuoi nomi. Ma io ti chiamerò Morgana anche se un nome così bello e creativo non si adatta a chi non conosce il significato di immaginazione.”
“L’immaginazione è bella?”
“E’ meravigliosa”
“L’immaginazione è colorata?”
“Con ogni tonalità esistente e con molte che ancora non hanno un nome”
“L’immaginazione è dolce?”
“Il più succoso frutto del paradiso terrestre”
“Profuma?”
“Ha il profumo della pelle dei neonati”
“Non riesco a vederla”
“Io sono diventato cieco”

Crespo, un giorno si intestardì. Doveva far capire a Morgana cos’era la fantasia. Si fermò di colpo in mezzo alla stanza e lei ne risentì. Era il primo gesto non previsto ch’egli compiva da un mucchio di tempo.
“Che fai?” gli chiese. Aveva sentito un lieve dolore.
“Prendi la musica…” le confidò Crespo, ma non seppe continuare. Per lui era già palese, ma allo stesso tempo non trovava più, dentro sé, le parole giuste per dare un senso ai suoi pensieri. Morgana era impallidita e lo guardava con un’espressione preoccupata.
“Lascia stare la musica. E’ il momento del caffè. Esci sempre per il caffè a quest’ora”. Lo incalzò e lui si lasciò fare. Come ogni giorno. Pensare era diventato faticoso. Troppo faticoso. Ricordare, anche più faticoso. Aveva, infine, dimenticato anche perché ne valesse la pena. L’abitudine era comoda, come la sua poltrona preferita davanti alla TV.
Ma, nonostante questa pigrizia derivata dalla monotonia più mera, Crespo non era una di quelle persone che si davano per vinte. Dopo essere uscito dall’ufficio, come sempre alle cinque, e dopo aver sbrigato le solite commissioni, Crespo si ricordò di aver promesso a Morgana di trovare un significato all’immaginazione. Si preparò la cena, mentre lei lo guardava accigliata, e mangiò insolitamente in fretta.
“Perché ti affretti?”
“Non mi sto affrettando. Mi è solo venuta in mente una cosa. Forse posso spiegarti cos’è la fantasia.”
“Lascia stare. Non mi interessa.”
“Perché? Non sei curiosa?”
“Curiosa, io? Non so che significa la curiosità.”
“E’ impossibile. E’ la voglia di aprire un pacchetto di Natale, il desiderio di conoscere ciò che non conosci.”
“E a quale scopo?”
“Per curiosità! Solo perché non lo sai.”
Morgana si sedette davanti al televisore.
“Adesso ti faccio vedere.” Crespo andò nella sua stanza e cercò dei fogli bianchi ed alcune matite colorate. Sapeva di averle nascoste da qualche parte anni prima. Ci mise quasi mezz’ora a trovarle. Andò in cucina e disegnò un salice piangente. Fece attenzione ai particolari, colorò il cielo e dipinse le venature foglia per foglia. Quando finì cercò Morgana per farle vedere ciò che la sua fantasia aveva prodotto. Ma Morgana era sparita. Crespo era troppo stanco per cercarla così s’addormentò, tra il soddisfatto e il deluso.
Morgana non si fece viva per qualche giorno. Quando tornò Crespo non era più in grado di descriverle quel particolare stato d’animo. Stava di nuovo misurando a grandi passi il suo ufficio.
“Ti odio. Ti presenti sempre quando sai di essere al sicuro da ogni discussione.”
“Ma quale discussione? Io non discuto mai.”
“Avevo fatto un bel disegno.”
“Lo vedo. E’ carino. Cosa volevi dimostrare?”
“E’ stato un parto della mia fantasia.”
“Bravo.”
“E’ tutto quello che sai dire?”
Morgana tacque.
“Se resti te ne faccio un altro.”
Non le diede il tempo di rispondere. Si avvicinò alla scrivania e dipinse ancora. Morgana non assistette. Dipinse per giorni in ufficio. Fece decine di quadri, sempre diversi, convinto che Morgana sarebbe tornata ed avrebbe capito. Ma con il passare del tempo si dimenticò di lei. Prima scordò il suo volto e poi la sua stessa esistenza.
I quadri erano belli. Crespo era un uomo pieno di talento. Un giorno qualcuno li vide e se ne innamorò. Fece una mostra che ebbe successo e Crespo si trovò in un battibaleno fuori dalla MotraTech a vivere delle sue opere. Si era persino fatto lo studio in casa. C’erano colori dappertutto, tele, pennelli, matite, china. Ebbe tanto successo che cominciarono a commissionargli ritratti.
Fu nella casa della contessa Marina, mentre meccanicamente riproduceva quel volto su tela che Morgana ricomparve. Sembrava fosse passato un solo giorno. In quel momento fu Crespo a capire perché, in quegli anni, lei non gli era stata vicino.

mercoledì 3 ottobre 2012

Sogni in cubi - Racconto #1


Una donna con un pellicciotto sintetico dal colore postatomico si avvicina noncurante. Gli sguardi di fuoco le bruciano le calze ed i tacchi delle scarpe, sottili come le sue caviglie. I suoi passi risuonano nel silenzio, anche se mai prima hanno suonato, ed il leggero ticchettio sembra pioggia che cade sul tettuccio dell’auto. Il sole sta sorgendo e dipinge il quadro con tutte le tonalità di rosso, giallo ed arancio che un uomo possa immaginare e con qualcuna che non avrebbe mai immaginato. E stupisce ancora, nonostante siano millenni che replica lo stesso spettacolo.

Tutto, intorno a quel buffo pellicciotto, prende i colori del giorno mentre gli animali notturni prendono la via di casa, promettendo di restituirla la sera stessa, e ritornano con la coda tra le gambe al piccolo nido che qualcuno pulisce e sistema per loro. Li puoi distinguere dalle creature diurne dall’espressione spenta di chi vive la più intensa e faticosa esperienza umana, sebbene a volte si possa trovare un’espressione simile altrove, volendola cercare. L’assenza di luce scompare totalmente ed il traffico divora la città. Fiumi di persone si riversano ovunque ed il ticchettio dei passi scompare coperto da miliardi di suoni diversi. Lontane, le sirene delle navi. Più vicini, il rombo dei motori delle auto, un vociare confuso, urla di bambini, qualche motocicletta e serrande che si aprono, il boato potente della metropolitana, i clacson, lo sbuffare delle porte dell’autobus, le campane di una chiesa allo scadere dell’ora e milioni di passi affrettati.

La donna con lo strano pellicciotto entra in un caffè. Il profumo dei croissant caldi le assale le narici, ma lei si siede ed ordina solo una tazza di tè. Lo beve amaro e fuma nervosamente come se aspettasse qualcuno e temesse un ritardo. Nel bar fa caldo, ciò nonostante la donna tiene il pellicciotto ben chiuso. Le si arrossano le guance mentre la sua attesa si prolunga evidentemente. Accende un’altra sigaretta proprio quando arriva il mio autobus e mi porta via.

A tre fermate da dove mi trovavo capisco che devo scendere. Un po’ mi spiace di essere partita prima di sapere chi aspettava quella donna, ma la curiosità si spegne non appena scendo dal bus ed affondo i piedi nudi nella sabbia calda e morbida di una grande spiaggia dorata. La casa è poco lontana. Ha i muri bianchi e le finestre marrone scuro. La sabbia comincia a scottare ma è solo un attimo. Mi guardo i piedi e vedo un paio di zoccoli olandesi e non riesco a ricordare se anche prima le avessi. In fondo ha poca importanza perché sono arrivata alla casa e sto aprendo la porta.

Prima di entrare guardo il mare e vedo due uomini seduti in una barca. Uno di loro mi saluta e mi fa cenno di avvicinarmi. Sono indecisa se entrare o raggiungere l’uomo. Sento il rumore delle onde ed il fresco provenire dall’interno della casa. Vedo il sole che si specchia nel mare e la penombra delle stanze protette dalle tende pesanti. Approfitto comunque del costume che indosso e mi tuffo assaggiando la salsedine rimasta sulle mie labbra appena riaffioro.

Sola, in mare aperto. La costa non si vede più. Ho paura degli squali o forse di annegare perché prima o poi mi stancherò di nuotare. Non ci sono gabbiani. Non si sente nessun rumore se non lo sciabordio leggero delle onde. Il mare è calmo e il sole rovente. Acqua. Acqua dappertutto. Nuotare in una direzione o nell’altra è lo stesso. Non riesco ad orientarmi e mi assale un profondo senso di panico dovuto alla mia impotenza. Infine mi decido e comincio a nuotare. Non sono mai stata molto brava e mi stanco subito. A tratti nuoto e poi mi fermo a galleggiare per riprendere fiato. Al panico si sostituiscono stanchezza e frustrazione. Presto la disperazione. Lacrime salate scendono sulla mia faccia salata e le gambe cominciano a dolermi.

Penso d’essere perduta e quasi mi viene voglia di lasciarmi andare, così che il mio destino si prenda cura di me. Non ho più paura. Il vuoto si è impadronito del mio cervello annullandolo. Dove sono? Perché io? Aiuto. E finalmente lontana un’imbarcazione. Urlo e l’acqua del mare mi entra in bocca. Urlo più forte e non mi spiego come io sia riuscita ad emettere un suono così potente. Qualcuno laggiù mi vede e mi raggiunge. Mi tirano a bordo e dal sollievo mi addormento (o svengo?).

Quando mi sveglio attorno a me un gruppo di persone mi guarda e sorride. Il letto su cui sono distesa non è il mio, ma non ha molta importanza perché mi accorgo di non riuscire a muovermi. Sono come paralizzata. Sta per riassalirmi il panico ma mi accorgo che è solo un’impressione. Muovo le gambe, poi le braccia e sorrido come un’idiota. Sono felice perché sono viva, mi muovo e sto bene. All’improvviso vedo qualcosa che mi sembra di riconoscere. Fissandolo ho reminiscenze di pensieri lontani.

E’ proprio bello quel pellicciotto. E’ bello perché è sintetico e quel colore postatomico si intona perfettamente agli occhi della donna che lo indossa.