domenica 28 luglio 2013

Turisti come gallinelle da spennare...

Ciclabile di Arma, pedalando verso Sanremo. Ci fermiamo in un baretto, che affaccia proprio sulla ciclabile... Ci sono le rastrelliere per la bici e i tavolini. Tre gelati - confezionati, della Motta, non sciolti - e mezzo litro d'acqua fanno sette euro. Massimo mi dice: vedi perchè non c'era il tabellone dei gelati per sceglierli? Se ci fosse stato avrebbero dovuto venderli a prezzo imposto.
Non ero lì vicino quando quattro inglesi sono andati a comprare i gelati. Chissà quanto glieli avrà fatti pagare, il ladro.

Da Marina degli Aregai a Sanremo, laddove c'erano i binari del treno - spostato nell'entroterra - hanno realizzato una bella pista ciclabile. Bella per essere una ciclabile italiana, s'intende. Un'idea straordinaria e naturalmente la ciclabile è frequentatissima, soprattutto dalle famiglie poichè i pericoli sono decisamente inferiori al circolare sulle strade. Ci sono tanti bike rent, che lavorano bene e tutto sommato non costano neppure cari.

Poi ci sono i ristoratori, liguri e no, e i gestori del bar che spennano le persone quanto più possibile e in ogni modo, rovinando tutto il lungo e lento processo di attrazione del turista - straniero come italiano - che andrebbe fidelizzato, trattandolo bene e con rispetto. In periodo di crisi, poi, spennare chi sceglie la bicicletta e non chi scende dai lussuosi yaght che battono bandiera straniera nel porto di Sanremo è veramente meschino.

Naturalmente quel gestore di bar non vedrà mai più un mio euro ma mi resta l'amaro in bocca pensando a quante altre persone penseranno male dei liguri e della Liguria dopo essere stati lì come in altri numerosi locali della Riviera.

lunedì 15 luglio 2013

Se questo è un governo...

Manco da qualche tempo da queste pagine. Me ne scuso e vi racconterò cosa ha rubato tempo al mio scrivere (solo perché ha risvolti interessanti dal punto di vista delle opinioni e non per l'uso del mio tempo in sé) ma non oggi.

Oggi voglio ricominciare a parlare su questo blog, chiedendo a me stessa e a voi cosa deve fare ancora questo governo Pd/Pdl prima che il Paese si renda conto che, forse, son tante braccia rubate all'agricoltura - ma la terra è bassa, ce la farebbero?

Ieri l'illustre - si fa per dire - Roberto Calderoli (leghista) vice-presidente del Senato (non proprio la compagnia delle freccette del bar Sport, dunque) ha insultato pesantemente la ministra italiana di colore Kyenge. Non solo non sono arrivate in tempo zero le sue dimissioni ma nessuno le ha pretese. Ha provato a chiederle Napolitano ma il suo peso politico è ormai quello di una farfalla e non è stato neanche considerato.


Che gli insulti di Calderoli siano gravissimi mi pare palese non solo per gli insulti in sé - vergognosi - ma anche per il becero esempio che si dà al Paese e il fiato che si dà a tutti quei gruppi xenofobi che si rifanno al fascismo. Tanto che Forza Nuova, oggi a Pescara, ha pensato bene di appendere niente meno che dei cappi ai lampioni laddove la ministra Kyenge era attesa per una visita. Una protesta contro l'immigrazione doppiamente ignorante perché i neofascisti dovrebbero sapere che la ministra è italiana quanto loro.


Non voglio addentrarmi nella grandissima figura di guano fatta dal ministro Alfano (e dalla ministra Bonino) sul caso Shalabayeva. Sottolineerei solo che tra le varie scuse addotte c'è quella che loro ignoravano che sul passaporto lei avesse il suo cognome da nubile. Per fare il ministro, evidentemente, basta avere un ridottissimo numero di cognizioni e saperi e la grande attitudine a negare sempre. Prima o poi una testa cade per salvare la loro.


Tra tutti i grandi luminari di questo governo spicca Bondi. Non il portavoce del Berlusca (quello che quando era ministro ai beni culturali è crollata Pompei) ma Enrico Bondi, che appena eletto commissario dell'Ilva ha pensato bene di dire che se i tarantini muoiono è perché fumano troppo. L'inquinamento durato decenni non c'entra, secondo lui, e a me piacerebbe che fosse costretto per vent'anni a vivere a Taranto in due stanze con vista sullo stabilimento, a lavorare all'Ilva e a prendersi lo stipendio di un operaio dell'altoforno.


Le parole hanno ancora un significato? Se questo è un governo, beh, il ministro può farlo davvero chiunque.

venerdì 14 giugno 2013

Non so niente di te

Ho appena finito di leggere un libro molto bello che consiglio vivamente e che mi ha fatto fare un sacco di riflessioni sul "downgrade", sull'essere genitori, sulla ricerca di se stessi e del proprio ruolo nell'esistenza umana. Il libro si intitola "Non so niente di te" ed è l'ultimo romanzo di Paola Mastrocola. Del libro, posto la copertina ma non vi dirò nulla se non che vale davvero ogni pagina (edito da Einaudi, non è propriamente economico al prezzo di 18,50 euro) e che, a dispetto del titolo, non ha nulla di romantico se non le pecore. Sì, le pecore. Non capre. Pecore, preziosissime pecore Shetland.

Vi dirò invece delle riflessioni che mi ha sollecitato. La prima riguarda il cosiddetto "downgrade" ovvero la scelta di alcune persone di abbandonare professioni ambite o ben pagate per tornare a vivere con professioni più umili ma più umane, più solidali, più naturali ma certamente meno remunerate. Se il downgrade professionale è certamente un lusso, sono convinta che tanti di noi potrebbero permettersi un downgrade quotidiano negli usi delle cose per ridurre gli sprechi e razionalizzare le risorse, partendo dall'eliminazione degli acquisti che si fanno solo per "status symbol". Non starò a fare degli esempi. Non che non ce ne siano ma credo sia riduttivo e rischi di concentrare il problema su questo o quel prodotto in particolare, quando invece, dai vestiti al cibo, dalla tecnologia ai mezzi, dallo sport all'arte è sufficiente pescare nel mazzo.

A me non piace buttare via. Sono un po' fissata. Ma vivere in un continuo usa e getta credo sia fortemente negativo, non solo per noi ma soprattutto per le generazioni future a cui non daremo alcun insegnamento costruttivo e a cui lasceremo un mondo stracarico di rifiuti.

Essere genitori è anche questo, per me, insegnare al rispetto. Non solo delle persone ma anche delle cose, del lavoro che sono costate a chi le ha fatte e a chi le ha comperate. Non è facile in un mondo che butta sul mercato ogni giorno una nuova moda, un nuovo oggetto del desiderio di cui sembra che nessuno possa fare a meno. E' una battaglia continua, immane. La cosa più difficile è insegnare ai propri figli a stare bene con se stessi anche se non hanno la griffe o l'oggettistica del momento, anche se in teoria ce la potremmo pure permettere. Insegnare loro a essere indipendenti. La vita è una lunga ricerca di sé. Ci sono persone fortunate che si trovano subito. Altre che non si troveranno mai ma che, forse proprio per questo, aiutano tante altre nella ricerca. 

Il libro della Mastrocola mi ha fatto riflettere anche su questo e su quanto sia difficile essere genitori e su quanto sia complicato capire quando è giusto che l'uccellino voli con le proprie ali e se necessario cada e si faccia male. Essere genitori - e madri in particolare - è il mestiere più difficile in assoluto perché la paura di essere almeno corresponsabili se non responsabili di qualsivoglia errore dei figli è difficile da dominare. Da figlia, so che mia madre e mio padre non sono responsabili dei miei errori ma, da madre, non riesco ad alleviare quel peso. Perché, in fondo, è così poco quello che sappiamo degli altri. Anche quando crediamo di conoscerli bene.

giovedì 6 giugno 2013

Una montagna di libri (ma non solo) contro il Tav

Questo fine settimana, a Bussoleno, si terrà la seconda edizione di "Una montagna di libri contro il Tav" ovvero una grande rassegna culturale e un'occasione per guardare alla valle di Susa e alla sua lotta più che ventennale contro la Torino-Lione sotto un punto di vista diverso dal solito. Una fiera dell'editoria all'aperto, condizioni meteo permettendo, e un momento di discussione e approfondimento con autori ed editori.
Domenica si tornerà in Clarea dove le parole dei racconti e degli autori accompagneranno quei percorsi compiuti ormai centinaia di volte, fino a quel cantiere, ferita aperta e sanguinante nel cuore della valle.

Io non sono una scrittrice ma, per questa occasione, voglio condividere con voi alcuni pensieri. Chiamiamolo un racconto, se volete, sul mio personale legame con questa valle meravigliosa e ostile al tempo stesso.

Radici

Ci sono persone che nascono con le radici. Nascono in un posto e subito sanno di appartenergli. Sarà che io son nata in un paese della seconda cintura di Torino, simile ad altri cento paesi di cintura, ma non ho mai pensato che nel posto in cui sono nata avrei trascorso la mia vita. Pensavo di essere una persona senza radici, incapace di affezionarsi a un luogo, seppur bello. Ci sono persone così, che amano viaggiare, che amano i luoghi ma che non stringono con essi alcun legame se non quello del ricordo.

Poi un giorno, 12 anni fa, sono approdata in valle di Susa per restare. C'ero già stata tante volte ma solo di passaggio. Sono venuta qui e, come una piantina che finalmente trova il terreno giusto, ho messo pian piano radici. Non me ne sono quasi accorta. A un certo punto mi è sembrato di voler andare e non ho più potuto. Qui ho costruito legami solidi e intensi non solo con le persone ma con i luoghi, con le tradizioni, con il passato. Sono diventati anche un po' miei e io ormai appartengo loro indissolubilmente. Quella piantina si è rafforzata grazie al terreno da cui ha trovato nutrimento e così io devo molto a questa valle e tento, come posso, di restituirle qualcosa, di proteggerla da chi non la rispetta, da chi la calpesta, la strazia, la umilia.

E' una valle meravigliosa la valle di Susa. Ostile anche. E dura, a volte. Come la sua gente, che da questa terra ha assorbito pregi e difetti. E' una valle resistente come la roccia delle sue montagne, perché un'altra terra sarebbe già morta al suo posto. Invece lei tiene duro e noi con lei. Ogni mattina, vado sul balcone, guardo le montagne e capisco che anche se dovessero strapparmi via di qua, le mie radici affondano già talmente tanto in questa terra che un pezzo di me resterebbe comunque in valle di Susa.