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venerdì 16 novembre 2018

Memoria corta e fine mese

Il problema degli italiani è la memoria corta.
Seriamente.
Mica la memoria storica - quella è fantascienza - che dovrebbe discendere dallo studio della storia. No, proprio la memoria normale, poco sopra il livello "a breve termine".
Oppure la coerenza.
Ma credo più la memoria.
Perché l'incoerenza mica sempre è qualcosa di tragico. Io capisco di avere sbagliato, ne prendo coscienza e cambio. Sono, sì, incoerente con il me stesso del passato ma ho affrontato un percorso di crescita.
Ecco.
L'incoerenza definita come "dico una cosa e ne faccio un'altra" è tragica. Ma nella maggior parte dei casi succede per convenienza (più che altro economica) e, dunque, esula da questo discorso.
Dunque, il problema degli italiani è un problema di memoria.
Non si ricordano, a causa della patologia, le cose successe due, cinque, dieci anni prima e così, taaaac, ricadono negli stessi errori di prostrarsi di fronte a chi promette loro un tozzo di pane in più. Tozzo di pane che poi, peraltro, nemmeno gli dà. Ma all'italiano basta la promessa.
Te lo prometto, parola di lupetto, un lavoro stabile (o due milioni di posti di lavoro), il reddito di cittadinanza (o la soglia minima, o gli 80 euro), la sanità più accessibile che l'ecografia la fai prima di tre anni, la scuola più bella (non dovrai neanche pagare la carta igienica se tuo figlio vuole andare in bagno)...
Ogni volta l'italiano dà fiducia alle promesse impossibili. 

Perché lo sa che sono impossibili.

Perché se a casa entrano 1000 euro di stipendio e 400 li spendi di affitto, 400 di spesa per mangiare e 200 di bollette varie ed eventuali (più gestione dell'auto?), sei già sotto di 100 euro e se prometti a tuo figlio le Nike lo fai già sapendo che o menti spudoratamente o dovrai vendere la fede per comprargliele. Oppure puoi contrarre dei debiti, ma sai che a una certa nessuno ti concederà più prestiti.
Lo Stato non è diverso.
E' solo più grande e complicato. E quando mamma e papà avevano un sacco di entrate perché c'erano i figli che guadagnavano bene, c'era comunque il figlio pigro che rubava i soldi pensando che nessuno se ne sarebbe mai accorto, c'era il papà che comprava la Ferrari perchè ci faceva più bella figura coi vicini e la mamma che voleva nel giardino la pietra di Luserna invece di quella di Mattie perchè solo il nome fa tutta un'altra figura.
Poi la famiglia si è ingrandita e non ci sono più i soldi perchè chi doveva fare la "formica" s'è magnato pure il formicaio.
E ora il papà e la mamma possono pure promettere le vacanze a Formentera ma alla fine si resta a casa ad agosto, perché neanche la benzina si possono permettere. I quattro soldi che mamma e papà hanno a disposizione non vanno a prenderli dal figlio ladro e pigro ma da quello che ha un lavoro sottopagato o magari due lavori sottopagati e neanche può permettersi di andare a vivere con la fidanzata. E' meno faticoso. Meno problemi. Alla fine chissà mai, magari quell'altro alza le mani.
Poi papà insulta un figlio: sei diverso.
Mamma ne insulta un altro: sei stupido.
Normalmente sempre il figlio che lavora. 
Il ladro pigro è alle Bahamas.
E cosa succede? Quando bisogna rieleggere mamma e papà, l'italiano dimentica tutto. Un bacino sulla bua e un piccolo lifting di mamma e papà e prometto, parola di lupetto, sarà tutto diverso.
La memoria corta è una patologia grave.
Chissà se c'è una cura. 

martedì 21 marzo 2017

Alla fiera dell'Est

Sabato pomeriggio. Quasi le cinque. Rai Uno. Va in onda "Parliamone sabato".
Prime time per una fascia particolare di teleutenti. Lo share dichiarato, dopo una breve indagine sul web, balla intorno al 10%.

Si parla di donne dell'est, o meglio dei buoni motivi per i quali le donne dell'est sarebbero mogli migliori di quelle italiane. Non sto a illustrarli perché sono diventati di dominio pubblico nell'arco di poche ore.

Me li immagino quei teleutenti, perché siamo tutti figli degli stessi stereotipi che la trasmissione su cui si è scatenata la bufera (e molte altre) ha costruito la puntata. Me li immagino anziani o al massimo di mezza età, principalmente donne, di media o scarsa cultura, impegnati a sistemare casa, stirare o preparare la cena del sabato. Me li immagino lì davanti al televisore, ad annuire e a costruire nell'immaginario (e mi si perdoni la ridondanza) un altro pezzettino di quella fobia del diverso che cercano di inculcarci in ogni occasione. Al migrante spacciatore o stupratore, al rom criminale e ladro va ad unirsi la donna dell'est rubafamiglie e ammaliatrice di bravi ragazzi italiani.
Me li immagino mentre pensano al degrado della società moderna, in cui la donna cerca addirittura di avere pari opportunità dell'uomo e pretende di indossare una tuta, di non essere comandata o di avere il diritto di non perdonare un tradimento.

Me li immagino così, i teleutenti, ma non è assolutamente detto che lo siano. Quello che è certo è che sfruttare gli stereotipi va già poco bene in una discussione al bar dopo il sesto prosecco figuriamoci su Rai Uno. Prima rete nazionale. Per la quale paghiamo persino un canone e alla quale, neanche volendo, potremmo rinunciare in cambio di un risparmio mica da ridere.

Così, anni di lotte di donne determinate e consapevoli, sono stati cancellati con una slide apparsa sullo schermo e interventi, che definire discutibili mi sembra persino riduttivo, anche di ospiti "illustri".

Ma leggere i commenti su Fb o sui siti, post epurazione della Perego, mi ha fatto ancor più pensare quanto quegli stereotipi non stiano in piedi. Perché quella fascia immaginaria di teleutenti non può essere certo la medesima fascia che si scatena sui social. Che scrive commenti lapidari, scagliandosi più che altro sulle donne, come sempre accade, e sui suoi presunti cattivi comportamenti.

La trasmissione è stata cancellata e la testa della Perego è saltata per salvare la faccia della Rai. Senz'altro non è l'unica responsabile ma io mi chiedo quale conduttore si faccia scrivere le puntate e le affronti senza neanche approfondire prima l'argomento. E se l'ha esaminato, l'argomento, anche all'ultimo e ancor più da donna, un piccolo rigurgito non le è salito? Un dubbio? Magari la slide non la proiettiamo, magari non c'è tempo per smantellare la puntata ma l'affrontiamo diversamente. La domanda che mi faccio è, dunque: cosa si fa o non si fa per essere su Rai Uno alle cinque del pomeriggio del sabato? Oppure non è neppure questo il problema?

In coda ho fatto lo screenshot di uno dei commenti - di una donna - che ho letto navigando. Per dire anche quanto, molto probabilmente, i miei stereotipi di teleutenti siano così lontani dalla realtà.

Che ci sia ancora tanta strada da fare e molto da lottare per ottenere le pari opportunità è palese ma, per favore, cerchiamo almeno di non tornare agli anni '40. La re-istituzione del delitto d'onore vorrei proprio evitare di vederla.





sabato 12 marzo 2016

Congresso provinciale ANPI Torino - La quasi diretta

Sabato 12 marzo 2016 - Sede della CGIL - via Pedrotti 5 - Torino
CONGRESSO PROVINCIALE ANPI TORINO

Ore 14,15 - Riprendono i lavori del congresso. Si apre il dibattito.

Renato Sibille (sez. Chiomonte) chiede inserimento nel doc nazionale del richiamo costituzionale che l'Italia ripudia la guerra. Sottolinea l'utilizzo spropositato di esercito e ffoo per questioni di ordine pubblico e il proliferare di atteggiamenti neofasciti all'interno delle stesse. Sottolinea anche che spesso sono le ffoo a difendere i cortei neofascisti.

Morello (sez. Mirafiori sud) dice che la vera svolta dell'Anpi è già stata avviata con l'ingresso dei giovani e che è necessario trovare un'unità di intenti. Neonazismo che ha radici nella disoccupazione, nella povertà, nella crisi. Il problema dei migranti va affrontato con la solidarietà e non con i respingimenti.
Le modifiche della Costituzione che sono arrivate senza le proteste del popolo italiano. Pone la questione morale. I compiti che l'Anpi deve affrontare sono tanti. Nella scuola in primis.

(Sez. Torre Pellice) Parla del revisionismo. Giorno del ricordo cerca di fare quello che avevano fatto prima Pisanò, Pansa ecc. Quando si è fuori dal nostro ambiente ci sentiamo dire che i fascisti hanno fatto cose orribili ma anche i partigiani. Dobbiamo cercare di smontare questa equazione che dice che c'erano violenti di qua e violenti di là e dunque tutti uguali. L'Anoi dovrebbe prendere in mani il 10 febbraio per ristabilire la memoria di ciò che è stato.

(Nole C.se) propone di creare coordinamento tra sezioni che lavorano con le scuole, considerando l'insegnamento dell'educazione civica come fondamentale per dvitare che crescano elementi neofascisti. 
Contesta il criterio della pura territorialità per la formazione delle commissioni e degli organi.

Rubino (Torino, Vallette Lucento) dice come i fascisti ogni anno il 10 febbraio facciano un corteo e quest'anno hanno accusato l'Anpi di negazionismo. Il lavoro che bisogna fare, oltre a denunciare la presenza del fascismo, è spiegare cosa è successo (contestualizzazione). Individua la necessità di creare una commissione interna per costruire un percorso. Ricorda che questo 10 febbraio dove a Basovizza dove c'era anche Renzi c'erano le bandiere della xmas e della Rsi.
Parla del orecariato e dei diritti negati, che devono sottostare ai vincoli dell'economia intesa anche come logica di profitto.

Mortara (sez Giaveno val Sangone) sottolinea come anche in val Sangone ci siano rigurgiti fascisti che sono stati contestati con vigore.

Seguono gli interventi delle sezioni di Bussoleno e Bruzolo che non riassumo poichè sostanzialmente nella pagina Facebook della sezione.

Diverse le sezioni ch si sono espresse a favore dell posizioni di antifascismo militante espresse dalla nostra sezione di Bussoleno.

Ore 11,35 - Maria Grazia Sestero legge la relazione del presidente Ezio Montalenti, impossibilitato a partecipare per motivi di salute.

Ripercorre il quadro politico mondiale, sottolinea le difficoltà dell'Onu ad agire, esprime preoccupazione per il crescente movimento neonazista. Parla dei migranti e del loro dramma. L'Europa deve saper accogliere i migranti in una politica comune. Difesa della Costituzione e lotta contro la proposta di riforma perché "le conseguenze potrebbero essere devastanti per il futuro del nostro Paese".
Riduzione degli spazi di democrazia che si attua anche svuotando il parlamento dei suoi poteri. Favorire la partecipazione popolare. Evidenzia come venga a mancare anche la partecipazione elettorale e come sia necessario far partecipare alla consultazione referendaria d'autunno.  
Sottolinea sia necessario porre con forza la questione morale.
La Resistenza non è stata solo la resistenza armata ma anche quella non armata della popolazione civile. Dalla Resistenza è nata la nostra Costituzione, che dovrà essere la base di valori su cui cresceranno i nuovi dirigenti.

Ore 11,25 - Si eleggono le commissioni verifica poteri, elettorale, politica.

La sottoscritta fa parte della commissione politica.

Ore 10,00 - Si apre il congresso.

Intervento di Nino Boeti, vice oresidente del Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale: "Abbiamo lavorato per cercare il senso di una memoria condivisa, insieme ai giovani, nella giornata della Memoria e (anche se questione più controversa) nella giornata del Ricordo. Abbiamo sostenuto le Anpi e le loro iniziative. Ci sono tre anni e mezzo alla fine della legislatura e ci sarà ancora occasione di lavorare insieme.
Quest'anno ricorrre il 70* della Costituente, dove per la prima volta fecero parte anche le donne. Come Comitato intendiamo costruire un dibattito sul percorso straordinario che le donne del nostro Paese hanno fatto".

Intervento di Piero Fassino, sindaco di Torino: "Avremo un anno scandito da tante iniziative. Non siamo mossi solo da un dovere di memoria. Settant'anni sono un lungo periodo e c'e il rischio dell'oblio. Penso che sia importante mantenere vivo il ricordo per trasmettere alle giovani generazioni il valore di ciò che è accaduto. Le celebrazioni del 70* della Repubblica, così come quelle della Liberazione, non devono essere un solo fatto rituale. Sono stati tanti i tentativi di revisionismo nel corso del tempo pertanto è necessaria ogni azione di contrasto al negazionismo, al revisionismo. C'è un dovere che attiene all'attualità oltre che alla memoria.
Vivere un'esperienza drammatica non significa essere poi vaccinati; ne sono esempio i conflitti che attraversano il mondo, le dittature che sono ancora in essere, il terrorismo internaziknale. Sono tutte negazioni dei valori che conosciamo. Difendere la Costituzione è anche una battaglia per la pace.
Anche nella civile Europa (ce lo insegna ciò che è accaduto nei Balcani) può accadere ciò che non pensavamo più poress accadere.
L'Anpi attesta e vive ogni giorno per affermare i valori ed educare le nuove generazioni a questi valori e ai diritti che indistintamente deve avere ogni uomo e ogni donna.
I diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione sono molti e in questo ultimo periodo molti di questi diritti sono stati indeboliti. Bisogna lottare perchè si rafforzino".

Intervento di Diego Novelli, presidente onorario Anpi Torino: "Viviamo un momento storico molto difficile con aspetti tragici. L'aspetto più preoccupante che riguarda il nostro Paese, per ora, è che non c'è più la capacità di rapporto tra le persone. Siamo arrivati a un atteggiamento grave e pesante e irriguardoso non degno di un Paese civile e lo sgretolamento ha investito tutti i settori della nostra città a partire dal parlamento. Sono venuti a mancare punti di riferimento importatnti. La politica non è una cosa sporca ma uno dei più alti impegni. È come è stata praticata! 
Senza retorica, un'associazione come la nostra non deve essere soltanto dei sentimentali. Il sentimento può essere dei nostalgici e la nostalgia è un disvalore. La memoria è l'unico modo per mettere insieme la Storia e noi dobbiamo portare avanti quella memoria della Resistenza e i valori per cui ha lottato.
Come Anpi abbiamo un grande compito. Perchè l'Anpi non è un partito e al suo interno possono convivere persone con pensieri diversi ma con gli stessi valori comuni".




domenica 6 settembre 2015

Non dovrebbe servire una foto per ricordare

C'è un bambino che muore ogni attimo della nostra giornata. Di fame, di sete, di malattia, ucciso dalla guerra, stroncato dalla violenza diretta e indiretta degli uomini.
Non dovrebbe servire una foto per ricordarcelo.
Non dovrebbe servire una foto di un bimbo che muore per ricordarci di restare umani.
C'è qualcosa di profondamente sbagliato in noi, se ci serve quella foto.
E c'è qualcosa di criminale in noi se, nonostante quella foto, continuiamo a pensare che, in qualche modo, non avrebbe dovuto cercare un futuro migliore per sé, scappando dalla guerra, dalla fame, dalla malattia, dalla violenza.

Invece sembra che ci serva una foto per ricordarci che ci sono migliaia di persone che cercano uno scampolo di pace nei nostri Paesi. Che poi diventa "emergenza profughi" e dopo qualche giorno il problema sembra non esistere più, fino alla prossima tragedia, al prossimo bimbo che muore annegato al largo o sulla battigia. 
Sembra che ci serva una foto di un bimbo che muore per ricordarci della Palestina, che poi è "emergenza" per due giorni e poi non se ne parla più fino alla prossima casa bombardata e dentro dei terroristi neanche l'ombra.
Sembra che ci serva una foto di un bimbo che muore per ricordarci che in Africa ce ne sono milioni che non hanno di che metter due grammi di riso sotto i denti o che nascono già malati di Aids, che poi è "emergenza umanitaria" per qualche giorno e dopo non se ne parla più finché non c'è una nuova guerra per i diamanti e di cornice, guarda un po', ci sono bimbi che muoiono mutilati, affamati o col fucile in mano.
Sembra che ci serva una foto di un bimbo che muore per ricordarci delle favelas, dei bimbi di strada, che poi è "emergenza" per due giorni e dopo non se ne parla più fino al prossimo caso di traffico d'organi o di turismo sessuale.

Non dovrebbe servire una foto di un bimbo che muore per ricordare e per fare, nel nostro piccolo, ogni cosa, ogni giorno perché questo non accada più. Forse potrebbe sembrare un po' scontato ma, visto che ci serve sempre quella foto, magari non lo è.


venerdì 21 agosto 2015

Una me all'Expo

Sono mesi che non scrivo.
Oggi è un bel giorno per ricominciare.
Ho accompagnato mia madre e i miei figli (come diretta conseguenza) all'Expo di Milano.
Scrivo da qui. Mentre loro, tutti, sono in uno degli enne spazi di animazione bambini.
Come se servisse ancora dell'animazione. Ma tant'è.

Ma cominciamo da capo.
Mia mamma voleva andare all'Expo e portarci i miei figli (prima di morire, dice, come se dovesse accadere domani anche se, per fortuna, così non è) e siccome le voglio molto bene ho deciso, di mia sponte, di accompagnarla.

L'Expo è un carrozzone gigantesco, che parla del cibo come se mezzo mondo non morisse di fame per permettere a noi di ingrassare liberamente. 
Ci sono tanti padiglioni che non bastano giorni per vederli tutti. Se poi ti metti pure a leggere tutto quel che c'è da leggere converrebbe fare uno stagionale.
Bei messaggi: cibo per tutto il pianeta, agricoltura sostenibile, orti urbani, alimentazione corretta, attenzione alle provenienze ecc. Tutto grida vendetta in questo formicaio di persone che si ingozzano, buttano la roba a terra, si lamentano delle code, degli odori, del rumore, della gente. Perchè l'Expo è prima di tutto un bel manifesto pubblicitario per chi ha i soldi e il prossimo anno può decidere se andare in ferie in Argentina, in Kazakistan o in Vietnam.

C'è gente ovunque. Qui la crisi non esiste. È tutto digitale, luccicante, accattivante, colorato.

In un giorno si può vedere, sì e no, un decimo di quello che c'è da vedere. Una limonata costa due euro e cinquanta, un toast con le patatine e una bibita undici euro, un piatto striminzito di qualsiasi cosa tra i tredici e i venticinque euro, una birra piccola quattro euro, una Corona in bottiglia sei euro.
Se ci stai una giornata, in due o tre, cento euro si volatilizzano alla velocità della luce.

Alcuni padiglioni son belli, niente da dire. Luccicanti e ad alta tecnologia come piace tanto alla metà del mondo che ha potuto evolversi. Ma a me sembra di stare a Cinecittà. Ho quest'impressione da quando siamo entrati stamattina. La gente sorride, è felice, come quando va al circo. E io, come al circo, sento che c'è qualcosa di sbagliato in tutto questo. Senza neanche stare a pensare alla devastazione del luogo, alle ragioni etiche e a tutto quello di cui si potrebbe parlare ma di cui non parlo perchè non voglio scrivere un poema.

Qui non c'è pace. Tutto è sempre in movimento. In un padiglione ti mostrano un bimbo che muore di fame e in quello accanto dieci cuochi sudano per ore per assemblare migliaia di pasti in cucine a vista, con il cibo precotto (per forza!) stipato in contenitori di plastica come in una grande catena di montaggio. Ti fanno vedere l'agricoltura sostenibile e poi ti servono ogni sorta di vegetale a chilometro centomila. Ti fanno vedere le bestie ammazzate nelle macellerie a catena e poi giù hamburger, salsicce, bistecche che difficilmente provengono da animali allevati a terra sui verdi pascoli irlandesi.

Signori venghino all'Expo, venghino.
Più gente entra più bestie si vedono. 

martedì 7 aprile 2015

Torturiamo la Diaz

La Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo condanna l'Italia per tortura in merito ai fatti della Diaz di Genova 2001.  La prima cosa che ho pensato è che la Corte europea avesse scoperto l'acqua calda. Ma noi, osservatori di ciò che accade, non dovremmo permetterci di essere così superficiali, anche se (diciamocelo) il senso sta tutto lì.

Era il 21 luglio 2001 e quando tutto sembrava finito e Carlo era stato ucciso, tutto doveva cominciare. Manipoli di agenti in assetto anti-sommossa sono entrati alla scuola Diaz e hanno massacrato - ricordiamo la definizione di "macelleria messicana" di Michelangelo Fournier (all'epoca vice dirigente del reparto mobile di Roma) - decine di persone inermi, attivisti, che della Diaz avevano fatto base. Con la scusa - palesemente inventata - di aver ivi rinvenuto delle bottiglie molotov.

Se non eravate là, io vorrei davvero che guardaste il film, che pure "edulcorato" a me ha spazzato, ancora, lo stomaco via.

Il 21 luglio 2001 anche noi eravamo a Genova e solo la fortuna e la vicinanza con il capoluogo ligure, forse, ci ha tenuti lontano da quel luogo. Non per questa ragione, continuo a ritenere quell'azione di polizia come uno stupro. Uno stupro dei diritti, ancor prima che del genere umano tutto. Un primo tentativo per dimostrare dove si poteva arrivare senza che, tutto sommato, l'opinione pubblica si indignasse più di tanto.

La gestione della piazza è un punto importante per silenziare il dissenso. Se io posso, senza grandi tragedie nazionali, sedare tale dissenso con la forza bruta, al massimo della forza bruta stessa ci si arriva per gradi. Non c'è bisogno di sparare direttamente sulla folla. Prima la si manganella con sobrietà. L'opinione pubblica si indigna ma in poco tempo tutto è dimenticato, tutto va nel "già fatto". Poi si manganella più forte. Poi si tortura. Poi si reprime con la forza ancor prima che il fatto sussista (anche se non sussiste). E via dicendo. E il livello d'indignazione delle persone resta sempre tollerabile nel suo complesso.

Per lo Stato è una vittoria, ma è una cosa spaventosa.

Bisognerebbe chiedere ogni giorno che ogni agente sia completamente identificabile (i numeri di matricola sulla divisa sono il livello minimo di civiltà) perchè ogni agente sia responsabile - solo lui e non tutti quanti gli agenti o nessuno, come troppo spesso oggi accade - degli eventuali reati che commette. Ne va nella credibilità di chi è deputato a proteggerti. Perchè torturare (uccidere anche, ça va sans dire) è un reato. Molto più grave di tanti altri, senza stare a stilare scontate classifiche.

Lo sappiamo noi. Lo sanno le forze dell'ordine. Lo sa lo Stato. Lo sa l'Europa. Lo sa il mondo. Torturare è un reato. Gravissimo. 

Ma se io non so come dare risposte al disagio, ridurre al silenzio i disagiati è la strada più semplice. Dare risposte è più difficie che chiedere a un "sicario" di occuparsi della questione. Soprattutto se quel "sicario" lo puoi "ricattare" con lo stipendio. E si troverà sempre qualcuno che, per ragioni sue, farà quello che tu gli chiedi al prezzo che gli offri.

venerdì 19 dicembre 2014

Avanti tutta ma sempre nella direzione sbagliata

Pozzuoli. 2014. Una donna di colore sta male. Va al pronto soccorso. Viene respinta, forse dalle stesse guardie giurate sull'uscio della struttura. La portano in un altro ospedale ma è tardi e muore. A 30 anni.

Stiamo diventando come gli Stati Uniti. And we're proud of it. E ne siamo orgogliosi. Andiamo nella direzione di una sanità completamente privatizzata dove se hai i soldi ti curi e se non li hai, beh, pazienza. Non è che dobbiamo sopravvivere proprio tutti. E mentre quell'America cerca - con grande fatica e largamente osteggiata dai potenti - di tornare a dare almeno dei servizi di base per gli indigenti e per chi non si può permettere un'assicurazione sanitaria costosa, qui procediamo nell'emulare quel mito capitalistico della crescita continua, rivelatosi - l'ho detto decine di volte - fallimentare.

Noi, a chi non arriva a fine mese regaliamo carte di credito con tassi da usura, propiniamo il gioco d'azzardo con il grande sogno del "vincere facile", ingrassiamo le banche e tassiamo i piccoli risparmi. 
Noi, a chi ha bisogno di cure rispondiamo con liste d'attesa infinite e tagliando reparti e servizi; rispondiamo con il bigottismo esasperato e con un razzismo degno del KKK.
Noi, a chi ha bisogno di una casa rispondiamo con gli sfratti, favorendo le nuove edificazioni e non il recupero, premiando chi ha tanti alloggi sfitti. 
Noi, a chi ha bisogno di lavoro rispondiamo tagliando le tasse agli imprenditori, precarizzando, sfruttando il lavoro nero.
Noi, a chi chiede un controllo degli sprechi rispondiamo organizzando le Olimpiadi, costringendo gli enti locali ad alzare le tariffe.
Noi, a chi chiede aiuti per le famiglie rispondiamo alzando l'Iva sul pellet, aumentando le tariffe dei trasporti, facendo pagare i libri di scuola, alzando tariffe su asili nido e mense, tagliando l'orario scolastico. 
Noi, a chi chiede tutela della salute e del territorio rispondiamo con le grandi opere.
Noi, a chi ha bisogno di giustizia rispondiamo col giustizialismo e asservendo la giustizia alla politica di turno.
Noi a chi chiede parità ed eguaglianza rispondiamo con l'omofobia e tagliando il welfare (che va a ricadere interamente sulle donne).

A tutte le domande stiamo dando risposte anacronistiche, inumane, irragionevoli. Stiamo andando nella direzione sbagliata ma ci andiamo ad altissima velocità.

Poche volte mi sento fiera di essere italiana e succede sempre meno spesso.

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Foto di http://pandoraestelle.altervista.org/

martedì 25 novembre 2014

Risposte concrete

Oggi è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Un'amica mi ha fatto una semplice domanda, portandomi a riflettere sul significato di questa giornata che, a mio parere, dovrebbe essere un momento educativo e invece, come spesso accade, è solo una gran quantità di slogan pronunciati e null'altro.

Siamo così lontani dall'eliminare la violenza dalle nostre esistenze - io stessa lo sono e la cosa mi spaventa - che non vedo alcun presupposto perché la violenza di genere sia presto un ricordo. Cosa si dovrebbe dire in un giorno come questo? Che mettere le mani addosso a una donna è vigliacco, meschino, bastardo? Certamente lo è e su questo non si discute. Chi direbbe il contrario? Eppure, il peggior nemico di una donna, troppo spesso, è chi divide con lei le lenzuola.
Cosa si dovrebbe dire? Donna fuggi, ribellati, ricostruisciti una vita? Certamente è la cosa giusta ma poi, quella donna, chi l'aiuta nei fatti? Chi l'accoglie? Non certo uno Stato che taglia fondi su capitoli come scuola, sanità e servizi. Non certo una comunità che, in molti casi, quella violenza la giustifica persino, imputando alla donna colpe che non ha.

Violenza.
La violenza è picchiare, torturare, uccidere, umiliare. Su questo siamo tutti d'accordo?

Ma la violenza non è solo quello.
La violenza sono le mille piccole violenze quotidiane. 
La violenza è pensare o far credere che tutto quello che la donna fa sia sbagliato, figlio di non si sa quale impulso decontestualizzato, di ignoranza, di incapacità, di inadeguatezza.
La violenza è lasciare alla donna tutto il carico pratico ed emotivo della quotidianità, della gestione della casa, della famiglia, dei figli (salvo poi criticare più o meno pesantemente quella stessa gestione).
La violenza è il silenzio, la non condivisione, il non essere supporto, l'egoismo, il menefreghismo.
La violenza è negare la libertà individuale o farla apparire una concessione.

La violenza non comincia quasi mai con la violenza fisica e, a volte, per fortuna, non ci arriva. Comincia con la sterile gelosia, con l'affetto negato, con le piccole umiliazioni ("non sei capace a far nulla", "sei fuori dalla realtà", "non capisci un cazzo") private o pubbliche.

La violenza è volere una donna trasparente. Violenza è ferire quando quella donna diventa opaca, quando non "sta al suo posto" facendo la brava mamma, la brava casalinga e aprendo le gambe a tempo debito. Possibilmente in silenzio, "che tutte queste chiacchiere sono anche fastidiose a lungo andare".

Prima che un uomo alzi le mani su una donna può averle usato violenza mille volte.
E la donna, troppo spesso, sopporta. Per amore, per paura dell'abbandono, per amore dei figli, perché dipende economicamente dall'uomo o per mille ragioni. A volte non se ne rende nemmeno conto. A volte, quella realtà le sembra l'unica possibile.

Chi l'aiuta questa donna? La società tutta quale riferimento sano le prospetta?

I tagli del welfare dicono questo:
 "Non lavorare, non essere indipendente. Occupati tu del marito, dei figli che vanno a scuola o che ancora non ci vanno, del nonno che non è autosufficiente, della mamma malata. A me, Stato, costa meno - che gli evasori non pagano le tasse e non ho soldi - e tu sei portata. Ci sei nata per la cura. Ce l'hai nel Dna.  Mica vorrai fare quello che ti piace? Studiare o fare quello per cui hai studiato? Ti mantiene l'uomo. Se ce l'hai. Altrimenti sei una sfigata. Sei racchia? Frigida? O magari te lo sei fatto rubare? Hai messo la minigonna per uscire per strada e poi ti lamenti che il marito è geloso. Se non hai il marito ti lamenti che ti prendano per una puttana. Non sei capace a far altro che lamentarti. Se tu stessi a casa, in silenzio, tutto questo non succederebbe".

Ma a noi va bene così? Ci va bene che a fare le spese della violenza dello Stato, prima, e dell'uomo, poi, siamo sempre le donne? No che non ci va bene. Ma far da sole, spesso, non si può o non si riesce. Chi le aiuta queste donne?

Per la giornata internazionale contro la violenza sulle donne vorrei questo: risposte. Risposte concrete.


lunedì 17 novembre 2014

... quando è ora di mettere ai piedi gli sci.

Parlano tutti di montagna, i politici. 
Bisogna valorizzare la montagna, dicono. Fa fico.
Poi, però, della montagna si ricordano solo quando è ora di mettere ai piedi gli sci.
O di sfruttare una sorgente.
O di fare un inutile buco nella montagna per ingrassare gli amici che lavorano nel cemento.

Vivere in montagna è bello, nonostante la scomodità.
Ma chi vive in città e governa dalla città lo sta rendendo impossibile.

Ai boschi non si guarda più. C'è incuria dovuta alla mancanza di stanziamento di fondi e l'incuria porta agli smottamenti, alla ribellione dei rii.
Ai fiumi non si guarda più. Ci sono solo argini di cemento in cui è impossibile costringerli, lamentandosi poi che il fiume rompe i ponti durante le alluvioni.
Agli animali non si guarda più. L'allevamento, invece di essere risorsa, viene considerato un mestiere paleolitico. Non solo non viene sostenuto ma persino guardato con sospetto.
Ai campi non si guarda più. L'agricoltore è paleolitico poco meno dell'allevatore. Giusto lo sopporti perché puoi fare bella figura quando parti da Roma per comperare i suoi prodotti delle valli alpine a chilometro zero.
Ai bambini non si guarda più. Si chiudono scuole, facendo pagare però alle famiglie i costi di trasferimento. 
Alla sanità non si guarda più. Si chiudono ospedali, facendo però pagare alle famiglie costi sanitari altissimi e compensandoli con servizi zero.
Tutto è metropolicentrico. Come se vivere nel formicaio dovesse essere l'unica scelta. Salvo, il sabato e la domenica, quando tutto il formicaio si sposta in montagna a portare la sua spazzatura nei boschi, così come troppo spesso la sua maleducazione e la sua prepotenza. Il sabato e la domenica, la montagna si trasforma in parco giochi per chi vive in città.
Poi si svuota. E alla montagna cosa resta? Qualche euro che non sarà reinvestito sul territorio ma trasformato, se va bene, in brutti alberghi-formicaio di cemento.

Facciamo vivere davvero la montagna. Difendiamola. Ed esigiamo che sia difesa.





sabato 1 novembre 2014

Halloween e Colombo

Halloween. 
Stamattina, leggendo i commenti di alcuni amici e conoscenti su questa festa, mi è venuta da fare una piccola riflessione. Prima di tutto sulla festa in sè. Halloween non è una nostra festa ma, a dirla tutta, neppure una festa statunitense perchè la tradizione vera è anglosassone. Si festeggiava Ognissanti intagliando rape e mettendoci dentro un lanternino ma siccome gli americani le rape non ce le avevano e, invece, avevano un sacco di zucche si sono presi una licenza poetica. Solo recentemente ha preso la dimensione di festa dedicata soprattutto ai bambini e solo in alcuni Paesi. Era un modo per celebrare l'arrivo dell'inverno, per allontanarne la paura. In qualche modo la festa inversa rispetto all'Ors di Mompantero.

Halloween non è una nostra festa, va bene, ma la rilevanza di questo fatto è nulla. I pomodori li mangiamo eppure non sono una nostra verdura. Senza Colombo, i navigatori e la loro ostinazione non avremmo neppure il mais. É l'effetto della globalizzazione. Lamentarsi che non sia una nostra festa, a mio parere, è inutile e antistorico.

Poi ci sono alcuni cattolici che sostengono che Halloween non sia da festeggiare perchè è la festa del diavolo, perchè si sbeffeggia la morte. Curioso, da parte di una religione che sostiene che risorgeremo tutti in un tempo da definirsi e che celebra con la santità la morte di persone crocifisse, spellate vive, lapidate, morte di lebbra, torturate con le frecce e le mette in mostra, così oltraggiate, in tutte le chiese attraverso quadri e affreschi. Ogni festa, dalla notte dei tempi, sbeffeggia la morte, o l'inverno o il buio o le cose brutte della vita, perchè è proprio attraverso un momento lieto e collettivo che quelle cose riescono a far meno paura. Altrimenti a che serve una festa?

Halloween indurrebbe alla violenza, educherebbe alla violenza. Stamattina ho letto anche questo. Io non riesco a capire come si possa dire che vestire da fantasma, da scheletro o da strega il proprio figlio o la propria figlia induca alla violenza. Invece, comprare loro pistole giocattolo, insegnargli che il vicino di casa extracomunitario è un bastardo che viene in Italia a rubare il lavoro o a violentare le donne, permettergli di giocare a giochi di guerra sulla Playstation o mille altre cose sarebbe educazione alla nonviolenza?
Halloween è una festa per bambini, qui da noi. É chiaro che poi ci siano gli adolescenti che, non avendo grandi alternative e neppure fantasia, cercano una paura più grande, fanno scherzi idioti. Ma succede anche a carnevale. Succede anche senza che ve ne sia il pretesto. L'adolescenza è sicuramente più spaventosa di Halloween.

Dolcetto o scherzetto? Stamattina ho letto di persone infastidite dal suono dei campanelli. Un piccolo fastidio, una sera l'anno, per (forse) qualche ora. Invece non diciamo niente quando in vista di capodanno si comincia a scoppiare petardi quindici giorni prima e si prosegue per quindici giorni, a qualsiasi ora, cosa che oltretutto terrorizza gli animali di casa.

Oggi o domani, mentre andrete a mettere il vostro crisantemo, pagato trecento volte il suo prezzo, sulla tomba dei vostri cari - questa sì, tradizione italiana e cattolica - pensate che andrebbe fatto per una forma di rispetto nei confronti di chi non c'è più. Quel medesimo rispetto usatelo nei confronti delle tradizioni di tutti. Secondo me, male non può fare.


domenica 5 ottobre 2014

Come si fa l'antimafia.

Sono passate due settimane dalla visita in valle di Susa di Gaetano Alessi, giornalista e scrittore antimafia che ha presentato, sia alla libreria "La città del sole" di Bussoleno che al Caffè Basaglia di Torino, il suo libro "Le eredità di Vittoria Giunti". Volevo scrivere prima questo post ma spesso mi accade di essere travolta dalla vita e di non trovare il tempo per riordinare i pensieri. Tuttavia, visto che l'impegno di Gaetano è continuo e quotodiano, questa mia riflessione non è del tutto fuori tempo.

Gaetano è arrivato un venerdì pomeriggio in valle di Susa. La libreria non era gremita come avremmo voluto ma, volendo guardare il lato positivo della cosa, questo ci ha permesso di instaurare con lui una conversazione più diretta, molto interessante.

Siamo partiti dal libro, che non sto a raccontarvi di nuovo, e dal parlar di Resistenza. Il passato ha lasciato presto spazio al presente e alla impari lotta di un gruppo di ragazzi di Raffadali (nel cuore della Sicilia) contro una mafia talmente grande, radicata e presente che può far accadere cose che a noi sembrano impossibili. Per esempio, può far accadere che tutto un gruppo dirigenziale di sinistra, legato al Pci, improvvisamente migri tra le file del centrodestra e sostenga un mafioso dichiarato. Può far accadere che le persone che cercano di opporsi siano dapprima isolate, poi minacciate, poi ne venga minacciata la famiglia, poi ancora licenziate e in qualche caso diventino vittime di pesanti atti di vandalismo o di aggressioni.

Come si comincia a fare antimafia sul serio, Gaetano ce lo spiega con chiarezza. "Non è che basti dire o scrivere quello è un mafioso, perchè lo sanno tutti, o la mafia è una montagna di merda. Per dare fastidio alla mafia bisogna toccarla sugli interessi. Così ci siamo infiati negli uffici tecnici e siccome il male è davvero banale, nell'arco di tre anni gli abbiamo fatto saltare affari per diversi milioni di euro. E loro hanno cominciato a farci saltare le auto".

E quando ti succede che fai? "Hai due strade. Puoi denunciare ma sai già che in qualche modo ti bruci e che non potrai continuare a fare quello che fai. Oppure fai finta che non sia accaduto nulla". 

Ora, a dirla così, per noi che la mafia ce la immaginiamo come la macchietta folkloristica che hanno voluto inculcarci, sembra una roba facile. Ma non è facile per chi non può dormire due volte nello stesso luogo, per chi rischia di essere gambizzato ogni volta che esce per strada, per colui che teme di aver perso ogni appoggio, ogni solidarietà da tutte le persone con cui è cresciuto. Non è facile se il nemico è uno che si può permettere di dire allo Stato: se mi fai rientrare nell'amnistia ti saldo il debito pubblico italiano. Il debito pubblico italiano. Solo per dare una vaga idea dell'immensa mole di denaro a disposizione della mafia. Una mole di denaro in grado di comprare qualsiasi cosa ma, per fortuna, non chiunque.
"Vittoria ci diceva: vincerete perchè le idee buone non possono essere sconfitte".

L'antimafia vera, ci dice Gaetano, si fa scrivendo nomi e cognomi. L'antimafia si fa al nord come al sud, andando a toccare gli interessi. Facciamo degli esempi? "La prima cosa è chiedere ai Comuni di organizzare i propri regolamenti interni affinchè non si possano più fare gare al massimo ribasso. Perchè i soldi non sono un problema per chi deve solo riciclarli. È una cosa possibile e ci sono già dei precedenti. Per esempio Ravenna, Reggello e Campegile". 

Un'altra grande lotta Gaetano e gli altri ragazzi la stanno combattendo contro il gioco d'azzardo. Piccoli passi. Impedire che attraverso il wifi comunale si possa giocare d'azzardo sui dispositivi mobili oppure rendere non conveniente alle sale da gioco il restare su un territorio, negando loro spazi pubblicitari e via dicendo. "Lo Stato oggi spende di più per curare i ludopatici che i tossicodipendenti. Noi cerchiamo di convincere i Comuni a fare delibere specifiche. È difficile ma a volte si riesce".

Gaetano è rimasto con noi due giorni. C'era sempre qualcosa che non sapevo e che avrei voluto raccontasse e dettagliasse e ci insegnasse. E lui mi diceva: perchè questa cosa ti stupisce? Per me è poco più che una nota di colore. E io che pensavo, non sono stupita... trovo tutto questo agghiacciante.

Trovo agghiacciante che ci sia ancora gente che pensa che la mafia al nord non esista. Trovo agghiacciante che ci siano ancora persone che si fanno comprare come bestie al mercato anche se fino al giorno prima si vantavano d'essere i depositari dell'etica. Trovo agghiacciante che ci siano ancora persone che nel nome del denaro - mascherato da libertà di scelta - sacrificano famiglie, generazioni. Trovo agghiacciante aver comperato e dormito, senza saperlo, su un materasso che ha certamente aiutato la mafia a riciclare qualche euro. Perché certe cose dovrebbero essere scritte tutti i giorni su tutti i quotidiani. Trovo agghiacciante che quando si parla di antimafia ci siano sei persone in platea e quando invece arriva il tronista di turno si riempano le piazze.

Non so Gaetano dove trovi tanta forza, resistenza e speranza. Vorrei averne almeno la metà.

Ora vi do tutti i link del caso. Leggete quello che scrivono i ragazzi di AdEst. Leggete quello che scrive Gaetano. Lasciate perdere tutti i miei deliri. Informatevi. Cliccate sul Blog di AdEst o sulla pagina Fb di Gaetano Alessi

Ah, giusto per informazione, Gaetano ha appena finito di scrivere un libro che si intitola Periferie e che parla anche della lotta della Valsusa alla Torino-Lione. Spero vorrà tornare in valle per presentarlo.





lunedì 4 agosto 2014

Il libretto d'istruzioni

Tolleranza: (Zingarelli) cit. Disposizione d'animo per la quale si ammette, senza dimostrarsi contrariato, che un altro professi un'idea, un'opinione, una religione diversa o contraria alla nostra / Atteggiamento comprensivo, indulgenza.

Spesso, sono i miei figli a far nascere in me riflessioni sul significato delle parole e sulla loro applicazione nel quotidiano. Oggi, in una giornata di particolare quiete, io e Alice abbiamo avuto una discussione sul cibo.
La premessa è che io adoro cucinare e che, a casa nostra, raramente si mangia due volte di fila la stessa cosa a meno che non ne sia avanzata veramente molta (prima regola, non sprecare). Alice ha dieci anni, il cervello di una sedicenne e le abitudini alimentari di un bambino di quattro anni. Mangia poco e non sarebbe gravissimo perché le basta ma sfortunatamente mangia pochissime cose.
Oggi, seduta davanti a una rolatina di pollo sembrava l'avessi condannata alla sedia elettrica. La conversazione che ne è seguita, frutto di una giornata particolarmente quieta che mi ha dotato di molta pazienza, è stata più o meno questa:

«Alice, a me piange il cuore quando ti vedo soffrire così davanti a un piatto di carne. Io non voglio costringerti a mangiare la carne. Ma se non mangi la carne, devi magiare sufficiente verdura e legumi. Se tu mi dici che la preferisci io ti cucino la verdura»
«La verdura... a me piace l'insalata, gli zucchini, le patate e i fagiolini»
«Non basta. Devi mangiarne più tipi»
«Io non li voglio i broccoli»
«Niente broccoli. Ma devi mangiare almeno i piselli, gli spinaci, le costine... se vuoi al mare facciamo questo esperimento. Io ti cucino il pesce che ti piace e la verdura in tanti modi e se la mangi io non ti propino più la carne»
«Ma a me la carne impanata e i McNuggets piacciono»
«E quelli continui a mangiarteli»
«Va bene»

Così proveremo.
D'altra parte Alice ha già le sue idee tutte chiare e noi cerchiamo di lasciarla crescere in autonomia. Lei è l'unica credente di famiglia. Va in chiesa e a catechismo nonostante abbia genitori (e non solo) praticamente agnostici. Quando è stata ora di scegliere la sua via, lo abbiamo chiesto a lei e lei ha deciso. Una scelta che noi rispettiamo portandola a messa e a fare la comunione e tutto il resto.
E mi chiedo quanti cattolici rispetterebbero una scelta inversa.
E mi chiedo quanti vegetariani o vegani rispetterebbero una scelta inversa. E ricordo una coppia vegan con un bimbo di un anno e mezzo che mi chiede di portar via la pasta con le cime di rapa e salsiccia su cui il bimbo si era avventato «perché "noi" siamo vegetariani».

Per questo mi è nata la riflessione sul significato di tolleranza. La tolleranza si comincia a praticare nel quotidiano rispettando le scelte dell'altro. Perché la libertà altrui può arrivare fino al punto in cui non lede la propria.
E' un punto di partenza sul quale sto investendo molto, con non poco sforzo e lavoro su me stessa. E sarebbe una menzogna dire che ci riesco sempre. E' molto più comodo dire «Adesso basta! Mangia la bistecca» o «Non mangiare la bistecca che hanno ucciso una bestia per mettertela nel piatto».
A volte bisogna essere tassativi con i bambini. Ma loro non sono noi e hanno il diritto d'essere diversi da noi, pur insegnando loro che ci sono valori sui quali misurare ogni scelta.

E sarebbe molto più facile se ci fosse un fottuto libretto d'istruzioni. Almeno sui passi base dell'essere genitori.

martedì 3 giugno 2014

Sfogotto

Ho seguito il voto. Ho faticato e sofferto. Ho sperato e mi sono disperata.
Un'altra analisi del voto non serve a niente. Soprattutto se la scrivo io che, ormai è evidente, sono fuori dal mondo. E solo per un caso, forse anche grazie a quelle due per persone che ho convinto, non sono nuovamente rappresentata da una forza extraparlamentare.
Per cui questo post non è un post serio (men che meno con velleità giornalistiche #sapevatelo) ma solo uno sfogo. A otto giorni dal voto. Uno sfogotto.

Elezioni europee. Ovvero "L'Europa non vuole l'Europa".
Di Europa non ha parlato nessuno. O quasi. Ci ha provato Tsipras. Solidarietà, unione, accoglienza, cambiamento senza sopruso sono concetti vecchi, che non convincono, che non fanno breccia nelle menti offuscate dalla crisi. E' più facile dire che siamo senza lavoro per colpa dell'euro e di quelli che vengono qui a rubarci il lavoro e a mettersi in graduatoria prima di noi per le case popolari. Se poi hanno la pelle nera, il velo, gli occhi a mandorla è ancora meglio. Non dovrebbero scappare dalla guerra, dal patriarcato, dall'oltranzismo. Dovrebbero avere la decenza di morire a casa loro, che tanto la tivù, se non muoiono in massa, neanche ci disturba.
In Europa ha vinto l'odio a prescindere. 
La valle di Susa ha dimostrato che si può scegliere una strada diversa. A mio parere, avrebbe potuto essere un po' meno politicamente cieca ma tant'é. Alla val Susa va il merito che pensa con la sua testa e solo così si fanno passi avanti.

Elezioni regionali.
E' stato eletto Chiamparino. Lo si sapeva. Chi pensava ci fosse gara si sbagliava. Non so perché abbia perso del tempo a fare campagna elettorale. Voglio dire oltre 100mila (centomila, ripetetelo tra voi) persone hanno votato la Bresso per mandarla in Europa. Dopo che è stata governatrice di Regione.

Elezioni comunali.
In generale, in valle di Susa, il voto ha dimostrato che non serve un referendum per dire che la valle è No Tav. Lo ha fatto con percentuali bulgare, talvolta, e risicate, in altri casi. Lo ha fatto soffrendo e dimostrando che la ragione, anche se ci mette tempo, può riuscire a contenere gli slogan.
Il mio piccolo comune di residenza, noto come Bruzolo, ha rieletto se stesso, come fa dal dopoguerra ad oggi (con la sola differenza che il rosso si è sbiadito man mano) come se ci fosse davvero un progresso. Si elegge il delfino del sindaco e poi il delfino del delfino del sindaco e poi il delfino del delfino del delfino del sindaco ... ed evito di reiterare ad libitum. Ogni altra analisi sarebbe inutile, per quanto attiene a questo sfogotto.

La morale è: li avete/abbiamo eletti? Mo' ve/ce li tenete/teniamo per un altro simpatico quinquennio.

venerdì 14 marzo 2014

Domande senza risposta

Mi ha impressionato molto leggere di tutta la questione relativa alle baby squillo dei Parioli e, allo stesso modo, di altre ragazzine in Liguria che si prostituivano per potersi comperare abiti e altre frivolezze. Mi ha impressionato non tanto per la completa mancanza di etica dei clienti maschi - che non solo hanno deciso di andare a prostitute ma che le hanno deliberatamente cercate minorenni - ma perché, da mamma, mi sono chiesta cosa può scattare nella testa di una ragazzina a cui, in buona sostanza, non manca nulla per arrivare a prostituirsi. Mi sono chiesta se e come potessero quei genitori non accorgersi di nulla.

Se è vero che proprio dalla denuncia di una di queste mamme dei Parioli è partita l'indagine, così non è stato per altre bambine - a 14/15 anni, per me, si è ancora sostanzialmente poco più che bambine - il cui caso era venuto alla luce perché un uomo, potenziale cliente, si è reso conto che erano minorenni (e come non potere?) ed è andato alla polizia invece di approfittarsi di loro.

Ma queste famiglie - queste mamme e questi papà - come hanno potuto non vedere? Mi chiedo se sia davvero possibile che i propri figli e le proprie figlie abbiano una vita così tanto parallela da far nulla trasparire nella quotidianità. Sono mamme e papà bene, questi, non mamme e papà che lavorano 15 ore al giorno per potersi pagare le bollette. Queste sono persone che il problema della fine del mese non ce l'hanno.
Non voglio dire che sgobbare 15 ore al giorno sia una giustificazione per abbandonare completamente la propria prole a se stessa - in un periodo della vita difficile per tutte e per tutti - ma sarebbe, per lo meno per me, più comprensibile. Qui si parla di famiglie agiate le cui figlie passavano, desumo, ore al giorno chissà dove senza che alcuno dei genitori si preoccupasse di dove fossero. Perché siamo stati tutti giovani e una volta o due la puoi anche raccontare che vai dall'amica e poi sei altrove ma queste ragazzine avevano una vera e propria attività quotidiana che, come sempre accade, qualcuno (oltretutto) sfruttava. Tutti i giorni, 200/300/500 euro al giorno - pensate che giro di uomini adulti pedofili - e tu, genitore/trice, non ti poni il problema di capire come mai tua figlia improvvisamente sia più ricca? Perché o glieli dai tu quei soldi o spaccia o batte. Non è che ci siano molti mestieri a garantire quel tipo di introito.

E poi c'è la ragazzina, che a un certo punto pensa che prostituirsi sia la soluzione. Quale meccanismo nella società è sbagliato perché una bimbetta di 14 anni pensi di arricchirsi vendendosela? Non è che si può sempre dare la colpa al Grande Fratello. Certo è che tante donne hanno lottato per acquisire diritti e pari opportunità (ancora distanti, purtroppo) compresa quella della libertà sessuale. Ma qui non è il discorso: «Vado a letto con il mio coetaneo perché mi piace anche se non sarà l'uomo della mia vita». Qui c'è una bambina di 14 anni che, sfruttata da persone senza scrupoli, va a letto con uomini maturi (pedofili) per soldi, non comprendendo - immagino - quale svilimento del proprio corpo sia intrinseco all'azione stessa.

Pedofili. E, forse, sono gli stessi uomini che poi non vogliono il matrimonio tra gay (tanto meno che coppie gay adottino figli) e vanno al family day e impediscono alla moglie di lavorare perché non ne vada della loro onorabilità. Lo cantava già Frankie Hi Energy tanti anni fa in "Quelli che benpensano" (Quelli che vanno a mignotte mentre i figli guardan la tivù) ma esiste il rischio reale che, in futuro, sia la nostra di figlia a battere per comperarsi l'Iphone o chissà cosa? Cosa abbiamo sbagliato come collettività? Cosa dobbiamo fare per correggerci? Non è bello concludere un pezzo ponendo domande ma io non conosco le risposte anche se, da mamma, vorrei tanto.

domenica 26 gennaio 2014

La sinistra, i pentastellati e Sandro Plano

Sandro Plano e Antonita Fonzo, Susa
Mi appassiona questo dibattito su Facebook, tutto valsusino, tra cittadini pentastellati e sostenitori di Sandro Plano. Sembra non tenga presente in nessun modo il passato e questo è tipico dell'italiano: passata la festa è gabbato il santo. Ma mi spiegherò meglio.

Partiamo dai fatti. Sandro Plano, attuale presidente di Comunità montana valle Susa (in via di trasformazione in Unione di comuni), è stato per due mandati sindaco di Susa, dal 1999 al 2009. Io non posso, anche per motivi anagrafici, ricordare tutti i sindaci di Susa ma credo di poter affermare con una certa sicurezza che è stato il primo sindaco a capo di una coalizione di centrosinistra nella storia della città. Il primo che è riuscito a battere un radicatissimo legame tra cattolici (Susa è sede vescovile!) e destrorsi. Ci è riuscito, la prima volta, anche (o solo?) perché la destra cattolica si era divisa e i due G., Bellicardi e Baccarini, non trovarono un accordo per presentarsi insieme. Prese milleseicento e rotti voti contro i più di duemila delle altre due liste messe insieme. Rifondazione, che si presentava da sola, prese poco più di duecento voti.

Sandro Plano non è certo un marxista (anche questo mi pare palese) ma è persona abile nel trovare le mediazioni e agire. Nella sua giunta aveva con sé alcune anime cattoliche, altre di sinistra e altre ancora "ambientaliste". Dopo dieci anni di governo, un piccolo bilancio si può fare. La si può pensare come si vuole ma non si può dire che Plano abbia male amministrato, con il supporto della sua eterogenea giunta, tanto che è stato riconfermato dai cittadini segusini nonostante il centrodestra, imparata la lezione, si sia presentato compatto. Sulla questione che alla valle di Susa interessa sopra ogni altra, Plano ha avuto identica capacità di mediazione all'interno della sua compagine (che non era tutta No Tav) e al di fuori, restando fermo sulla linea della contrarietà che univa tante amministrazioni valsusine.

Nel 2009 Gemma Amprino, a capo nuovamente di una coalizione di centrodestra, ha sconfitto senza grandi difficoltà Giorgio Montabone, candidato sindaco per una coalizione simile a quella di Plano, nonostante il cognome che lo contraddistingue e la storia che esso porta con sé. La Amprino, molto conosciuta sia come insegnante sia come moglie del dottor Giorio (nonché come consigliere provinciale), ha saputo raccogliere tutte le anime cattoliche e il sostegno della destra della città le ha garantito la vittoria.

Così, si arriva a oggi. 2014. Tempo di nuove elezioni amministrative. A Susa si gioca, in grande (non per i numeri ma per la visibilità dell'amministrazione valsusina nella questione Tav), quello che si gioca in tutta la valle: il proseguimento di una saldatura importante tra cittadini contrari alla Torino-Lione e amministrazioni, che quei cittadini, bene o male, hanno rappresentato per quasi dieci anni. La lotta, infatti, dura da oltre due decenni ma è dal 2005 che, guadagnata la visibilità a livello nazionale, è diventata essenziale anche la questione "politica".

Sandro Plano non ha ancora detto che si candiderà di nuovo alla guida di Susa ma è lapalissiano che molte anime No Tav e di centrosinistra guardino a lui, unico nome spendibile in grado (forse) di battere la Amprino. Chi sostiene che ci sono altre alternative, che un'altra persona politicamente schierata nel centrosinistra potrebbe avere lo stesso risultato di Plano alle urne, non tiene in alcun conto della storia della città. Una città conservatrice, profondamente cattolica e molto eterogenea nella composizione della popolazione. Plano potrebbe anche non vincere ugualmente, certo, ma al momento attuale, realisticamente, se non ce la fa lui non può farcela nessun altro.

Plano è iscritto al Pd e ha già fatto due mandati. Queste caratteristiche impediscono al popolo di Grillo di accettarlo come candidato. Il fatto che abbia la tessera del Pd sembrerebbe essere un problema più per il Pd che per i pentastellati valsusini ma tant'é. La tessera del Pd è un altro fatto. E anche non l'avesse, comunque, ha già governato dieci anni.

Il dibattito su Facebook tra M5S e pro-Plano (tra cui tanti che il Pd non lo voterebbero neanche sotto minaccia armata) mi appassiona ma è senza sbocchi. Non si può discutere o trovare mediazioni con chi rifiuta le mediazioni, su chi trae il proprio consenso dalla rabbia di quegli italiani per cui questi politici sono tutti uguali. L'unico sbocco è la forzatura: o Plano si candida e scontenta i grillini (forse perdendo le elezioni perché un percentuale di "duri e puri" c'è sempre e non si sa quanto rilevante) o si presenta un altro (o un'altra) e, con grande probabilità, il centrosinistra perde le elezioni.

Io in questo dibattito non voglio entrare se non raccontandolo. Posso solo aggiungere due opinioni personali. La prima è che da lontano i politici potranno sembrare tutti uguali (e tanti lo sono) ma da vicino no. Sono sicuramente un po' migliori quando li vedi tutti i giorni e puoi confrontartici; quando li puoi svegliare nel cuore della notte perché l'alluvione ti ha allagato la casa; quando non si nascondono in sale protette dalla polizia a decidere chissà cosa a nostra insaputa; quando sostengono le loro opinioni (anche diverse dalle nostre) in ogni sede pubblica e non scappano dal confronto; quando sbagliano e sanno riconoscerlo; quando sanno dare a chi non ha prendendo risorse da chi ha e non vuole dare; quando danno l'esempio.
La seconda è che io ho sempre amato la coerenza politica (chi mi conosce lo sa) ma ci sono state volte in cui essere politicamente coerente mi costringeva a una croce sulla scheda elettorale che io non avrei mai tracciato. In quei casi, ne ho tracciata un'altra. A volte, grande come la scheda.

giovedì 12 dicembre 2013

Forche, forconi e forchette

Dovremmo saperlo. O meglio, dovrebbe saperlo bene chi ci governa e chi fa politica da sempre anche solo per passione. La rabbia cieca della gente disperata è facile da cavalcare, da sfruttare, da dirigere. La rabbia cieca, comprensibile se non condivisibile, non porta da nessuna parte. Perché la rabbia non è un progetto. E la rabbia cieca non è neanche rivoluzione. Ce lo insegna la Storia, che di rivoluzioni ne ha viste tante. Cancellare uno stato di cose ha sempre lo scopo di istituirne un altro e bisogna essere certi che quello che sarà sia meglio di quello che era. Bisogna avere un progetto e lottare per esso. Io sono certa che il mio progetto per un futuro migliore abbia tra i suoi pilastri fondamentali l'antifascismo. L'antifascismo così come la solidarietà, l'accoglienza, le pari opportunità.

In questi giorni vediamo le piazze riempirsi di gente che protesta in tutta Italia. Il movimento 9 Dicembre, così detto, nato sull'esperienza della protesta siciliana dei forconi dell'anno scorso. Tutti noi ci siamo interrogati sul significato e sulla portata di questa protesta, portata in piazza inizialmente da leader di estrema destra e da gruppi di autotrasportatori e agricoltori legati a Forza Italia e alla destra.

La crisi comincia a mordere forte. Aumenta la disoccupazione, soprattutto quella giovanile (che è a livelli mai toccati prima nella storia repubblicana). I soldi non bastano più per pagare l'affitto, le bollette, il cibo, la scuola dei figli e le medicine anche detratte quelle poche piccole comodità a cui ormai non sapremmo e non vorremmo più rinunciare. In città si sente ancora più forte che fuori, nella campagna, dove quei piccoli meccanismi di solidarietà, di reciproca conoscenza e l'attitudine alla cura della terra attutiscono ancora parzialmente il colpo. E lo Stato che fa? Nulla. O quasi nulla, preferendo chinare la testa ai grandi interessi bancari, alla finanza mondiale, a quei pochi (rispetto alla massa) potentissimi ricchi.

La rabbia fa crescere altra rabbia. Non avere un riferimento istituzionale a cui guardare - a un partito o movimento che sia - è frustrante per i cittadini, che si sentono abbandonati e senza rappresentatività. Allora perché non scendere in piazza tutti a sovvertire il sistema? Per quanto mi riguarda, io devo essere sicura di condividere non solo la finalità della lotta - sovvertire il sistema appunto - ma anche quello che verrà dopo. Perché, a mio parere, è totalmente assurdo lottare contro il caos per puntare esclusivamente a un caos diverso.

Il dubbio dell'antifascista potrebbe essere questo: se lasciamo gestire la rabbia di piazza solo alle forze destrorse, alla fine della lotta l'unico riferimento politico saranno loro; dunque, andiamo anche noi in piazza e cerchiamo di dare una direzione politica diversa alla lotta. Io rabbrividisco all'idea di me stessa che si avvicina a una piazza in cui si fa il saluto romano, si sentono cori razzisti, si minacciano esercenti e passanti e si scrivono volantini che inneggiano alla mafia. Perché la mafia è una montagna di merda, per dirla alla Peppino Impastato, ed è proprio il metodo mafioso di gestione della vita umana, esportato alla politica e persino all'etica comune nel corso dei decenni, che ci ha condotti qui dove siamo ora.

La casta va sulla forca poiché ci ha condotti alla rovina, dice chi protesta. Ma quella casta siamo anche noi, con un nostro dilagante malcostume che non sarà cancellato da un moto di piazza. Siamo noi quando evadiamo le tasse, quando non paghiamo il biglietto del treno perché tanto non c'è il controllore, quando preferiamo il nipote al ragazzo meritevole se dobbiamo dare un posto di lavoro, quando facciamo lavorare in nero le persone per pochi euro l'ora minacciandole di dare il posto a chi ne chiede ancora meno, quando andiamo al pronto soccorso per un raffreddore, quando neghiamo i diritti con la scusa che qualcuno, prima, li ha negati a noi. Noi abbiamo bisogno di un capro espiatorio per negare quanto profondamente siamo collusi con questo modo di agire. Un modo di agire che adesso non sta più in piedi e che la crisi sta facendo crollare. Chi ci ha governato ha certamente sbagliato in questi decenni ma tutto possiamo dire tranne che quelle persone non siano come noi. Solo con più mezzi.

Cambiare etica e modo di pensare è un processo lungo. Forse ci riusciranno le nuove generazioni con il nostro aiuto. Lottiamo, dunque, per maggiori diritti e una vita giusta per tutti i cittadini, di qualunque estrazione sociale, religione, credo, sesso, orientamento. Lottiamo sempre, però, sapendo sempre esattamente dove vogliamo arrivare. Come fece chi 70 anni fa lottò contro il fascismo, che (guarda caso) fece proseliti grazie alla povertà dilagante e al populismo, sapendo indirizzare la rabbia esattamente nella direzione in cui voleva. Una direzione che io non mi sento in alcun modo di condividere, neppure per un piccolo pezzetto di strada.

lunedì 15 luglio 2013

Se questo è un governo...

Manco da qualche tempo da queste pagine. Me ne scuso e vi racconterò cosa ha rubato tempo al mio scrivere (solo perché ha risvolti interessanti dal punto di vista delle opinioni e non per l'uso del mio tempo in sé) ma non oggi.

Oggi voglio ricominciare a parlare su questo blog, chiedendo a me stessa e a voi cosa deve fare ancora questo governo Pd/Pdl prima che il Paese si renda conto che, forse, son tante braccia rubate all'agricoltura - ma la terra è bassa, ce la farebbero?

Ieri l'illustre - si fa per dire - Roberto Calderoli (leghista) vice-presidente del Senato (non proprio la compagnia delle freccette del bar Sport, dunque) ha insultato pesantemente la ministra italiana di colore Kyenge. Non solo non sono arrivate in tempo zero le sue dimissioni ma nessuno le ha pretese. Ha provato a chiederle Napolitano ma il suo peso politico è ormai quello di una farfalla e non è stato neanche considerato.


Che gli insulti di Calderoli siano gravissimi mi pare palese non solo per gli insulti in sé - vergognosi - ma anche per il becero esempio che si dà al Paese e il fiato che si dà a tutti quei gruppi xenofobi che si rifanno al fascismo. Tanto che Forza Nuova, oggi a Pescara, ha pensato bene di appendere niente meno che dei cappi ai lampioni laddove la ministra Kyenge era attesa per una visita. Una protesta contro l'immigrazione doppiamente ignorante perché i neofascisti dovrebbero sapere che la ministra è italiana quanto loro.


Non voglio addentrarmi nella grandissima figura di guano fatta dal ministro Alfano (e dalla ministra Bonino) sul caso Shalabayeva. Sottolineerei solo che tra le varie scuse addotte c'è quella che loro ignoravano che sul passaporto lei avesse il suo cognome da nubile. Per fare il ministro, evidentemente, basta avere un ridottissimo numero di cognizioni e saperi e la grande attitudine a negare sempre. Prima o poi una testa cade per salvare la loro.


Tra tutti i grandi luminari di questo governo spicca Bondi. Non il portavoce del Berlusca (quello che quando era ministro ai beni culturali è crollata Pompei) ma Enrico Bondi, che appena eletto commissario dell'Ilva ha pensato bene di dire che se i tarantini muoiono è perché fumano troppo. L'inquinamento durato decenni non c'entra, secondo lui, e a me piacerebbe che fosse costretto per vent'anni a vivere a Taranto in due stanze con vista sullo stabilimento, a lavorare all'Ilva e a prendersi lo stipendio di un operaio dell'altoforno.


Le parole hanno ancora un significato? Se questo è un governo, beh, il ministro può farlo davvero chiunque.