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giovedì 18 settembre 2014

Un'estate piovosa e i libri

«Ehi, ma quest'estate non hai letto niente? Ho cercato le recensioni sul blog ma non ne ho trovate».
Fa piacere sapere che ci sono amiche e amici che mi seguono, devo dire la verità.
Caspita, sì che ho letto! Ma questa estate piovosa mi ha talmente tenuta occupata che non ho avuto il tempo di scrivere. Forse non l'ho nemmeno cercato. Perché se uno cerca bene, un po' di tempo lo trova sempre.

Voglio cominciare questa piccola raccolta di recensioni con un libro che venerdì pomeriggio presenteremo alla libreria "La città del sole" e sabato sera al Caffé Basaglia. "Le eredità di Vittoria Giunti" è un libro-testimonianza scritto da Gaetano Alessi, che parte dall'esperienza di vita di Vittoria Giunti, partigiana e primo sindaco donna e comunista nella Sicilia del dopoguerra, e arriva al giorno d'oggi e alla difficile battaglia condotta da un gruppo di ragazze e ragazzi siciliani contro la mafia.

Tante volte ho scritto di quanto credo sia importante attualizzare la memoria e fondamentale applicare i valori tramandati dalla Resistenza al mondo di oggi, che quei valori sembra volerli ridurre a comparsa nei discorsi retorici. Gaetano sarà in valle e ci racconterà di un giornale, AdEst, e della sua impari lotta contro i poteri forti.

Grazie a un caro amico ho anche letto ben tre libri di Pino Cacucci: "¡Viva la vida!", "Ribelli!" e  "In ogni caso nessun rimorso". Nulla di nuovo, in questo caso. Sono libri che Cacucci ha scritto da anni ma che a me mancavano. Leggeteli, se mancano anche a voi. Un po' di spunti li daranno senz'altro. "Ribelli!", in particolare, mette il lettore a confronto con la determinazione di chi sceglie di non chinare la schiena ma di lottare, quasi sempre a prezzo della propria morte, contro i soprusi, con la speranza di un mondo migliore, Ben scritto e interessante perché dipinge anche personaggi su cui non si legge spesso.

Ma adesso basta con i libri politico-storici e passiamo ai romanzi.

Un'estate non è tale se non porto con me almeno un romanzo di Andrea Vitali, così come non è inverno se non leggo nulla di Stefano Benni. Quest'anno di Vitali ne ho portati due con me: il nuovissimo "Quattro sberle benedette" e "Un bel sogno d'amore", che ancora non avevo letto (chissà come, sfuggito).

Provo una profonda invidia per Vitali che riesce sempre a costruire storie di paese divertenti e piacevoli, ambientandole in un mucchietto di chilometri quadrati, là sulla sponda bellanese del lago di Como. Ancora una volta, quest'ultimo romanzo è da leggere tutto d'un fiato anche se "Olive comprese" resta il mio preferito.

Mi sono poi dedicata a due libri che hanno titoli lunghi come quelli delle pellicole della Wertmuller. Entrambi, devo dire, divertenti. "Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve" di Jonas Jonasson è l'incredibile storia di un uomo le cui vicende di vita sono talmente inverosimili da riportare subito alla mente Forrest Gump. Solo che quest'uomo, a differenza di Forrest, è molto abile con gli esplosivi e questa sua capacità gli permetterà di incontrare, nel corso del suo secolo e oltre di vita, molte persone - anche storicamente famose o famigerate - che hanno bisogno di far saltare qualcosa. Perché, mai come in tempo di guerra, saper maneggiare gli esplosivi può tornare utile e nel mondo, una guerra, la si trova sempre.


"L'audace colpo dei quattro di rete Maria che sfuggirono alle miserabili monache" mi ha fatto scoprire Marco Marsullo, giovanissimo autore, alla sua seconda fatica letteraria. Il libro è ironico e scorrevole e folle quanto basta per non far mai perdere la voglia di continuare a leggerlo. La storia vede protagonisti (questo è il mio anno dedicato alla terza età, evidentemente) quattro simpatici vecchietti che approfittano di una gita a Roma organizzata dalla casa di riposo per mettere in atto un piano degno di Ocean's 11. Andate anche a leggere il sito di Marsullo (cliccando qui). Così, come assaggio.

Infine c'è Sebastiano Vassalli e il suo "Terre selvagge". A me piace molto Vassalli anche se il mio preferito in assoluto, tra i suoi romanzi, rimane "La chimera".
Terre selvagge è a metà tra la Storia e un romanzo, tra la realtà e la finzione, che Vassalli mantiene separate con grande abilità senza mai farne soffrire la continuità della trama. E' il racconto dell'estate in cui i Cimbri raggiunsero il Piemonte, dopo una lunga serie di vittorie sul campo, per andare alla conquista di Roma. Raggiunsero il Piemonte e furono sconfitti. E' uno di quei brandelli di Storia che, forse, occupano tre righe sui testi scolastici e sei su quelli di latino. Vassalli, invece, riesce a creare una piccola magia, facendoci immaginare il paesaggio, gli animali, i vestiti dei soldati e sentire profumi e odori di quell'estate del seicentocinquantaduesimo anno dalla fondazione di Roma (101 a.C.)



Un piccolo estratto dal libro di Vassalli, per chiudere: «A poco a poco, i boschi sacri sarebbero scomparsi; i druidi avrebbero smesso di parlare con gli alberi e avrebbero finito per abitare nelle città diventando medici stregoni, ciarlatani e procacciatori di voti per la politica. L'antica religione si sarebbe persa, e l'unico principio rimasto a regolare le cose della natura e i destini degli uomini sarebbe stato quello del guadagno. L'unico Dio sarebbero stato i soldi: come oggi».

mercoledì 30 aprile 2014

L'unica cosa da celebrare era la Resistenza

Ho appena finito di leggere "Zita" di Enrico Deaglio. E' un bel libro e scorre, anche se a tratti si perde in descrizioni che non incontrano il mio gusto. Ma non è per darne un giudizio complesso che ne scrivo. Vorrei copiarvene un estratto. Credo le più belle due pagine di tutto il romanzo (per lo meno quelle che ho amato di più). E' un po' lungo da leggere ma ne vale la pena.

[da Zita di Deaglio]
Quando era particolarmente caustica, la signora Giovanna si esibiva, davanti a loro che di anni al tempo ne avevano solo quattordici, in un succinto rendiconto del centenario dell'Unità d'Italia.
Dunque, dunque: i Savoia decidono di prendersi il sud, finanziano Garibaldi ma senza dirlo, e poi se lo fanno spremuto e lo buttano. Anzi gli sparano perfino in una gamba. Fine di Garibaldi, che era l'unico veramente eccezionale della storia italiana. Quindi i Savoia fanno finta di dare una regolata al Vaticano, ma subito dopo si accordano per spartirsi la torta. Passano i primi cinquant'anni: e siamo così poveri, dal Sud al Nord, che almeno venti milioni di nuovi italiani se ne vanno. Hanno talmente poca fiducia nel governo, nella Chiesa, nei borghesi; sono talmente disperati che raccolgono quattro stracci, prendono la nave e vanno nelle Americhe. Loro se la cavano e, siccome sono buoni figli, ci mandano anche i soldi e ci permettono di andare avanti».
A questo punto la signora Giovanna faceva una pausa: «E così finisce il secolo, i nostri primi quarant'anni. Ma aspettate, che adesso arriva il bello! Arriva la Prima guerra mondiale, e facciamo i furbi. Prima stiamo con gli uni e dopo con gli altri; alla fine ci ritroviamo con i francesi e gli inglesi, con dei generali fetenti che mandano a morire schiere di siciliani, calabresi, veneti, abruzzesi, analfabeti, che non capiscono neppure gli ordini e figurati di quanto gli può importare di Trento e Trieste. I generali li mettono in fila e li fanno fucilare. Per Trieste, poi! Per le smanie di quel degenerato di Gabriele D'Annunzio! Trieste era una città cosmopolita su cui gli italiani non avevano proprio diritti da avanzare. E ci facciamo altri vent'anni, e siamo già altre la metà del percorso.
Dopo arriva il mascellone Mussolini e fa l'Impero! Ah, quanto piaceva alla gente! Le divise, le feluche, le mignotte ministeriali, l'oro alla patria, i destini in Etiopia, il capo caseggiato, Hitler il nostro migliore alleato, l'olio di ricino.
Avevamo la monarchia, forse la peggiore casa reale di tutta Europa. Nel 1922 si lasciano volentieri spaventare e i fascisti si prendono il potere senza neanche che un carabiniere gli spari un colpo. Ah, i Savoia! I galantuomini! Il nonno emancipa gli ebrei, il nipote firma le leggi razziali. Che famiglia coerente! E se ne vanno altri vent'anni...
Il famoso centenario è tutto qua. L'unica cosa da celebrare era la Resistenza, l'unica, l'unica... Ma l'hanno già dimenticata... La sinistra? A Roma, nel '45, per scherzo ma non tanto, si diceva: "Le fabbriche agli operai, la terra ai Carandini", perché la famiglia Carandini, grandi principi e grandi latifondisti, erano diventati amici del Partito comunista, e quindi nessuno gli espropriava le terre».
E infine concludeva: «Non c'è da farsi illusioni, i fascisti son sempre pronti a uscire dalle fogne. A proposito, sapete come vanno in giro adesso i fascisti? Con il maggiolino Volkswagen nero decapottabile, è la loro divisa. Se vedi uno con la barbetta al mento e la Volkswagen nera decapottabile, non ti puoi sbagliare».

venerdì 21 marzo 2014

All'Avogadro si cominciava a ottobre

Io, all'Avo, non ci sono andata e nel 1970, a ottobre, avevo solo qualche mese ma il libro di Marco Aime che domani io e Mauro Rubella presentiamo alla libreria "La città del sole" l'ho letto e divorato come se in quella scuola ci fossi andata e come se fossi - ancor più di quanto sono - figlia degli anni '70.

"All'Avogadro si cominciava a ottobre" è un bel libro che parla di un passato da cui potremmo imparare tanto e che invece questa società ha seppellito sotto un futile consumismo esasperato che sembra non essere più in grado di arrestare.

L'Avo è un pretesto per ricordare, per raccontare un'epoca e quei suoi protagonisti silenziosi, quella sua quotidianità e il tempo che sembrava passare più lento e più denso di significato, anche quando lo si trascorreva spensieratamente.

Di questo libro ho amato molto alcune pagine che parlano di musica. Non solo perché condivido con l'autore alcuni gusti musicali ma soprattutto per aver saputo raccontare il peso che ha la musica in ogni aspetto della vita dei giovani. Poiché si parla di giovani, certo. Di giovani che vanno all'Itis in periodo storico difficile, di contrapposizioni continue, a partire da quelle in famiglia. Il genitore di allora non è quello di oggi: è un padre severo e lavoratore; è una mamma che non ti concede scuse o scappatoie e si aspetta sempre il massimo da te.

«Se il mondo dei grandi era quello, tu ti facevi il tuo, che era per forza alternativo, ma che alla fine si nutriva di quegli stessi valori che ti avevano trasmesso». Così scrive Aime e così è. E la scuola, in questa trasmissione di valori e in questa cornice di scontro continuo era fondamentale. La scuola aveva un ruolo importante, che oggi sembra essere passato in secondo piano. Forse perché nella scuola non si crede più e non si investe più: nella scuola così come nella cultura. E anche leggendo queste pagine si capisce che la strada imboccata non potrà che portare a un mondo più povero, non solo di intelligenze ma anche di valori e di significati.

Sono leggere e piacevoli le pagine di questo libro, che vi consiglio anche se all'Avo non ci siete andati. Sono leggere perché Aime usa tanta ironia nel raccontare e raccontarsi. «Lei era come credo fosse la maggior parte delle professoresse di matematica di quell'epoca. Acida, zitella, perennemente incattivita con il mondo, perchè ilo mondo odia la matematica. Figuriamoci gli studenti. E per di più matematica non era materia d'esame di maturità. Tié»

A me la matematica è sempre piaciuta. I Led Zeppelin anche. Anche io, fuori tempo di un decennio, portavo l'eskimo e la tascapane a scuola. Non sono cresciuta a Borgaretto ma qualche chilometro più in là, nella stessa seconda cintura di Torino e anche io andavo all'Impera a giocare a biliardo. E' bello ricordare ma, lo dico sempre: ricordare non basta. Dalla storia e dal passato è necessario imparare.

martedì 20 agosto 2013

Ogni cosa è illuminata


Un bel libro è quello che leggi anche quando non lo stai leggendo. Un bel libro è quello che divori e poi rileggi subito per non lasciare indietro le briciole. Un bel libro ti parla anche quando sta nella borsa. Libro, che hai portato anche se sai che andrai in un posto in cui non potrai leggerne neanche una pagina. Ho letto molto qui al mare. Libri belli e libri che non mi sono piaciuti. Quello che ho appena chiuso, per fortuna, l'avevo lasciato per ultimo perchè finire una bella vacanza con un libro stupendo è come svegliarsi da un sogno sorridendo.


Ho letto Partigia di Sergio Luzzato e l'ho trovato pesante, ridondante, inutilmente pomposo (niente di ideologico, solo uno dei libri più noiosi di quest'anno). Ho letto L'ombra del vento di Carlos Ruiz Zafon e non mi è piaciuto, nostante parlasse di libri e di amore per i libri. Ho cercato di leggere Point Lenana di Wu Ming 1 e l'ho lasciato dopo 50 pagine (magari non era il momento, ritenterò a casa).

Poi, c'era ancora lui. Con la sua copertina gialla, semplice. Normalmente leggo prima i libri e poi vedo i film (eventualmente) ma in questo caso è stato il contrario. Il film l'ho amato molto e rivisto più volte. Il libro è ancor più bello anche se, a suo modo, strano ai limiti dell'onirico. Dietro c'è una realtà dura e dolorosa, c'è la difficoltà della scelta.

"Cerca di vivere in modo che tu possa sempre dire la verità, ho detto. Va bene, ha detto lui e io l'ho creduto e questo era abbastanza". 2002, Guanda Editore, "Ogni cosa è iluminata" di Jonathan Safran Foer, 12 euro. In copertina, due righe di Pietro Citati di Repubblica che condivido appieno: "Qualche volta, basta un solo libro per cancellare i nostri dubbi sulla letteratura di oggi".

Il film ha dato nella mia testa le voci ai protagonisti ma sono tanti i personaggi "minori" che sul grande schermo non hanno potuto trovare voce e che, invece, hanno grande ruolo. Il grande ruolo che ha la memoria di ciò che è stato in quello che siamo. La memoria. Perché la nostra vita non sia solo un trattino staccato da altri trattini ma una linea unita che porta sempre verso una consapevolezza maggiore, verso un futuro più solido e più giusto, per quanto sia doloroso e difficile e a volte persono contrario a noi stessi.

"Questo mi ha fatto soffrire. Vi dirò il perché. Io sapevo perché lui era a un pochino meno che piangere. Lo sapevo molto bene, e avrei voluto andare da lui e dirgli che anch'io avevo un pochio meno che pianto proprio come lui e fa niente se poteva sembrare che lui non sarebbe mai diventato una persona pregiata come me con tante ragazze e così tanti posti famosi dove andare, perché sì, invece lo sarebbe diventato. Sarebbe stato esattamente come me. E guardami, Piccolo Igor, i lividi se ne vanno via, e così anche l'odio, e così anche l'idea che tutto quello che ricevi nella vita te lo sei guadagnato".

Leggetelo, Ogni cosa è illuminata. Vi resterà qualcosa e sicuramente qualcosa di bello.




sabato 3 agosto 2013

Amianto

Lo so. Ultimamente lo dico spesso che un libro è bello. Forse sono fortunata. Oppure ho imparato a seguire i saggi consigli. Ma "Amianto" di Alberto Prunetti (AgenziaX, 13 euro) è un bel libro, che tratta senza retorica e, con quella profonda umanità a cui attinge l'amore familiare, un tema duro e difficile.

Oggi lo si sa. Di amianto si muore. Ma quando comincia questa storia, che un po' andrebbe scritta con la S maiuscola perché è una storia vera, Renato non lo sa che di amianto si può morire e come tanti va a lavorarci a stretto contatto. Sarà che Prunetti è della provincia di Livorno, nato in quelle terre in cui anche le tragedie e i lutti sono affrontati con quella vena di ironia che aiuta a sopravvivere, ma questo racconto di vita operaia riesce ad essere profondo e allo stesso tempo leggero come l'acqua che scorre in un ruscello di montagna. Acqua che ti racconta la vita e la morte senza mai smettere di scorrere, guizzare, stagnare quel tanto che basta per far riprendere vita e fiato a chi la abita.

Una vita e una morte che ne racconta tante altre. Scrive Prunetti: "Se poi una scintilla raggiunge una cisterna di gasolio e l'impianto si incendia, sembra sciogliersi anche l'asfalto per le strade di Busalla. Ma loro, i busallesi, sono costretti a vivere con il drago, come i tarantini, come i pimobinesi: sono stretti nella morsa della fabbrica sia fisicamente, sia psicologicamente, perché lo stabilimento dà il ricatto del pane e pretende il diritto di inquinare".

È un ricatto che, oggi, abbiamo imparato a conoscere bene. Sarà l'affinità anagrafica con l'autore ma mi ritrovo in molte descrizioni che fa di due generazioni: la sua e quella dei suoi. Genitori che hanno lavorato una vita per far studiare i figli, per risparmiare loro non tanto la fatica ma un lavoro venefico, che prima o poi li avrebbe uccisi.

É anche un libro tenero, una dichiarazione d'amore verso il padre, che mi ha commosso molto. Un breve stralcio: "Ricordi. Quando camminava ancora un poco, lo portai a fare alcuni giri. Le spiagge bianche di Rosignano, per sentire d'inverno le libecciate poco prima del tramonto, quando le ciminiere grigie della Solvay alle spalle torreggiano dal cielo terso sui residui di bicarbonato industriale e simulano un tropico sterile alla livornese. Il poncino dal Civili vicino alla stazione di Livorno. Una birra leggera al bar del benzinaio, sosta obbligata del camionista, con uovo sodo a sostegno dello stomaco. Una caciuccata vicino ai quattro mori, al porto. La nave Venus incagliata a Caletta, a Castiglioncello, vicino al vecchio Cardellino, il locale in cui aveva lavorato tanti anni prima come cameriere e dove aveva ascoltato Nada cantare, quando furono immortalati dal flash di Nick Vampata. Il cimitero di Rosignano Marittimo, dove sono sepolti i miei nonni paterni e Pietro Gori, il cavalier errante dell'anarchia, col suo monumento che 'l'Apuania operaia dedicò', incluso giro turistico tra le tombe dei vecchi stalinisti livornesi che al posto della croce sulle 'urne de' forti' recano incastonata nel marmo polito la falce e il martello".

È difficile condensare una vita in un libro. Soprattutto la vita di qualcuno che è significato tanto per noi ed è contemporaneamente entrato, vittima e morte bianca, nelle tragiche pagine della storia dell'amianto. Prunetti ci riesce, in punta di piedi ma con forza, lasciando al lettore la speranza che il futuro sia diverso anche se le basi di partenza non sono buone, tra difficoltà, mancanza di lavoro e precariato.
Così chiudo come chiude l'autore, che sembra che la speranza non ci sia ma ci sarà sempre fin quando qualcuno avrà voglia di lottare: "Queste sono le ultime cose che vorrei dirgli: babbo, il sacco di polvere di marmo al secondo piano io ce l'ho portato. Ma la ragioneria l'hanno già saccheggiata i padroni e per noi, figlioli degli operai che hanno provato a salire le scale, non c'è rimasto niente. Ci hanno solo preso per il culo, Maremma schifosa".




mercoledì 31 luglio 2013

Leggere Lolita a Teheran

L'ho cominciato tempo addietro ma l'ho abbandonato due volte per due libri più "facili" e ora che sono riuscita a finirlo mi spiace non avergli concesso subito il tempo e l'attenzione che meritava. "Leggere Lolita a Teheran" di Azar Nafisi (Adelphi, 10 euro) racconta la rivoluzione iraniana vista attraverso gli occhi di una donna nonché insegnante di letteratura inglese all'Università, ovvero (cultura, donne e occidente) tutto quello che l'islamismo di Komeini ha cercato di annullare quanto più possibile.

Azar Nafisi è un'insegnante che non condivide, come la gran parte dei laici, la linea politica del governo di Komeini e si interroga. "Mi trovavo in un bel dilemma. Se avessi rifiutato, abbandonato i giovani alla mercé di un'ideologia corrotta, sarei stata considerata da alcuni una traditrice. Ma se avessi lavorato per un regime che aveva rovinato la vita di tanti colleghi e studenti, agli occhi degli altri avrei tradito ciò in cui credevo".

Si interroga sul suo ruolo di insegnante così come di donna e fino all'ultimo si rifiuta di farsi imporre un velo che per lei, laica, non ha significato. Si interroga sui diritti negati alle donne e sul ruolo di quelle stesse donne all'interno della famiglia e della rivoluzione. "Prima che Farideh scegliesse la clandestinità e si unisse al suo gruppo rivoluzionario, fuggendo all'inizio in Kurdistan e poi in Svezia, noi tre ci ritrovavamo spesso a discutere di letteratura e politica, a volte fino a notte fonda. In politica Farideh e Mina erano agli estremi - una era marxista militante, l'altra una monarchica convinta. Ciò che le univa era l'odio incondizionato per il regime".

È un libro ricco di particolari che riescono a farti immergere in un mondo per noi lontano e, a volte, incomprensibile. Un mondo che in quindici anni, tra il regime di Komeini e la guerra contro l'Iraq, ha cambiato volto e non in meglio. Ma si era donne e madri anche in quel periodo e così Azar Nafisi scrive: "Quando nacque mia figlia la accolsi come un dono, che in qualche modo misterioso mi aiutò a non impazzire. Eppure non riuscivo a darmi pace, e il pensiero che i loro primi ricordi, a differenza dei miei, sarebbero stati inquinati da quanto ci succedeva intorno non smetteva di tormentarmi".

La letteratura inglese è l'altra chiave. Un'altra chiave che il regime vedeva aprire le porte di Satana poiché proveniente da quel mondo occidentale che cercava in ogni modo di annientare. Henry James, Bronte, Austen sono un modo per resistere e anche un modo per interpretare il presente. Talvolta la Nafisi si perde un po' in queste parti di lettura e rilettura dei testi tuttavia serve al lettore per capire il suo modo di vedere e vivere l'Iran.

Non è un libro a cui si può dedicare una lettura superficiale. Pretende attenzione e lo sconsiglio a chi ha bisogno di continui colpi di scena. È uno spaccato di un recente passato che, personalmente, ai tempi non avevo cercato più di tanto di approfondire e non so se per la mia giovane età o l'esorbitante distanza culturale. "Leggere Lolita a Teheran" mi è piaciuto e mi ha dato nuovi spunti. Fatemi sapere che ne pensate, se lo leggerete o l'avete letto.

venerdì 14 giugno 2013

Non so niente di te

Ho appena finito di leggere un libro molto bello che consiglio vivamente e che mi ha fatto fare un sacco di riflessioni sul "downgrade", sull'essere genitori, sulla ricerca di se stessi e del proprio ruolo nell'esistenza umana. Il libro si intitola "Non so niente di te" ed è l'ultimo romanzo di Paola Mastrocola. Del libro, posto la copertina ma non vi dirò nulla se non che vale davvero ogni pagina (edito da Einaudi, non è propriamente economico al prezzo di 18,50 euro) e che, a dispetto del titolo, non ha nulla di romantico se non le pecore. Sì, le pecore. Non capre. Pecore, preziosissime pecore Shetland.

Vi dirò invece delle riflessioni che mi ha sollecitato. La prima riguarda il cosiddetto "downgrade" ovvero la scelta di alcune persone di abbandonare professioni ambite o ben pagate per tornare a vivere con professioni più umili ma più umane, più solidali, più naturali ma certamente meno remunerate. Se il downgrade professionale è certamente un lusso, sono convinta che tanti di noi potrebbero permettersi un downgrade quotidiano negli usi delle cose per ridurre gli sprechi e razionalizzare le risorse, partendo dall'eliminazione degli acquisti che si fanno solo per "status symbol". Non starò a fare degli esempi. Non che non ce ne siano ma credo sia riduttivo e rischi di concentrare il problema su questo o quel prodotto in particolare, quando invece, dai vestiti al cibo, dalla tecnologia ai mezzi, dallo sport all'arte è sufficiente pescare nel mazzo.

A me non piace buttare via. Sono un po' fissata. Ma vivere in un continuo usa e getta credo sia fortemente negativo, non solo per noi ma soprattutto per le generazioni future a cui non daremo alcun insegnamento costruttivo e a cui lasceremo un mondo stracarico di rifiuti.

Essere genitori è anche questo, per me, insegnare al rispetto. Non solo delle persone ma anche delle cose, del lavoro che sono costate a chi le ha fatte e a chi le ha comperate. Non è facile in un mondo che butta sul mercato ogni giorno una nuova moda, un nuovo oggetto del desiderio di cui sembra che nessuno possa fare a meno. E' una battaglia continua, immane. La cosa più difficile è insegnare ai propri figli a stare bene con se stessi anche se non hanno la griffe o l'oggettistica del momento, anche se in teoria ce la potremmo pure permettere. Insegnare loro a essere indipendenti. La vita è una lunga ricerca di sé. Ci sono persone fortunate che si trovano subito. Altre che non si troveranno mai ma che, forse proprio per questo, aiutano tante altre nella ricerca. 

Il libro della Mastrocola mi ha fatto riflettere anche su questo e su quanto sia difficile essere genitori e su quanto sia complicato capire quando è giusto che l'uccellino voli con le proprie ali e se necessario cada e si faccia male. Essere genitori - e madri in particolare - è il mestiere più difficile in assoluto perché la paura di essere almeno corresponsabili se non responsabili di qualsivoglia errore dei figli è difficile da dominare. Da figlia, so che mia madre e mio padre non sono responsabili dei miei errori ma, da madre, non riesco ad alleviare quel peso. Perché, in fondo, è così poco quello che sappiamo degli altri. Anche quando crediamo di conoscerli bene.

domenica 7 aprile 2013

Le colpe dei padri

Ho appena chiuso l'ultima fatica letteraria di Alessandro Perissinotto, «Le colpe dei padri», e scrivo su quell'onda emozionale che sempre mi rimane quando finisco un libro, quando l'ultima pagina mette fine a una storia che quasi mai vorrei finisse così come l'autore l'ha immaginata.

Io credo, nella mia vita di lettrice, di aver odiato poche volte, così profondamente, il protagonista di un romanzo. Guido Marchisio, dirigente di una multinazionale e quasi mio coetaneo, incarna tutto ciò che rende questo mondo un posto più brutto in cui vivere. Non basta una sua catarsi lunga trecento e rotte pagine per renderlo più simpatico, non basta alcuna tragedia, alcun dolore che si immagina possa aver provato. E non credo che basti neppure all'autore. L'ingiustizia fa parte della vita e non prenderne atto è forse cosa da bambini. Contraria da sempre al lieto fine forzoso, dovrei godere di questo ritratto contemporaneo, di questo spaccato di realtà e, invece, mi sento orfana di un riscatto.

«E' questa la colpa più grande di ogni padre, quella di costringere i figli a rendergli conto delle loro azioni. In questo, i padri terrestri sono più esigenti di quelli celesti. Quelli celesti li possiamo negare o addirittura possiamo scegliere quello che ci sembra più facile da esaudire: Dio, Geova, Allah, Buddha, Manitù; quale dio mi si addice meglio? Di quale mi sarà più semplice essere figlio obbediente? Dei padri umani, invece, siamo prigionieri: siamo liberi di compiacerli o di deluderli, ma non di plasmare le loro aspettative nei nostri confronti».

Scritto tra l'oggi dentro l'oggi e l'oggi dentro gli anni di piombo, «Le colpe dei padri» ti mette in gioco. Ti costringe a parteggiare, a scegliere tra le mille gradazioni di errore cui solo l'esistenza umana sa dar vita. Noi siamo persone, uomini e donne, e la perfezione non è contemplata.

Di Perissinotto continuo a preferire il buon Colombano da Romean, lo scalpellino. Tuttavia, i romanzi dell'autore torinese hanno sempre il pregio di riuscire a mettermi in discussione con me stessa. Cosa che, personalmente, apprezzo molto.

martedì 12 marzo 2013

Il sussurro degli alberi

Il 29 marzo, alla libreria "La città del sole" di Bussoleno, presenterò questo volumetto, recente fatica letteraria di Tiziano Fratus. Il post su questo blog non vuole essere un promemoria ma un respiro di meraviglia. Dopo aver letto il libro non potevo non scriverne. Mi ha colpito molto e attendo con grande curiosità il momento in cui potrò confrontarmi con l'autore.

Chi mi conosce sa che le mie letture, pur eterogenee, si orientano raramente su libri che descrivono paesaggi. Mi piace viverlo il paesaggio, respirarlo, sentirlo sotto i polpastrelli delle dita. Sentirlo raccontare, in genere, mi entusiasma meno. Tuttavia, questo piccolo volume si legge tutto d'un fiato. In certi passaggi si può persino provare la sensazione forte, profonda e piacevole del contatto con gli alberi pur essendo chiusi nella propria stanza.

«Credo che la schiavitù dell'uomo nei confronti del tempo sia una delle cause della crisi perenne che attraversa l'epoca moderna - scrive Fratus - vincolati come siamo, individualmente e socialmente, a produrre, ad arricchirci, a ottenere successo, quel successo che crediamo alla nostra portata e che diamo per scontato gli altri vogliano da (o per) noi, per poterci ammirare, rispettare, e magari, al fondo, amare».

Sarà per questi incisi, per queste riflessioni e per questo mettersi delicatamente in discussione, al confronto - e al cospetto - di alberi millenari che trovo così piacevoli queste pagine. Per alcuni, queste pagine potranno essere appunti di viaggio; per altri un modo per conoscere un aspetto diverso del proprio Paese - ma non solo - e per altri ancora, un modo per guardare da un altro punto di vista la storia. Dal punto di vista di chi può osservare i secoli come fossero attimi - in una staticità solo apparente - vivendoli e subendoli al tempo stesso.

Per me, questo piccolo volume è stato un interessante viaggio dentro me stessa, accompagnato dal frusciare delle fronde e da quel fresco meraviglioso che ti avvolge all'ombra di quelle stesse fronde in una calda e assolata giornata in montagna.

martedì 4 dicembre 2012

Biblioteca e biblioteche

La biblioteca. Mi piace l'idea di parlare della biblioteca in biblioteca. Già, perché ora sono qui, circondata da migliaia di volumi e penso e scrivo. Fuori è freddo. Gli argomenti di attualità da cui prender spunto e da commentare sono tanti ma stasera voglio parlare di lei e delle centinaia di ore che vi ho trascorso. Oh, non tutte qui, certo. Paese che vai, biblioteca che trovi.

La biblioteca di Bruzolo è una biblioteca atipica anche se non unica nel suo genere. In primo luogo è gestita interamente da volontari, sotto l'occhio attento e vigile di Francesca che l'ha adottata come fosse figlia sua. Grazie ai volontari, è aperta tutti i giorni della settimana (domenica compresa), anche in orario serale. Perché possano possano usufruirne tutte e tutti. In secondo luogo, questa biblioteca è viva. E' consentito parlare, ritrovarsi, discutere, confrontarsi (chi vuole leggere in silenzio e in loco ha il suo spazio) e andare a cercarsi di persona le proprie letture. Anche se questo, per i bibliotecari, significa poi passare ore a rimettere a posto i libri perché non solo i piccoli utenti hanno uno strano senso dell'ordine alfabetico.

La terza cosa che rende questa biblioteca speciale è che non è capace di dire di no alle donazioni. Sembra una scemenza ma ci sono persone che svuotano la cantina e portano i libri in biblioteca. Beh, libri. Diciamo che ci portano quanto trovano di cartaceo. Una mattina Francesca ed io abbiamo trovato uno scatolone di Topolino abbandonati davanti alla porta. Come una volta si faceva coi figli illegittimi e i portoni della chiesa. Tutti i Topolino hanno trovato spazio sugli scaffali. Beh, spazio. Diciamo, posto. Altri volumi non l'hanno trovato, il posto, ma lo attendono pazienti negli scatoloni.

Bel logo di un'iniziativa a Novate Milanese
La biblioteca (non solo questa, ma in generale) è un posto magico. Un posto dove puoi fare tutti i viaggi che vuoi senza muoverti che di qualche metro. I libri parlano, sanno chiamarti, corromperti, consolarti, farti arrabbiare, farti piangere o ridere a crepapelle. Ogni pagina è una sfumatura di un colore nuovo. Magari può sembrare uguale a un'altra ma molto raramente lo è. Forse mai. E' come la musica, una creazione infinita con un limitatissimo numero di note.

Alla biblioteca non importa se puoi permetterti tutti i libri del pianeta o nemmeno uno, se hai 10 anni o 90, se sei un lettore incallito oppure no. Lei accoglie tutti e mette a disposizione tutta se stessa, in un meraviglioso esempio di come dovrebbe essere la cultura a tutti i livelli. Leggere è un diritto e se non lo è, dovrebbe esserlo. La biblioteca è come una mamma che sa prendersi cura di tutti i suoi figli ma ciascuno a suo modo e secondo le sue necessità. Io la amo profondamente. Ma questo, immagino, si sia capito.

domenica 25 novembre 2012

Lidia

«Esorto i maschi a diventare uomini, per non restare indietro di un anello nella catena evolutiva. Un anello è tanto. Vuol dire che sei appena sceso dall'albero». Lidia Menapace. Saggista, femminista, partigiana. Le parole sono le sue. Abbiamo avuto l'onore di ospitarla come Dim (DoneInMovimento) a Bussoleno, ieri pomeriggio, all'interno della rassegna di eventi per la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, che ricorre oggi.

Lidia Menapace e io.
Per carattere e per mestiere, non sono persona che si fa mettere facilmente in soggezione. Ma di Lidia l'avevo. Perché lei è e rappresenta tutto quello che vorrei essere io. Le invidio anche l'età e, come iscritta Anpi, il suo contributo alla Resistenza. Anche grazie a donne come lei abbiamo una Costituzione tra le più avanzate al mondo. Sempre più calpestata ultimamente, purtroppo, ma comunque grande e importante riferimento di tanti.

"...A furor di popolo!" si intitola il suo ultimo libro. Non è un libro facile ("teoria politica d'occasione" la chiama lei)  ma ci sono pagine che bisognerebbe leggere nelle scuole, perché i giovani sappiano quanto questa incertezza del loro futuro sia figlia di una strategia preordinata volta a sacrificare i deboli affinché una minoranza mondiale mantenga i suoi privilegi. «Noi qui stiamo bene perché in Africa i bambini muoiono di fame. C'è un legame persino misurabile. Apprezzo chi si spende in progetti di aiuto ma sia chiaro che non può essere la soluzione». Lidia parla di tutto con estrema semplicità. Un suo grande pregio, insieme all'ironia, perché alla fine troppa serietà risulta indigesta.

Dim e Lidia Menapace
Lidia Menapace è No Tav. Si può dire senza crear scompensi. Ce l'ha spiegato con chiarezza ieri e l'ha scritto con altrettanta chiarezza sul suo libro. «Al grido di modernizzazione e progresso si sono fatti tutti avanti. Io invece sono sempre molto sospettosa quando si parla di modernità». Le ragioni della sua contrarietà al Tav in val di Susa si possono leggere in più capitoli. Non sto qui ad anticiparveli. Ma sull'accostamento tra Resistenza (quella partigiana) e lotta al Tav, su cui più volte la sezione Anpi di Bussoleno e il Movimento No Tav sono stati bacchettati (per così dire) anche dall'Anpi nazionale, Lidia ha un'idea precisa: «Ora e sempre Resistenza non può essere un motto privo di contenuti. Io vedo molte affinità, prime tra tutte l'attaccamento al territorio e una relazione sociale diffusa quotidiana non solenne».

Personalmente l'avrei ascoltata per ore raccontare della Resistenza, del '68 e di quest'attualità e di tutte le contraddizioni che tutti i periodi storici portano con sé. Perché ci sono tante cose apprezzabili di Lidia ma, secondo me, la più importante è che non ci sono argomenti tabù e con lei, alla fine, discussione significa sempre crescita personale e collettiva.

Abbiamo trascorso con Lidia un dopo-presentazione meraviglioso alla Credenza, parlando di politica e di donne, di Simone De Beauvoir e di Jean Paul Sartre, bevendo un bicchiere di vino e immaginando quale grande responsabilità abbiamo noi donne di oggi nella costruzione del futuro, guardando ad esempi come lei (Lidia, non la De Beauvoir). Non so riassumere, descrivere. Non mi capita sovente. Forse potrei raccontare ma non son certa. Quello che so è che Lidia ci ha lasciato tanta voglia di fare. Mi sembra estremamente positivo.

Il libro. Il libro dovrebbe essere letto. Soprattutto dai maschi. Soprattutto su soprattutto (scusate la non esistenza della locuzione) dai maschi di sinistra che non sono ancora diventati uomini. Forse Rita ne ha ancora alcune copie alla libreria La città del sole (http://www.librerialacittadelsole.jimbo.com). Costa 12 euro ma assicuro lettori e lettrici che li vale tutti.

Io volevo chiudere ringraziando Lidia anche se, probabilmente, questo blog non leggerà mai. Perché leggerla, ma, sopra ogni cosa, conoscerla mi ha regalato nuove prospettive e anche nuove speranze.

martedì 2 ottobre 2012

Di tutte le ricchezze

Di tutte le ricchezze
Era tra le mie mani ieri mattina, dono di un'amica cara che ringrazio, e stanotte, strappando al buio le parole di pagina 207, si chiudeva tra quelle stesse mani. Di tutte le ricchezze. La più recente fatica letteraria di Stefano Benni, uscita sabato scorso. Lo dico sempre ma ogni nuovo romanzo è un gioiello. E così ancora una volta mi sono ritrovata a leggere senza poter smettere, felice perché assaporavo quelle frasi farsi vive nella mia mente e triste perché ogni pagina letta avvicinava la fine del libro.

E allora perché lo fai? Lo faccio perché non si lotta mai abbastanza.

Tra le protagoniste del libro...
Ci sono libri che è facile descrivere, riassumere. Altri, se lo fai, perdono tutta la loro magia. Altri ancora, come questo, che non ha senso riassumere poiché è la loro interezza a renderli speciali. Così non si può dire di un vecchio professore brontolone, di una simpatica Dyane, del passato e del presente, dell'amore e della vecchiaia senza togliere un brandello d'anima a quelle righe. Si può dire dell'ironia con cui Benni affronta sempre passato, presente e futuro. Si può dire della spruzzata di speranza e di meraviglia, che sempre nascondono qualcosa e non si può saltare le parole. Anzi talvolta è bene leggerle anche al contrario per gustarle appieno.

Ma nulla spaventava il ministro Biondello (anche lui uomo di molti difetti e virtù). Nato in un paese attiguo a Borgocornio, si era fatto onore. Già sei avvisi di garanzia in una sola legislatura, abuso di atti di ufficio, concorso in associazione mafiosa, peculato eccetera. Ogni volta, schivata la pena, ripartiva per un nuovo appetitoso reato. Era famoso per la frase "Sveltiamo la pratica", che voleva dire concedere permessi edilizi in cambio di inevitabili tangenti. Il capolavoro di Biondello e dei suoi protetti era un tunnel di tre chilometri costruito con i soldi dei contribuenti in un luogo deserto dove non c'era, e forse mai ci sarebbe stata, alcuna strada. Ora giaceva come un colossale serpente di cemento, in mezzo alla campagna, ed era detto appunto Galleria Biondello. Il prossimo progetto era una diga in un posto ove non vi fosse acqua.

Butto lì un passaggio ma il viaggio è anche amore, riflessione, risate e lacrime e un grosso cane chiamato Ombra, che non rispetta l'undicesimo comandamento del dodecalogo del cane (ma per sapere qual è vi toccherà di leggere il libro). Il mio è un giudizio di parte. Un'opinione di chi, nella libreria in rigoroso ordine sparso, ha diverse decine di centimetri occupate dai libri di Benni. Di chi Baol l'ha letto dozzine di volte. E Terra!, Elianto e Saltatempo che sembra la storia della valle di Susa. Adesso che ci penso ho prestato a qualcuno Achille PièVeloce e non mi è mai tornato indietro. Anche Saltatempo. Tornate miei amati. Sentite il mio richiamo.