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mercoledì 28 agosto 2024

In cammino sulla Via Flavia

Ci è voluto un cammino (sulla carta 120 Km, nella realtà una ventina in più) per farmi tornare a scrivere. La definirei un'epifania. Quando cammini hai tempo per riflettere, osservare, respirare, sentire il tuo corpo che reagisce allo sforzo così come all'entusiasmo.

Senza nulla togliere ai viaggi meno impegnativi dal punto di vista fisico, il cammino (soprattutto se dura più di qualche giorno) è in grado di farti osservare la realtà da punti di vista differenti.

Siamo partiti un lunedì mattina di metà agosto, ma merita un paragrafo solo l'affardellamento dello zaino a casa. Quando in uno zaino da 60 litri devi far stare la tenda (che, però, si è caricata mezza mela nel suo), materassino, sacco a pelo, asciugamano, una giacca se dovesse piovere o far freddo, l'indispensabile per potersi lavare, torcia frontale, battery pack e piccole idiozie elettroniche ormai indispensabili, non resta molto spazio per la fantasia. Noi donne siamo facilitate dal fatto che il nostro abbigliamento sportivo estivo è solitamente piccolo e comprimibile. Comunque, io ho messo una canotta, due t-shirt, una felpa, un pantalone lungo e un leggin mezza gamba. Il pantalone corto l'ho messo per partire così come un'altra canotta.

Tornando a noi, siamo partiti un lunedì mattina presto di metà agosto per arrivare al confine della Slovenia sotto Trieste, a Lazzaretto, un po' prima dell'una.

Abbiamo posato l'auto, messo a spalle i due macigni e siamo partiti. Abbiamo seguito principalmente il GPX scaricato dal sito Ammappaitalia (https://www.ammappalitalia.it/) e, quando possibile, ci siamo affidati alle frecce gialle tracciate sul terreno o alle paline con il simbolo del cammino. In questo senso, alcuni tratti ci hanno un po' deluso perché senza GPX (pur non preciso, se posso dire) saremmo andati totalmente a caso.

Da Lazzaretto ci siamo diretti verso Muggia vecchia, seguendo i cartelli per la traversata muggesana. La prima tappa è un continuo saliscendi nell'entroterra. Sarebbero stati dislivelli poco impegnativi se non avessimo avuto il carico dello zaino e non ci fosse stato il caldo asfissiante della metà di agosto. Il cammino, su diversi siti, è dato come un percorso che si può fare anche in estate ma lo sconsigliamo fortemente. Meglio, perché più godibile, farlo a primavera inoltrata o ad inizio autunno.

A Muggia Vecchia c'è il Santuario (dove si può anche fare il primo timbro dedicato alla Via Flavia), che merita una visita. Bello il panorama sul golfo di Trieste e molto particolare il santuario, con affreschi ben conservati e alcune parti storiche molto ben valorizzate.

Piacevole la discesa verso Muggia, con alcuni percorsi che si prestano a fotografie d'effetto, per chi è amante di questa forma d'arte. La prima parte del sentiero, fino a qui, è segnalata con frecce gialle ben visibili. Diverso per la seconda parte, da Muggia fino a Bagnoli della Rosandra. 

Il campanile del Santuario
 di Muggia vecchia

Muggia è una cittadina  sul mare. Tra vie e vicoli si trovano la chiesa, il castello e diversi punti d'interesse. Il timbro ce lo ha fatto il bar nella piazza principale. Una cosa davvero apprezzabile di quella parte d'Italia è che i punti per l'informazione ai turisti sono pressoché ovunque. Il personale è molto gentile e disponibile. Lo stesso non si può dire di alcuni esercenti di bar e ristoranti ma, probabilmente, capita un po' ovunque.

Tra GPX e qualche indicazione, passando per Caresana e Dolina, siamo riusciti ad arrivare a Bagnoli della Rosandra. Lì, abbiamo piazzato la tenda in un microscopico parco giochi. Il bivacco, se non diversamente specificato, dal tramonto all'alba è sempre consentito. Noi abbiamo incuriosito alcuni residenti dell'edificio adiacente ma tutto sommato è stato un bivacco comodo. La notte è piovuto e ha tirato vento tuttavia al mattino, per fortuna, il maltempo se n'è andato. Abbiamo approfittato di un grande antico lavatoio per lavarci e fare il bucato e siamo ripartiti.

Da Bagnoli della Rosandra a Trieste si segue una pista ciclabile davvero stupenda. Abbiamo avuto la fortuna che il cielo fosse parzialmente nuvoloso perché molti tratti sono sotto il sole a picco. Il percorso segue, presumibilmente, un vecchio tracciato della ferrovia e alterna ponti con viste panoramiche a tratti boschivi. Si attraversa anche una galleria.

La ciclabile aggira un gran pezzo di Trieste. Il percorso all'interno della città non è segnalato per nulla, perciò ci siamo affidati totalmente al GPX.

A Trieste non ero mai stata. Mezza mela ci aveva fatto un raduno degli alpini ma non si ricordava niente (strano, eh?). E' una città imponente, molto asburgica. Se non ci fosse il mare ricorderebbe Torino per alcuni aspetti. E' bella di quelle bellezze dovute alla sua storia, per la presenza di cattedrali, monumenti e piazze di grande eleganza. Ciò nonostante, a me è parsa senz'anima. Non è una città in cui avrei voglia di tornare.

Il percorso segue, poi, il lungomare fino a Miramare. Il lungomare di Trieste merita un paragrafo a sé, soprattutto per chi non è abituato a taluni scenari. Il viale alberato dista dal mare pochi metri ed è separato da esso solo da una manciata di scogli. Il lungomare diventa così una vera e propria spiaggia pubblica dove triestini e turisti prendono il sole sdraiati sul lastricato in porfido, si buttano in mare e approfittano della tante docce messe a disposizione lungo il viale. In tanti chilometri percorsi sui tanti lungomare, gli stabilimenti balneari così come li conosco sono pochissimi.

La seconda tappa si conclude poco sopra il castello di Miramare. Il timbro ce lo hanno fatto, sia qui che a Trieste città, negli IAT. A Miramare abbiamo optato per trovare una sistemazione in un piccolo albergo. Più che altro per farci una doccia perché ne sentivamo seriamente la necessità.

Il castello di Miramare è un gioiello, con il suo parco pubblico verde e ben curato in cui si può passeggiare ammirando fontane, porticati, giardini e scorci d'effetto. Mentre cenavamo, abbiamo assistito al tramonto sul golfo e non si può negare che sapori di magia.

La mattina siamo ripartiti alla volta di Monfalcone. La prima parte del percorso fino a Duino è bellissima e molto ben segnalata. Si può fare la variante "alta" (quella che abbiamo scelto noi) oppure quella "bassa" che taglia fuori la passeggiata in cresta alle scogliere che danno sul mare. Unica pecca (nostra) è stato scegliere di percorrerla a metà agosto. Il caldo era tremendo e, anche se alcuni tratti sono boschivi, personalmente ho faticato moltissimo.


Un paragrafo lo merita anche il rifornimento d'acqua. Molto raramente si trovano fontane lungo il cammino. In certi casi, se non si parte preparati con una scorta sufficiente è difficile affrontare le tappe. I residenti conoscono alcuni punti in cui si possono riempire le borracce ma non sono segnalati in alcun modo. Questo, insieme alla mancata segnalazione del cammino lungo molti tratti, è certamente il difetto peggiore della Via Flavia. Anche trovare, semplicemente, un bar in cui fare rifornimento molte volte è impossibile.

Duino è un'altra piccola perla. Il castello (dove si può fare il timbro) si può visitare a pagamento, ma noi non siamo entrati perché appena giunti in loco è scoppiato un forte temporale estivo. Ci siamo rifugiati nell'androne di un condominio e, lì, abbiamo atteso che spiovesse. Poi ci siamo rimessi in cammino, perché la nostra meta era ancora lontana.

Dopo il temporale
Da Duino a Monfalcone c'è il tratto peggiore di questo cammino. Al di là del fatto che è tutto sotto il sole a picco e mal segnalato, attraversa una parte di territorio che non è bello in nessuna sua forma. Il piccolo tratto boschivo lo sarebbe se non fosse stato funestato due anni fa da un incendio di vaste dimensioni che ha lasciato solo devastazione e fusti anneriti. Si passa poi accanto all'autostrada su un sentiero talmente poco battuto che in certi punti si fatica a passare.

Si arriva, dunque, a Monfalcone attraversando parte del parco dedicato alle trincee della prima guerra mondiale che, avendo tempo e ancora forze, è visitabile e completamente protetto dagli alberi. 

Monfalcone è una città multietnica portuale dove predomina Fincantieri. Ha un centro molto accogliente e un porticciolo bellissimo, sul quale sorge un chiosco che serve cozze impanate paradisiache. Ce lo ha fatto conoscere una nostra amica bisiacca d'origine (così si autodefiniscono i cittadini di quella zona del Friuli), che ci ha ospitato a casa sua consentendoci di farci una doccia e dormire in un letto.

Da Monfalcone alla laguna di Grado, il percorso ritorna ad essere ben tracciato. Indispensabile avere acqua a sufficienza perché usciti da Monfalcone non c'è più traccia di fontane o bar per 23 Km. Noi, per sopravvivere sotto il sole cocente (il tratto è completamente esposto) abbiamo elemosinato acqua da un abitante di una piccola frazione impegnato in quel momento a tagliare l'erba a casa sua. Senza, non saremmo arrivati al Caneo dove si trova il primo bar. La prima parte di quei primi 23 Km è tutta lungomare. Per chi, come noi, è abituato a scenari del tutto differenti sembra di atterrare su un pianeta sconosciuto.

A Caneo abbiamo fatto conoscenza con un ragazzo del posto che ci ha portato a visitare un piccolissimo villaggio di pescatori che sorge proprio lì vicino. Piccole barche, reti da pesca, cigni e casette a misura di stagione. Veniva voglia di fermarsi lì. Poi, ci siamo diretti verso Fossalon di Grado dove abbiamo trovato, in un campeggio, uno spazio per piazzare la tenda.


Piacevole serata, nonostante la moltitudine di zanzare (una costante di tutto il percorso), e bellissima alba sulla laguna, prima di rimettersi in cammino per l'ultima tappa alla volta di Aquileia.

In questo tratto sbagliare strada è praticamente impossibile ma comunque il tratto è segnalato. Si arriva abbastanza in fretta a Grado che, a parer mio, vale tutto il cammino. Il centro storico è magnifico, pulito, ricco di scorci e di testimonianze storiche. La basilica di Sant'Eufemia è stupenda (lì abbiamo anche timbrato la nostra "compostela"). Accanto c'è il Battistero di San Giovanni, di epoca paleocristiana, e un'esposizione dei tanti reperti rinvenuti in loco.

Quando abbiamo terminato il giro turistico (anche se io mi sarei fermata almeno un giorno ancora) ci siamo diretti verso Aquileia, che è unita a Grado da una strada di 4,6 Km costruita in mezzo al mare. Caldo torrido a parte, percorrerla a piedi è un'esperienza indimenticabile. Ho chiesto a un signore del posto se talvolta, causa mare grosso, non fosse transitabile e mi ha detto che capita molto raramente, solo un paio di volte l'anno, quando la Bora soffia con forza.

Anche in quest'ultimo tratto sbagliare strada è praticamente impossibile. Si prosegue alla volta della cattedrale di Aquileia che già si comincia a vedere appena raggiunta la costa. Siamo entrati all'accoglienza per farci fare il timbro e ci saremmo aspettati di poter visitare la cattedrale gratuitamente, in quanto "pellegrini" con tutti i timbri del percorso. Invece, non è andata così e, dunque, seppur sapendo che i mosaici avrebbero meritato, abbiamo terminato il cammino senza entrare. Non per la spesa in sé, 10 euro a testa, ma per una questione di principio.

Il voto complessivo del cammino è sette. Più curato e meglio organizzato, con più accoglienza per chi si muove in tenda, arriverebbe sicuramente al nove. Comunque, camminare ci ha entusiasmato e abbiamo deciso che ripeteremo l'esperienza su altri percorsi al più presto. Per tornare a Lazzaretto con i mezzi (per riprendere l'auto parcheggiata al porto) ci abbiamo messo appena due ore e mezza. La zona è molto ben servita tra bus e treno e merita un plauso.




giovedì 26 marzo 2020

Silenzio

Evoluzione della psicologia dell'isolamento di casa mia ai tempi del Coronavirus.

Giorno 1. Lunedì 9 marzo 2019.
Figli: Yeahhhhhhh. Niente scuola!
Io: Oggi, in ogni caso, non lavoravo, ne approfitto per fare cose.
Mezza mela: Io lavoro.

Giorno 2
Figli: Yeahhhhhhh. Niente scuola!
Io. Bello. Ne approfitto per fare cose.
Mezza mela: Io lavoro.

Giorno 3
Figli: Yeahhhhhhh. Niente scuola!
Io: Mmmm... farò quelle cose che ho sempre rimandato
Mezza mela: Io lavoro.

Giorno 4
Figli: Yeahhhhhhh. Niente scuola!
Io: Oggi non ho molta voglia di fare ancora qualcosa che ho rimandato. Credo lo farò domani. 
Mezza mela: Io lavoro.

Giorno 5
Figli: Yeahhhhhhh. Niente scuola!
Io: Bello avere il tempo di leggere e cucinare. Faccio la pasta. E gli gnocchi.
Mezza mela: Io lavoro.

Giorno 6
Figli: E' sabato. Cosa facciamo?
Io: Passeggiatina? (non era ancora vietato, nda)
Mezza mela: Ok, passeggiata ma poi devo far cose che non ho mai tempo.

Giorno 7
Figli: Cosa si mangia? Cosa faccio? Posso uscire? Escono i vecchi e io non posso.
Io: Cucinerò qualcosa
Mezza mela: E' già domenica? Non ho fatto ancora niente!

Giorno 8
Figli: Yeahhhhhhh. Niente scuola!
Io: Madonnina santa devo almeno andare a fare la spesa. Ce l'ho il modulo? La mascherina? I guanti? La voglia? Non so cosa cucinare.
Mezza mela: Io lavoro.

Giorno 9
Figli: Ma quanto durerà questa cosa?
Io: Meno male che c'è l'orto, vado a seminare che è luna calante.
Mezza mela: Io lavoro.

Giorno 10
Figli: Ma perché non chiudono in casa solo i vecchi? Io sto bene. Posso andare a giocare al campetto? Posso far venire la mia amica?
Io: Posso seminare tutto il resto ma non ho la serra. Mezza mela facciamo una serra?
Mezza mela: Nel fine settimana. Oggi lavoro.

Giorno 11
Figli: Oggi ho videolezione. Ma non ci spiegano quasi nulla. Ci danno video da guardare. Poi c'è la verifica. La connessione fa schifo.
Io: Oddio santissimo non sapete neanche come fare a usare le applicazioni, salvare un testo e modificarlo e poi rimandarlo, la tabella ASCII! Ma cosa vi insegnano a scuola? 
Mezza mela: Io lavoro.

Giorno 12
Figli: Ore 10/ Ho già fatto i compiti Ore 10,10/ Non possiamo fare videolezione perché il prof non si connette Ore 10,15/ Posso giocare alla Play? Ore 10,20/ Cosa mangiamo a pranzo? Ore 10,25/ Mammaaaaaaaa come si calcola il volume di un prisma? Ore 10,30/ Mammaaaaa mi hanno fatto svegliare presto ma poi non hanno fatto lezione. Ore 10,35/ Vado a fare un po' di ginnastica Ore 10,40/ Mammaaaaaa hai un tappetino? Ore 10,45/ Mammaaaa il cane dorme Ore 10,46/ Mammaaaaaa posso fare una lavatrice? Ore 10,47/ Mammaaaaa ma la settimana prossima andiamo a scuola? Ore 10,51/ Mammaaaaa la connessione fa schifo e il gioco mi lagga, Ore 11/Mammaaaaaa non ho fame Ore 11,01/ Mammaaaaa il cane dorme Ore 11,04/ Mammmaaaaaaa quando si mangia? Ore 11,23/ Mammaaaa non so cosa fare Ore 11,24-23 AD LIBITUM (citazione dal mondo della musica)
Io: Sono ai domiciliari. Ho fatto qualcosa nella mia vita precedente e ora la sconto. Fatemi uscire da quest'incubo. Adesso cucino qualcosa.
Mezza mela: Io lavoro 

Giorno 13
Figli: Su Netflx c'è una nuova serie. No, non abbiamo lezione. I prof non riescono a connettersi. Ma la settimana prossima andiamo a scuola,vero? Posso giocare alla Play? Non posso ancora andare a fare due tiri al campetto? Non posso giocare in cortile. Ho prestato il pallone e non me l'hanno ancora riportato. Possiamo fare una torta? Su Instagram tutti ci dicono di stare a casa ma non dovrebbero stare a casa solo i vecchi? Io sto bene. AD LIBITUM
Io: Sono andata a fare la spesa e non voglio farlo mai più. L'orto. Sarà cresciuta dell'erbaccia? Facciamo la serra?
Mezza mela: Ok. La serra. Fatta. Adesso faccio cose che non riesco a fare in settimana.

Giorno 14
Figli: Duemilaseicentoventirichiestealsecondo. Voglio andare a scuolaaaaaa! La connessione fa schifoooooooo! No, dai adesso è il mio turno per Netflix!!! 
AD LIBITUM
Io: Ho piantato i piantini. Pulito il pulibile. Ho fatto la pasta, gli gnocchi, le torte salate, il risotto. Ho imparato a fare il lievito in casa che fuori non se ne trova (giusto perché ho ucciso mesi fa la mia pasta madre). Ho letto, scritto, seguito lezioni di orticultura, scienze della deforestazione, disinfestazione, pianoforte (e neanche lo possiedo), astrofisica e lingue cirilliche,
Mezza mela: mi lasciate stare che domani lavoro?

Giorno 15
Figli: Videolezioneeeeee yeahhhhh! La connessione fa schifo. Posso giocare alla Play? Devo fare ginnastica ce l'hai un tappetino? Devo fare una ricerca ma non funziona internet. AD LIBITUM
Io: .... 
Mezza mela: Io lavoro

Giorno 16
Figli: Ma non andiamo mai più a scuola????? La connessione fa schifo. Ho fatto i pancake. Hai bisogno di fare qualcosa? Il cane dorme. Il prof ha fatto due minuti di lezione e poi ci manda dei video. Ho la verifica di francese alle 13,30. Poi ho videolezione giovedì prossimo. Posso andare a correre? Vai a fare la spesa? Posso venire con te? 
AD LIBITUM
Io: Oh boia non ne usciamo più. Quando finisce questa buriana organizzo sei tavolate a settimana con tutti gli amici. Non voglio mai più essere isolata. 
Mezza mela: Io lavoro

Giorno 17
Figli: Non ce la faccio più voglio andare a scuola, vedere gli amici, andare al fast food, a mangiare una pizza. Non ho fameeeee! Mammaaaaaa quando finisce? Mammaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
Io: ....
Mezza mela: Io lavoro

Giorno 18
Figli: La televisione è miaaaaaaaa! Tu l'hai usata due oreeeeee!! Non è vero! Prima mamma voleva sentire il telegiornale! Vabbè ma poi me la lasci che alle 16 c'ho gli amici che giocano con me!!! Mammaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
Io: ....
Mezza mela: Io lavoro.... mamma non è stata bene. Ci faranno sapere.

Tutto sospeso.
Non possiamo esserci. 
Non possiamo aiutare.
Non possiamo.
Silenzio.

mercoledì 11 marzo 2020

Io voglio essere ottimista

Da lunedì sono a casa.
Un po' come tutti dovrebbero fare.
E non me la venite a menare con scuse varie ed eventuali, perché io se non lavoro non guadagno. Quindi non cominciate a fare le vittime, che per andare al mare un mese ad agosto vi fate persino le rate. Io ho passato una vita tra partite Iva e precarietà assoluta e, nonostante ciò, sono persino sovrappeso. Ho passato anche un anno a cercare di incassare quel che era sufficiente a pagare solo fornitori e dipendente, perché la crisi c'era anche prima del coronavirus. Ne ho passati dodici a cottimo nell'editoria e altri che non sto a raccontare ma chi mi conosce lo sa.

Comunque, da lunedì sono a casa.
Ci sono sempre milioni di cose da fare, che scientificamente rimandiamo a quando avremo tempo, trovando una scusa che sia in grado di levarci i sensi di colpa.

La mia grande battaglia, io, non la combatto contro il Covid 19 ma contro i due figli adolescenti, la cui voglia di vivere in questi giorni rasenta quella di una medusa trasportata dalle onde del mare. 
La scuola non è ovviamente in grado di sostituire le lezioni quotidiane con altrettanto carico informatizzato (decenni di malgoverno hanno remato contro ogni forma di istruzione e cultura optando per affari più remunerativi in termini di voti) e, se devo essere sincera, non mi preoccupa un mese di gap formativo considerato il livello medio richiesto in generale. Nel complesso, devo dire, riesce meglio a colmare la scuola media di mio figlio di quella superiore di mia figlia.

Tuttavia, una generazione costruita sull'immagine, sui ricatti sociali e priva di qualsiasi futuro che non sia sopravvivere (su questo si lavora da decenni agli alti piani), chiusa in casa si sente vuota.
E' un vuoto che non riescono a riempire leggendo un libro, perché la società in cui sono integrati non richiede che leggano (anche se hanno esempi quasi compulsivi in famiglia). Non riescono a riempire studiando perché in larga parte non sanno neppure cosa vuol dire studiare davvero. Non riescono a riempire facendo cose (sperimentando, costruendo, cucinando, ecc) perché è stato insegnato loro, con anni di tivù spazzatura, che un bel viso fa guadagnare del dedicarsi a qualcosa per anni e con impegno. Lo vedono ogni giorno, con i laureati costretti a fare i turni al fast food mentre un bel faccino guadagna milioni a sparare scemenze su ogni canale.
Hai voglia a spiegare che saper fare ha il suo peso.

E, allora, ve lo dico in tutta sincerità.
Questa inattività forzata dovrebbe essere trasformata in un'opportunità.
L'opportunità per la nostra generazione per capire che votare chi dà addosso all'immigrato o promette posti di lavoro inesistenti e, poi, affossa la sanità pubblica (per finanziare quella privata che le tette le fa meglio) o l'istruzione pubblica (un popolo che non sa è più facile da gestire) è una gran cazzata. E mi scuserete i francesismi ma, forse, il tutto arriva meglio.
L'opportunità per le generazioni che adesso hanno trent'anni o poco più, per capire che sono cresciuti per essere "sacrificati", senza diritti e con i soldi che bastano appena ma, per fortuna (da leggere con la dovuta ironia) con le rate possono comprarsi l'Iphone ed essere qualcuno.
L'opportunità per gli adolescenti, compresi i miei, per capire che esiste un cervello nei loro piccoli mucchietti di ossa craniche e che si possono anche fare cose apparentemente non-social e si vive lo stesso. Magari meglio. Perché un giorno saranno grandi e dovranno cucinare quello che mangiano, appendere una mensola, compilare un modulo e via dicendo.

Oggi è una bella giornata.
Sembra primavera.
Chissà per quale ragione, sono sempre ottimista.
Un amico sostiene che il mio esempio, un giorno, servirà ai miei figli. Non oggi e magari, non domani ma servirà. L'esempio dei miei, in un modo o nell'altro, è servito. E voglio essere ottimista.
Magari tra venti giorni avremo avuto il tempo di lubrificare il cervello e tutto sarà più limpido. Non odieremo più chi ha paura, avendone avuta. Non sosterremo più chi dice una cosa diversa ogni due giorni solo per il suo interesse perché ci sembrerà, come minimo, bipolare. Saremo più solidali perché noi stessi avremo avuto bisogno di aiuto. Lotteremo per potenziare una sanità pubblica che mezzo mondo ci invidia. Non ci faremo più trascinare nelle guerre tra poveri. E proveremo a capire.
Un po' di uso dello strumento cervello, opportunamente lubrificato, farà di noi una società migliore. Elettori più consapevoli. Genitori più preparati. Lavoratori meno ricattabili. Adolescenti meno superficiali.

Oggi è una bella giornata.
Io voglio essere ottimista.
E me ne sto a casa.
Ho un libro di Perissinotto e la pasta da fare ripiena che mi aspettano.

Una bella immagine che ho preso dal web. Ne citerei l'autore ma non lo conosco.





lunedì 17 febbraio 2020

Il viaggio breve

Io non ho mai volato.
Non ho mai preso un aereo e sono terrorizzata dall'idea di farlo.
Per combattere questa paura, una decina di anni fa, ho prenotato un volo in parapendio in doppia. Ho pensato che se avessi trovato la forza di volare in questo modo, prendere l'aereo mi sarebbe sembrata una passeggiata. D'altra parte ci sono persone che prendono l'aereo con la leggerezza con cui salgono su un treno e non capisco perché, per me, dovrebbe essere diverso.
Per ragioni dovute alle condizioni meteo, il mio volo in parapendio è stato rimandato due volte e io non ho voluto forzare il destino, annullando l'esperienza.
Volare è il metodo più sicuro per viaggiare. E' statistica. Matematica. Sarà che l'esame di statistica all'università non l'ho mai dato, ma la mia mente si rifiuta di accettare una me che vola.

Oggi, un'amica mi ha portato quattro cartoline da Sindey per la mia collezione. 
Complessivamente, circa 21 ore di volo solo andata. Non voglio neanche immaginare quanto ci metteremmo se dovessimo andarci via terra e mare.
L'idea di essere impossibilitata a raggiungere la gran parte del globo senza volare, da una parte, mi dispiace. Dall'altra, anche se non avessi paura di volare, in gran parte del globo non ci andrei lo stesso.
In ogni caso, da un anno a questa parte sento la necessità di affrontare questo "scoglio".
I miei amici (che non hanno paura di volare) mi consigliano un viaggio breve, per rompere il ghiaccio. Ne ho identificati tre o quattro, di viaggi brevi. In due posti sono già stata: Londra e la Sicilia. In altri mi piacerebbe andare: Berlino e Grecia.

Tanti anni fa ero sul traghetto che attraversava la Manica. C'era vento e tempesta e il comodo viaggio di tre quanti d'ora è durato una mezza infinità, con la nave che dondolava in modo osceno. In quel frangente, ho assistito a una crisi di panico di una signora che, in quel momento, era certa che saremmo tutti morti. Il personale l'ha accompagnata in uno stanzino e sedata, suppongo, visto che ha smesso di urlare quasi istantaneamente.

Ecco.
Io ho paura soprattutto di essere così.
Di essere quella signora con la crisi di panico che deve essere portata in uno stanzino e sedata.
Alla fine, pensandoci proprio bene, non so se ho più paura di volare oppure di essere presa da un attacco di panico per la paura di volare.
Comunque ci sto pensando seriamente al viaggio breve.
Nel mezzo del cammin di questa mia vita potrei anche ingoiare qualche goccia di Lexotan e vedere se la mia paura di volare è reale o immaginaria.

Il brano di oggi è Learning to fly dei Pink Floyd. Un pezzo gigantesco per colmare il gap di giorni in cui la pigrizia ha sovrastato la tastiera.


Le mie nuovissime cartoline australiane

lunedì 3 febbraio 2020

Bonnie & Clyde

Alla fine ci siamo andati, a fare il tour di Torino sul Ristotram.
Erano circa sei mesi che la mia mezza mela cercava di prenotare.
Abbiamo deciso che un giro sul tram storico di Torino valesse bene un travestimento a tema, così ci siamo calati nei panni di Bonnie & Clyde e siamo tornati ai primi del Novecento.
Il tour è sicuramente caratteristico. Forse più adatto ai turisti che ai torinesi, attraversa tutto il centro molto lentamente dando modo di apprezzare la città e, soprattutto, per permettere alle persone di mangiare, di bere e conversare come fossero al ristorante. Non c'è nessuno, infatti, che illustri le bellezze di Torino o semplicemente comunichi di fronte a quale edificio o zona si passi.
Non bisogna commettere l'errore di aspettarsi di mangiare chissà cosa. Diciamo che siamo poco sopra il livello "mensa aziendale". D'altra parte sul Ristotram non possono cucinare ed è, di fatto tutto, cibo da catering. Le porzioni sono normali e, spesso, passano con i vassoi per il bis, giocandosi la carta "non eccellente ma almeno abbondante". 
Il personale a bordo è gentile e disponibile. La carrozza è ben riscaldata e piuttosto comoda. I tavoli da due sono solo la metà e noi abbiamo avuto la fortuna di accaparrarcene uno. In caso contrario due coppie vengono "accoppiate" in un piccolo tavolino, cosa che in certi casi potrebbe risultare poco piacevole.
Io e la mia mezza mela, nei panni di Bonnie & Clyde ci siamo divertiti. Fotografare la Torino notturna da un tram illuminato non era cosa semplice perciò ci siamo limitati a godercela. Essendo partiti senza particolari aspettative, la nostra impressione è stata positiva.

giovedì 23 gennaio 2020

Testardo

Metti una sera diversa dal solito. 
Questo sarà uno dei miei regali per i 50 anni. 
Sono molto felice.
La mia mezza mela ed io andremo a mangiare sul ristorante-tram storico di Torino. Per ora dovete accontentarvi di questa foto "rubata" al web ma quando andremo (bisogna prenotare con molto anticipo e neanche così, spesso, si riesce a trovare posto) ne farò di mie e ve le mostrerò.


Bando alle ciance.
L'altro ieri mattina (ieri non ho scritto poiché ero un pelino stanca) hanno suonato alla porta un ragazzo e una ragazza che mi hanno proposto una fantastica riduzione del prezzo del gas solo perché io risiedo in Piemonte e ho la bolletta con le tre fasce F1 F2 F3 disegnate (ovvero possiedo una bolletta).
Avevano imparato a memoria una o due frasi "Signora questa è solo una comunicazione per gli aventi diritto", ecc, ecc. 
Dopo averlo ascoltati per dieci minuti (buttati via) ho detto: "Va bene, fatemi leggere quello che dovrei firmare". 
- Ma non capisce signora è solo una comunicazione, lei mi da un documento e poi lo legge. 
- No. Non avete capito voi. Voi mi fate leggere quello che dovrei firmare e poi, semmai, io vi do il documento.
- Ma signora, dopo le faccio leggere tutto.
- No. Voi mi fate leggere prima.
- Ma è solo una comunicazione.
- Fatemela leggere.
- Perché lei con la sua compagnia paga due volte il trasporto.
- Va bene. Fatemela leggere.
- Lei mi da il documento...
- Allora non mi sono spiegata. Io con la mia compagnia sto benissimo. Se posso risparmiare va bene ma prima mi fate leggere.
- Va bene signora, allora se per lei va bene così non c'è problema.

E se ne sono andati.

Così, a occhio, era una frode.
Non c'erano gli elementi per una denuncia ma credo che qualcuno ci sarà cascato.
Chissà quale contratto del gas si saranno trovati.
La compagnia per la quale lavoravano l'hanno appena accennata una volta e poi non ci sono più tornati su e io non ho avuto la presenza di spirito di chiedere di nuovo. Peccato. L'avrei citata volentieri.

La colonna sonora di oggi mi è rimasta addosso ascoltandola in auto: Testardo di Daniele Silvestri.
Occhio amiche e amici a cosa vi chiedono di firmare. Sempre.

martedì 21 gennaio 2020

Normalmente

Il martedì, fino a metà dell'anno scorso, era il giorno che più detestavo.
C'era sempre qualcuno che rompesse le scatole, qualche aggeggio che non funzionasse, qualcosa che sarebbe andato storto.
All'attualità delle cose, il martedì è diventato un giorno come gli altri.
Perciò stamattina mi sono dedicata a cucinare i piatti preferiti dei miei ragazzi, in occasione del loro compleanno. Ho fatto i ravioli di zucca e le lasagne e sono andata a comperare (non oserei mai provare a farle!) un vassoio di paste dolci per fare un po' di festa stasera.
Quando ho discusso dei miei piani per la mattinata con la gatta, lei mi ha guardata come per dirmi che non gliene poteva fregare assolutamente nulla, a meno che non avessi qualche avanzo da darle in pasto. Lei mangia tutto. Non è mica schizzinosa come i miei figli. Giusto la verdura cruda, a volte, rifiuta.
Il gatto maschio, sarà che è più vecchio e più viziato, ha sempre l'aria di uno che meriterebbe del cibo più degno di quelle inutili crocchette che gli propino. Ma, giusto per non morire di fame, si degnerà di mangiarle.
Comunque, sia una che l'altro, se mi azzardo a lasciare qualsivoglia traccia di cibo sui fornelli priva di coperchio, la azzannano.
Oggi si sono mangiati una piadina. 
Vuota.
La sfoglia della piadina.
I gatti.
Se non fossi assolutamente certa che non ci sono topi in casa non avrei mai sospettato dei gatti. E se fossero sparite tutte sarei stata certa della colpevolezza del cane.
Va bene che le piadine le avevo fatte io e quindi erano certamente ottime, ma i gatti non mangiano piadine normalmente. Intendo, se vengono nutriti quotidianamente con cibo appropriato.

La colonna sonora di oggi, come spesso accade, c'entra nulla con i gatti ma l'ho ascoltata oggi e mi è rimasta addosso. Il brano si intitola Sfiorivano le viole di Rino Gaetano.

I ravioli
La gatta

lunedì 20 gennaio 2020

Adesso smetto.

La mia mezza mela mi ha regalato un libro. 
O, meglio, un buono per comperarlo.
Scegliere un libro da regalare a un'altra persona, per quanto la si possa conoscere bene, non è mica facile. Soprattutto se la destinataria soffre di lettura compulsiva e ha già letto mezzo creato di narrativa.
Così, stamattina sono andata nella libreria della mia amica Rita a scegliere il mio libro.
Un libro andrebbe sempre scelto in libreria e non su un freddo catalogo on-line. La ragione è che i libri ci parlano e non è detto che un titolo che va per la maggiore ci piaccia. Anzi, spesso è il contrario.
Se li si sa ascoltare, i libri ci dicono che sono fatti per noi. Ci piace qualcosa di particolare e del tutto irrilevante, come accade con le persone. Magari ci colpisce un titolo o un colore. Altre volte le prime due frasi o il faccione dell'autore sulla terza di copertina. Oppure un luogo citato mentre lo si sfoglia, una recensione di un autore che ci piace oppure l'austerità di un'immagine.
Io non compro on-line neppure i libri di Stefano Benni, che comprerei a prescindere solo perché li ha scritti lui.
Così, dicevo, sono entrata in libreria e, tra tanti, mi ha chiamata il libro di Jennifer Chiaverini intitolato "L'incantatrice dei numeri". Lui lo sapeva che mi sarebbe piaciuto e, credo, anche la mia amica libraia che non mi ha dissuaso dall'acquistarlo. E se pensate che l'abbia fatto per interesse siete lontani anni luce (non bastassero l'amicizia e la capacità di fare il mestiere che fa, di fatto il buono l'aveva già venduto).
Il libro non l'ho ancora finito essendo bello spesso e intenso, ma per farmi arrivare in un paio d'ore a pagina 208, vi assicuro, significa che è proprio piacevole. Adesso smetto, mi sono detta due volte ma non sono riuscita a farlo.
Sono contenta di aver passato il lunedì (alias "la mia domenica") tra leggere e cucinare. Due tra le poche attività cui dedicherei ogni giorno della mia vita se avessi la possibilità di fare solo ciò che mi piace. 

Siccome ieri mi sono dimenticata di mettere la colonna sonora al post, oggi ne suggerisco due da lettura e relax: The memory of trees di Enya e Stolen dance di Milky Chance. 

domenica 19 gennaio 2020

Lezioni di falegnameria

Sedici anni fa, a quest'ora, cominciavo a sentire le doglie in maniera un po' importante. Era la prima figlia quindi non avevo idea di quello cui andassi incontro. Ha dell'incredibile che, dopo, abbia deciso di averne un altro di figlio.
Perché quando dicono che te lo dimentichi, il dolore, lo dicono per tranquillizzarti ma mica è vero. Te lo ricordi eccome. Almeno, io me lo ricordo. Infatti, se mi succede qualcosa e mi chiedono "Hai male?" il mio metro di paragone è sempre il parto. E, per ora, ha sempre vinto il parto.
Alla vigilia del compleanno della mia figlia femmina, il mio regalo è stata una giornata fantastica con tanto di pancake cucinati per merenda e consumati tutti insieme. E non era mai successa una merenda tutti insieme, chiacchierando del più e del meno sorseggiando the e mangiando pancake con marmellata (io) e Nutella (gli altri).
Se dovessi immaginare una domenica tranquilla, potrei raccontare questa.
Sveglia tardi, colazione e pranzo, passeggiata rigenerante, merenda tutti insieme e, poi, prima di cena, "lezione" di falegnameria con la mia mezza mela, al lavoro per realizzare il mio stendipasta.
Oggi ho scoperto che esiste un aggeggio che si monta sulla punta del trapano per decidere quanto profondo vuoi fare il buco e che, in mancanza dello stesso, un giro di nastro adesivo va bene lo stesso. Ho scoperto che un pezzo di legno scartavetrato in maniera adeguata tira fuori la sua anima grezza e bellissima anche se prima era sono un parallelepipedo come tanti altri.
Ho anche scoperto che due millimetri fanno un sacco di differenza. Molto più che in sartoria, dove già la precisione ha il suo peso.
E niente, domani la mia figlia femmina compirà sedici anni e mio figlio maschio seguirà a ruota mercoledì con i suoi quattordici. Non ci sono caratteri, parole, frasi per descrivere quanto amore io provi per quei cento chili scarsi complessivi di esseri viventi.

La mia mezza mela al lavoro

La Dora incredibilmente trasparente
Funghi belli ma, credo, non commestibili

sabato 18 gennaio 2020

Impasto che mi passa

Fare la pasta mi rilassa. Così stamattina ho fatto le tagliatelle.
Una volta ho pensato che avrei potuto aprire un pastificio ma ce ne sono già milioni e non sono così dea della pasta da soverchiare il mercato.
Ma fare la pasta mi rilassa. Quando ho più tempo la faccio ripiena. Altrimenti, via di tagliatelle, tagliolini, maltagliati e lasagne.
Una volta impastavo a mano. Poi mi sono regalata un'impastatrice che fa il 90% del lavoro duro. Ha il limite che non impasta più di quattro etti alla volta ma a noi basta.
So anche tirarla e tagliarla a mano, ma mi avvalgo di una favolosa Imperia che fu nella lista nozze di mia mamma un po' di decenni fa e che mi ha passata praticamente nuova. L'avverbio, in effetti, non serve essendo forse stata usata una volta.
Tagliatelle e tagliolini li fa lei. Io mi posso dedicare ad altri formati.
Dunque, fare la pasta diventa una cosa che occupa pochissimo tempo. Ma non so mai dove stenderla. Per questa ragione, tra i cinquanta regali per i miei cinquant'anni, la mia mezza mela mi sta costruendo uno stendipasta degno di essere chiamato in questo modo. Ce ne sono un mucchio in commercio ma sono piccolini. Noi, da soli, siamo quattro tuttavia spesso la pasta la faccio quando ho ospiti. 
Una volta l'ho stesa sul manico di una scopa appoggiato a due ante della credenza (da una parte e dall'altra). Un gesto inconsulto di un familiare mi ha fatto passare tutta la voglia di riprovarci.
Comunque, fare la pasta fresca mi rilassa. Io la stendo, la infarino, la coccolo. E lei, per ringraziarmi, viene buonissima.
Potrei spezzare una lancia in favore della pasta di semola (che si fa con l'acqua) ma con la pasta all'uovo non c'è gara. La morte sua è un bel porcino o un sugo di pesce. In loro assenza, va bene anche una carbonara. Questa è la fine che hanno fatto le tagliatelle di oggi. Non mi rimproverate per non aver fatto gli spaghetti. Le tagliatelle erano favolose.

Il brano di stanotte è Pincushion degli ZZTop. Anche questo da ascoltare rigorosamente in cuffia lasciando il mondo fuori.





giovedì 16 gennaio 2020

Identità

Stamattina sono andata a fare le nuove carte d'identità elettroniche per i miei due figli poiché quelle vecchie scadono a giorni, in concomitanza con i loro compleanni ormai imminenti.
Dato che la mia figlia femmina ha pensato bene di perdere la sua carta d'identità, sebbene praticamente scaduta, era necessario prima passare dai carabinieri a fare denuncia. Avevo telefonato ieri in caserma per sapere se avrei dovuto portare anche lei e mi avevano confermato che era necessario.
Anche per le carte d'identità elettroniche erano necessarie le firme dei miei due figli di persona personalmente (come direbbe Montalbano), dunque ho fatto saltare loro un giorno di scuola per archiviare questa pratica.
Prima tappa: carabinieri. 
Dopo lunga attesa perché al poveraccio prima di noi avevano rubato l'auto con tutte le sue cose di lavoro dentro, ci accingiamo a fare denuncia di smarrimento del documento. La presenza di mia figlia era evidentemente necessaria ma non si per quale motivo, visto che non le hanno fatto neanche una domanda e la denuncia l'ho firmata io in quanto genitrice.
Seconda tappa: fare le foto per la carta d'identità.
Ne serve solo una ma ne abbiamo fatte quattro perché di meno non si può. Oltretutto la foto deve solo essere scannerizzata, poi la restituiscono, perciò sarebbe carino che si potesse portarla su chiavetta scattata anche un po' ovunque visto che bisogna andare di persona e possono accertare che sia una tua foto e non quella di Gwyneth Paltrow. Ma mica siamo nel terzo millennio.
Terza tappa: il comune.
La carta d'identità elettronica costa €22,21 a cranio. Si possono pagare solo ed esclusivamente col bancomat perché il municipio non può più far circolare contanti. La buona vecchia carta d'identità, che costava molto meno, non si può più fare (mi hanno spiegato) se non in casi di estrema urgenza. Ovvero devo partire domani per l'Uganda e l'ho persa oggi, povera me che sbadata.
La carta d'identità elettronica, per un minore (o più d'uno), deve essere firmata da entrambi i genitori. Se non hanno la possibilità di andare in Comune negli orari d'ufficio (perché, per esempio, lavorano) si devono prendere mezza giornata di permesso.
Solo dopo che tutti e due i genitori avranno firmato i fogli, sarà portata avanti la richiesta per avere la carta d'identità elettronica, che ci mette circa una settimana per arrivare. Per cui nuovo giro a prenderla in comune in orario d'ufficio.

In buona sostanza, se si è in due a lavorare, la carta d'identità elettronica per due figli, costa tre mezze giornate di permesso, €44,42 in denaro, il prezzo delle fotografie, un giorno di scuola tagliato e l'essere schedato con le impronte dei due indici destro e sinistro.

La colonna sonora di oggi è Figlio d'un cane di Ligabue (il cantante) con tutte le sue certezze sull'identità.